L’importanza (e la fatica) di dare regole e porre limiti

Spesso le famiglie che incontro nel corso del mio lavoro come coordinatrice ed educatrice di un nido di infanzia raccontano che desiderano che il loro bambino o la loro bambina frequenti il nido perché possa “apprendere le regole”.

Nell’immaginario comune, quindi, il nido è un luogo in cui, tra le altre cose si apprendono le regole. Questo merita di fermarci a fare un ragionamento. Se davvero è così, che ne è della famiglia? Forse la famiglia è il luogo esclusivo degli affetti e l’istituzione (il nido e poi la scuola) è il luogo delle regole? Se condividiamo questo pensiero, allora riteniamo che i bambini siano costretti a transitare in luoghi che hanno valori diversi, senza continuità gli uni con gli altri, senza che gli adulti che li circondano condividano idee e intenzioni. Io, però, credo che famiglie, educatori ed insegnanti debbano trovare unità di intenti, benché con stili diversi, indirizzando i bambini al valore del limite, e quindi della regola, come valore fondamentale per la crescita, perché possano avere sicurezza, autonomia ed indipendenza ed orientarsi nella vita.

Sto parlando di poche regole. Regole certe, chiare, adeguate all’età, motivate. E, soprattutto, fatte rispettare senza infinite negoziazioni.

Non è facile educare alla regola. Questo è il motivo per cui spesso le famiglie chiedono aiuto a noi educatori o, addirittura, delegano questo aspetto…un poco scomodo…dell’educazione. Talvolta gli adulti credono che i bambini piccoli non abbiano le competenze per comprendere ed affrontare le regole e che, quindi, sia prematuro porle. O, addirittura, sbagliato. In realtà l’educazione non è tanto un problema di tempi, quanto piuttosto di esempi: non c’è un “momento giusto” in cui i bambini sono pronti per apprendere le regole, perché queste non sono frutto di un apprendimento disciplinare ma si interiorizzano con lentezza, nel corso di tutta la vita. Si apprendono fin da piccolissimi quando, per esempio, si aspetta, con grande fatica e frustrazione, il turno per mangiare e si comprende (emotivamente e cognitivamente) la regola dell’attesa.

Per i bambini è molto importante avere accanto degli adulti capaci di formulare delle regole e porre dei limiti; pertanto, per noi educatori e pedagogisti, è importante lavorare con le famiglie affinchè riconoscano la positività di questo principio e non ne considerino solo gli aspetti negativi e frustranti. Occorre far riflettere sul valore del limite e della regola come responsabilità degli adulti che non devono rinunciare alla loro funzione educante. La regola impone la fatica di scegliere quale via si ritiene migliore per l’educazione dei propri bambini e scegliere implica prendersi delle responsabilità e poi motivare quanto si è deciso.

Porre dei limiti può essere doloroso, può dare dispiacere a chi li pone e a chi li subisce, può recare senso di frustrazione. E il dolore del bambino può diventare intollerabile per gli adulti che, allora, preferiscono evitargli un’esperienza  negativa e rinunciano a dare norme. E, come se volessero giustificare questo agire, ti dicono che preferiscono avere ubbidienza non per imposizione, non vogliono sopraffare la volontà del bambino, non credono che sia giusto dare un’educazione autoritaria…La vera ragione di tutto questo, però, spesso è emotiva: l’adulto non riesce a sopportare il dolore e il malessere del proprio bambino e, quindi, si aspetta che egli capisca da solo il valore delle regole e sia in grado di autoimporsele. In questo modo, però, si chiede al bambino di fare da solo ciò che per un adulto è troppo faticoso e frustrante. Riflettiamo bene su questo.

Benchè ci siano aspetti dolorosi nell’educare, è importante non delegare una parte importante come la trasmissione delle regole pensando, in questo modo, di “cavarsela a buon mercato” e di lasciare fare a qualcun altro il “lavoro sporco”. L’educazione non è frazionabile, non appartiene solo a certi luoghi e a certi tempi. I limiti e le regole non sono una materia di studio, si insegnano nella quotidianità, un giorno dopo l’altro, ai bambini sin da piccoli. Le regole non si apprendono. Si vivono.

I bambini faticano a comprendere le regole. Difficilmente, per esempio, accettano di mangiare a una determinata ora se stanno giocando o di dormire nel proprio letto quando potrebbero farlo in quello più grosso ed accogliente dei genitori. Non ne comprendono il motivo e non sono disposti ad accettare passivamente un limite. E così esprimono a voce alta la loro disapprovazione. Il dissenso dei bambini, però, non deve essere ragione sufficiente perché gli adulti rinuncino a porre dei limiti, perché le regole hanno una funzione molto potente, vale a dire quella di definire il mondo del bambino, gli dicono qual è il suo posto nel mondo; sono argini rassicuranti entro i quali crescere. Riflettiamo anche su questo.

