Abbiamo bisogno di tornare a sentire i corpi, di riabitare i “nostri” servizi

E’ più di un mese che non scrivo nulla. E’ un periodo faticoso questo. Un periodo in cui a chi come me lavora nei servizi per l’infanzia ancora non è dato di ri-abitare i nostri luoghi di educazione. Un periodo in cui, a fronte di troppi pensieri, manca l’accadere concreto, l’accadere entro una certa fisicità corporale, spaziale e temporale.
L’educazione, infatti, è innanzi tutto qualcosa che accade, è una “prassi situata” (come diceva Riccardo Massa), concreta. Senza la possibilità di toccare, mettere le mani in pasta nei nostri servizi, entriamo in uno stato di fatica molto elevato. Almeno…questo è ciò che è accaduto a me.

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L’educazione è anche (e soprattutto) relazione; la relazione è un elemento che compone la persona umana, fa parte della persona umana. Noi non siamo soltanto quello che c’è dentro: stomaco, fegato, polmoni; c’è anche una mente, c’è anche una
psiche, siamo anche relazione. La relazione fa parte del nostro essere persona, essere in relazione con altri è elemento costitutivo della persona.

Dobbiamo, quindi, prestare attenzione a come, all’interno di un contesto educativo, si curano le relazioni; questo significa comprendere se e con quale frequenza e come, in quel determinato contesto, sia possibile ‘fare manutenzione’ del contesto stesso.
La cura delle relazioni si mostra forse proprio nella possibilità che un contesto ha di rinnovarsi attraverso la coltivazione di quelle stesse relazioni in quanto campo di esperienza in cui si può giocare la formazione di ognuno, aprendo, magari, a percorsi auto formativi. E rinnovarsi significa non solo modificarsi e fare la propria manutenzione, ma anche comprendere che la vita e la funzione di quel contesto sono unite.

La relazione, inoltre, appartiene al campo educativo in quanto parte integrante dell’esperienza di sé, degli altri e del mondo che in tale contesto si può attraversare; tuttavia trae il suo senso proprio dall’essere inclusa nella cornice di quel particolare mondo formativo che si viene a istituire in una determinata situazione; ciò vuol dire che ha senso a partire dalle condizioni materiali, ma anche culturali che ne consentono l’espressione e lo svolgimento. Ha senso a partire dal contesto in cui si instaura la relazione e dai corpi che lo attraversano.

Ci siamo ingegnati in questo lungo tempo di chiusura dei servizi (quasi quattro mesi). Intorno alla metà di maggio il Ministero dell’Istruzione ha trasmesso un documento in cui si parla di “Orientamenti pedagogici sui Legami educativi a Distanza”, un modo diverso per fare nido e scuola dell’infanzia elaborato dalla Commissione nazionale per il sistema integrato zerosei. Abbiamo attinto a tutta la nostra creatività per instaurare e mantenere relazioni educative a distanza, con bambini e genitori, in una situazione di grande difficoltà e di interruzione temporanea del funzionamento in presenza dei servizi.

Il lavoro educativo è, per sua natura, pronto ad accogliere l’imprevisto e l’incertezza, ma dinanzi al vacillare di quasi tutti i paradigmi relazionali noti è stato necessario mettere in campo pensieri nuovi ed assolutamente originali. Siamo entrati in un’epoca in cui occorreva limitare i contatti e attivare canali alternativi possibili, offrendo a famiglie ed utenze suggerimenti per affrontare la quotidianità, valorizzandone la resilienza.

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Adesso, però, sentiamo forte il bisogno di tornare a fare il nostro lavoro in presenza.
Abbiamo pensato a come sarebbe potuto essere il rientro; alle strategie che avremmo potuto utilizzare; a come relazionarci quando ci avevano detto che avremmo dovuto mantenere il distanziamento tra i bambini. Pensieri di senso ne abbiamo fatti tanti. E’ arrivato il tempo della prassi.

Bernard Aucouturier sostiene che il corpo è mediatore di conoscenze e che l’educazione deve essere fatta scoprire al bambino, fatta vivere attraverso esperienze corporee; l’essere in situazione, infatti, permette al bambino di scoprire, vivere e in seguito astrarre le nozioni fondamentali che sono alla base di ogni processo cognitivo (grandezza, velocità, durata…). Il corpo non è qualcosa da allenare e addestrare o a cui insegnare maggiore controllo o coordinazione; il corpo è qualcosa da “informare ” attraverso le varie esperienze (corporee appunto) così che poi possa costruirsi come asse centrale delle proprie modalità di essere nei confronti di sé stesso, del mondo, degli altri e delle cose. Dobbiamo, quindi, prenderci la responsabilità di permettere ai bambini di farle queste esperienze corporee. Adesso più che mai.

Negli ultimi anni si è sostenuto con forza sempre maggiore che tutte le conoscenze passano attraverso l’uso del corpo. La conoscenza della realtà. La conoscenza dei rapporti spazio-temporali. La conoscenza del proprio corpo. La conoscenza di sé e degli altri. Il bambino non è più considerato come un piccolo adulto, che deve imparare come l’adulto, ma gli è riconosciuta una specifica via alla conoscenza che è, appunto, quella corporea.
I bambini spesso ci chiedono “stai vicino a me?”; la vicinanza dei corpi per loro è fondamentale, ci vogliono accanto a loro, concretamente. Non bastano le parole. Non bastano le nostre immagini. Ci vuole la vicinanza dei corpi, che più di tutto dà loro sicurezza e serenità.

Scrive ancora Aucouturier: “il corpo non è soltanto lo strumento razionale al servizio di un pensiero conscio. Il corpo è anche, e prima di tutto, luogo di piacere e dispiacere, riserva di pulsioni, mezzo d’espressione dei fantasmi individuali e collettivi della nostra società…”. Del corpo, dei corpi, non possiamo più fare a meno. Dobbiamo iniziare di nuovo a respirarli. Almeno a respirarli. Poi verrà il tempo in cui ci si toccherà ancora.

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Riporto, per concludere, uno stralcio di un interessante articolo di Dafne Guida, presidente della cooperativa Stripes, che apre a interessanti spunti di riflessione:

I servizi “di prima” non torneranno. La visione pedagogica deve imparare a dialogare con quella sanitaria e organizzativa, in una logica di contaminazione reciproca e non di esclusione. «Innovare d’altronde significa desiderare talmente tanto qualcosa di diverso dall’esistente, che alla fine una via insieme si trova»… Un esempio? L’educatore di condominio o di giardino. I bambini ne hanno bisogno: «già oggi registriamo tante regressioni, frutto della mancanza di spazi di autonomia».

I servizi di prima non torneranno. Non subito. Non a breve. Dobbiamo però tornare ad abitare quei servizi con i nostri corpi. Dobbiamo permettere che tornino ad abitarli i corpi dei bambini. C’è stato un tempo per la paura. Adesso è tempo di coraggiosamente tornare.

La cura degli spazi nel lavoro educativo

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Il lavoro educativo è un “lavoro di cura”, cura che non si deve confondere con un intervento di assistenza e nemmeno con la messa in opera delle conoscenze e delle tecniche che si apprendono all’università. Esiste, certo, una dimensione tecnica importante, relativa al sapere e al saper fare degli educatori, ma ha significato solo se la si colloca all’interno della relazione educativa. Questo vuol dire che il lavoro educativo, in quanto lavoro di cura, poggia sulla capacità da parte dell’educatore di dare valore educativo ai suoi interventi, grazie alle proprie competenze tecniche e grazie alla propria capacità di sintonizzarsi affettivamente ed emotivamente con colui al quale l’intervento educativo è rivolto.

Nel corso degli anni, con la mia équipe di educatrici abbiamo maturato un’idea di bambino come persona che ha dei diritti, che è unica, è competente ed è protagonista del proprio percorso, che costruisce, un giorno dopo l’altro, grazie alle relazioni che intesse con gli altri e con il contesto. Proprio per questo motivo crediamo che sia fondamentale aver cura, sempre, degli spazi dell’educazione. E intendiamo la “cura” come un modo speciale, tutto di noi educatrici, di guardare al nostro mondo, in cui entriamo in relazione con i bambini.