L’assenza di regole, per quanto comoda, può essere letta come indifferenza: se posso fare tutto quello che voglio, vuol dire che a nessuno importa del mio comportamento e non c’è ragione per cui io mi sforzi a fare meglio. In questo modo, però, non ci si adopera per crescere.

Vorrei ora portare la riflessione su un altro piano. I bambini, un giorno, saranno adolescenti. E oggi, più che in altri momenti storici, i giovani faticano ad accettare che esistono in loro limiti. Stutturali, fisici e corporei. Tutto pare superabile, la cultura occidentale sembra non porre vincoli alla pensabilità delle azioni, per cui tutto diventa lecito e si agisce in completa libertà. In questo modo, però, si tralascia di comprendere il senso di quello che si fa, le conseguenze delle proprie azioni.
Se non c’è limite a quello che si può fare, vengono a mancare le occasioni di sperimentarsi. Se i ragazzi vengono incoraggiati a spingersi sempre più oltre, viene meno il mettersi faccia a faccia con i propri limiti, che vengono negati, evitati a ogni costo. Quando, però, la crudezza della vita si presenta, i limiti negati ritornano violentemente e diventano ostacoli insormontabili.
Si pensi al caso estremo dei ragazzini che uccidono violentemente e inaspettatamente ma che, dopo che hanno commesso un’azione del genere, vengono descritti come “ragazzini tranquilli” e senza disagi apparenti. Nulla, però, ha impedito che compissero un gesto simile. Si sono spinti oltre il limite incapace di riconoscerlo. E hanno violato una delle più importanti regole della nostra società. Senza capirne la motivazione il più delle volte.

Quello che scrivo, certo è forte. L’obiettivo è quello di fare comprendere quanto è importante fare un certo tipo di lavoro con i propri figli. Fin da quando sono piccoli.
Per rendere a questo punto la lettura un po’ più lieve, racconterò di un gioco che si può proporre agli adulti all’interno di un’attività laboratoriale incentrata sull’importanza delle regole.
Una volta che si è radunato un gruppo (possibilmente genitori, ma non è necessario), si chiede a ognuno di presentarsi: ognuno deve scrivere su un biglietto un animale che lo rappresenti, un luogo che lo rappresenti, un gioco che lo rappresenti. Una volta che tutti hanno scritto il proprio biglietto, chi conduce il gruppo legge e tutti insieme si commenta; questo invoglia tutti a esprimere le proprie opinioni, a chiarire le proprie scelte e permette di rendere l’atmosfera più rassicurante e comunicativa.
Poi si divide il grande gruppo in tre sottogruppi e si consegna a ciascuno di essi un palloncino assegnando un’unica consegna: “giocate!”.
Al termine chiede di dire perché questo gioco è piaciuto…perché non è piaciuto…e ognuno, ancora una volta, deve esprimere le proprie opinioni scrivendole su un bigliettino che poi verrà letto al gruppo e commentato. Il gioco, in genere, piace perché coinvolge tutti i partecipanti e li fa divertire in modo spensierato. Di contro, non piace perché, a volte, qualche componente del gruppo non è riesce a partecipare attivamente: dicendo semplicemente “giocate” non si sono stabilite le regole di esso. E la mancanza di regole porta a scorrettezze o a non comprenderne lo scopo.
Una volta che si è riflettuto insieme su questo aspetto, qsi chiede a tutti di associare alla parola chiave “regola” altri vocaboli (che poi vengono trascritti su cartelloni) e poi di riportare esempi di regole a casa, nel contesto lavorativo, nella società, esempi che si riportano anch’essi sui cartelloni.
Finito di scrivere, si ricostituiscono i sottogruppi e si chiede ad ognuno di essi di scegliere le cinque regole/norme più importanti per vivere in una comunità; in questo modo, attraverso il ragionamento, la negoziazione, ogni sottogruppo approderà a scelte condivise attraverso un confronto sereno. E ogni individuo, attraverso il confronto e la negoziazione, potrà riflettere su quanto una regola è importante per sé e per la comunità e, in senso più lato, su quanto è importante dare e darsi delle regole e quanto, fare una scelta anziché un’altra, implichi prendersi delle responsabilità.
E, al termine, si potrà iniziare a riflettere sull’importanza di dare regole in famiglia.

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