Di conseguenza dedichiamo molti incontri d’équipe a discutere su quale sia il modo migliore di organizzare i nostri spazi in relazione alle caratteristiche dei bambini che li abitano di volta in volta.

Pensare-agli-spazi e pensare-gli-spazi, nel nostro lavoro, significa soprattutto pensare al benessere psico-fisico dei bambini che frequentano il nido e allo sviluppo delle loro potenzialità: devono essere spazi che sappiano accogliere le loro particolarissime e tante esigenze. E perché questo accada è molto importante saper creare degli angoli per il gioco, per il riposo, per le proposte strutturate, in cui centrale è l’aspetto della relazione e lo star bene del bambino al nido. Devono, quindi, essere spazi in cui i bambini si sentano a loro agio e possano scambiare esperienze con i compagni, spazi accoglienti e caldi il più possibile.

Lo spazio, nei servizi per la prima infanzia, quindi non deve essere neutro, asettico, ma è importante che veicoli chiari messaggi educativi: tutte le esperienze educative, infatti, avvengono nello spazio; pertanto, nel momento in cui si organizzano gli spazi, è necessario pensare alle esigenze dei diversi gruppi di bambini e curare tutti i dettagli nella scelta e nella disposizione degli arredi. E tutto ciò lo si fa in gruppo, perché è fondamentale che tutta l’équipe condivida le decisioni che si prendono…in caso contrario sarebbe molto difficile progettare delle esperienze educative di senso.

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Quando si entra per la prima volta nel nostro nido, dopo un piccolo angolo per l’accoglienza si accede alla sala polifunzionale, che è il nostro specchio…E’ la prima cosa che i genitori vedono e anche il primo spazio in cui possono immaginare ciò che vivranno i loro bambini nel nostro servizio. Oggi tutto è molto diverso da dieci anni fa, quando abbiamo iniziato. Lo spazio, gli arredi che lo rendono quello che è, i materiali, le pareti…tutto è cambiato così com’è cambiata, come è naturale che sia, la nostra idea di educazione nel corso del tempo.

E così come è cambiata la nostra idea di cura.

Oggi crediamo fortemente che i nostri spazi siano un’importante risorsa educativa, con tutti i limiti che questi hanno; pertanto li abbiamo strutturati pensando alle possibilità di apprendimento che offrono ai bambini e alla qualità delle relazioni che possono svilupparsi all’interno di essi. Questo perché gli spazi possono favorire o impedire lo svolgersi di esperienze: penso, ad esempio ad un angolo per la lettura…se fornito di tappeti, cuscini comodi e confortevoli, se ben illuminato, se vi è la possibilità di prendere i libri senza doverli chiedere, verosimilmente, sarà frequentato dai bambini e in essi faranno piacevoli esperienze e le vorranno ripetere; gli spazi, inoltre, possono influenzare il sentire: uno spazio, per esempio, con arredi di legno con angoli in cui rifugiarsi quando si ha voglia di stare un po’ da soli è facile che trasmetta calore e senso di protezione.

Gli spazi, i nostri spazi, pertanto, sono pensati per i bambini dagli adulti, ma anche dagli adulti che si relazionano con i bambini. Non sarebbe possibile diversamente. Gli spazi di un servizio educativo, infatti, sono luoghi in cui si vive, ci si incontra, si dialoga, luoghi di intimità, di finzione, di narrazione, di costruzione di identità. E sono anche spazi che cambiano, si costruiscono e si decostruiscono in relazione a chi li abita, alla crescita dei bambini nel corso dell’anno, ai loro vissuti. Cerchiamo di organizzarli in modo da rispettare i tempi lenti dei bambini, i loro bisogni, senza, però, dimenticarci che sono spazi abitati anche da adulti, le educatrici e i genitori, che devono trovare in essi luoghi che rispondano alla necessità di comunicare, confrontarsi, partecipare ala vita del servizio.

Gli spazi devono essere costante oggetto di cura educativa, ci va tanta manutenzione di essi, come dei materiali che li animano e caratterizzano perché devono essere spazi di qualità, in cui fondamentale è l’attenzione ai bisogni di crescita e cambiamento dei bambini.