L’Outdoor education è possibile anche in un contesto urbano. E in esso va promossa

Vivo in città. Tra palazzi e cemento. Qualche piccola area verde per respirare.

Lavoro in città. In un servizio situato in un quartiere tranquillo. Tra casette basse e piccole aree verdi. E un po’ di cemento. Il nido ha un giardino mediamente grande ma che non offre tutte le possibilità di un boschetto o un grande parco…ma…come si dice…meglio di niente… e ci riteniamo fortunate a poterlo utilizzare con i nostri bambini.

Come ho già scritto in un articolo che pubblicai circa un anno fa Outdoor education non vuol dire uscire all’aperto e riproporre qui ciò che si fa negli ambienti chiusi.

Ma…in città? Come possiamo mettere a punto progetti di educazione all’aperto che siano veramente di senso e non si limitino all’uscita in giardino o nel parchetto vicino alla scuola?

I bambini, se lasciamo che osservino, in libertà, ciò che li circonda, apprendono moltissimo sia che si trovino in un giardino o in un parco pubblico di una grande città sia che si trovino in un bosco immenso. Fondamentale è che gli adulti che li guidano li indirizzino a guardare tutto ciò che è presente all’aperto come elemento di formazione, spunto per la creatività, oggetto di scoperta. In questo modo, anche i ciottoli e i sassi che troviamo sul marciapiede che tutti i giorni si percorre da casa a scuola, per esempio, possono attivare apprendimenti…i bambini possono scoprire che hanno una forma, un colore, un peso, una superficie esterna fatta in un certo modo, che si possono impilare o no, che possono diventare pedine per un gioco con i compagni…tra le altre cose.

Outdoor education in città, quindi, può essere semplicemente aprire le porte delle sezioni e delle aule, deviare dalla solita strada percorsa e già tracciata dai grandi e stimolare, stimolare, stimolare la curiosità dei bambini, anche in un luogo conosciuto come può essere il giardino scolastico o il parco giochi dove trascorrono molti pomeriggi. So bene che per chi è abituato a vivere in città può essere difficile incuriosire i bambini con le piccole cose che si trovano all’aperto perchè non c’è l’abitudine a farlo…ma ci sono davvero tanti spunti…sono soltanto da cogliere.

Nel parchetto vicino a casa o, per i più fortunati, nel giardino della propria abitazione, si possono toccare cortecce, osservare insetti, guardare nuvole, scoprire formicai o minuscole tane, raccogliere fiori sconosciuti. Si può disegnare o scrivere sul terriccio con i ramoscelli, costruire ripari per le lumachine o gli altri animaletti…Tutto ciò mentre poco più in là continuano a passare le automobili o si elevano anonimi palazzi tutti uguali.

Noi educatori e pedagogisti dobbiamo essere attenti a coinvolgere le famiglie nei progetti di educazione all’aperto perchè, come sempre, stringendo alleanza pè possibile far sì che i bambini vivano tante esperienze e di qualità. In primo luogo è importante chiarire che stare all’aperto non è dannoso per i bambini, nemmeno in città dove, purtroppo non si respira l’aria del lago o del mare. Stare all’aperto non fa ammalare di più…basta essere attrezzati. Nelle nostre città, benché, gli spazi siano differenti da quelli che troviamo nei boschi o in campagna, possiamo, per esempio, fare a piedi il giro del quartiere nel fine settimana cercando e raccogliendo tutto ciò che incuriosisce (sassi dalle forme particolari, foglie di ogni forma e colore, fiorellini che spuntano dalle crepe dei marciapiedi, terriccio…)…possiamo anche semplicemente metterci alla finestra e guardare ciò che si vede…anche le crepe di un muro possono essere curiose se, tra esse, scorgiamo erba, tubi, insetti…Non sono indispensabili strutture-gioco particolari! Il primo arredo naturale sono piante, erba, fiori, foglie, semi, sassi, sabbia e fango. E ancora rumori, odori, nuvole, vento e pioggia. Pensiamo a quante opportunità può dare un albero. Può essere scalato, diventare tana, nascondiglio, un riparo o un semplice posto dove rilassarsi.. Tronchi di varie grandezze, posti a terra, possono diventare sedute, ostacoli o percorsi da superare oppure case per animaletti o piccoli insetti. In salita ci si può arrampicare, scivolare, rotolare e ruzzolare! Provare tutto questo incoraggia il movimento, l’immaginazione, la creatività, tutti i sensi.

E allora, noi che viviamo in città, mettiamoci nell’ottica di vivere i parchetti così come i giardini dei servizi educativi e scolastici in tutte le stagioni per arrivare, poi, a vivere anche il bosco, il luogo affascinante e fiabesco dell’immaginario dei bambini. Può esserci qualche genitore un po’ apprensivo, soprattutto quando i bambini sono molto piccoli, che ribatte: “Ma fa freddo… si ammalano… e se succede qualcosa…come lo vesto?”. Chi vive in città non è abituato a uscire con la pioggia e il maltempo (a meno che non ne sia costretto), pertanto noi che ci occupiamo di educazione dobbiamo saper accogliere e affrontare insieme alle famiglie più timorose, con attenzione e consapevolezza, dubbi e paure che nascono quando si propongono esperienze all’aperto. Ricordiamo che, innanzi tutto, è necessario vestire in modo comodo e adatto al tempo i bambini. E poi molti pediatri invitano a stare all’aperto per aiutare il sistema immunitario: i bambini corrono meno rischi infettivi nel fuori che nei luoghi chiusi o poco areati. Promuovere il più possibile il gioco all’aperto, evitare l’uso del passeggino dopo i tre anni, andare a scuola e al nido a piedi, inoltre, riduce la sedentarietà e previene l’obesità infantile. Sono decisamente ottimi argomenti da portare quando ci troviamo di fronte a famiglie che non sono tanto avvezze all’outdoor education.

Stare all’aperto, soprattutto per noi che viviamo in città e, indubbiamente, abbiamo meno possibilità di attraversare spazi verdi, è, inoltre, fondamentale perchè mette con forza in luce il centro della relazione tra persone e tra persone ed ambiente. O meglio il modo di stare in relazione. Qualsiasi spazio aperto, anche il cortile condominiale, va frequentato e vissuto perchè spazio che amplia le relazioni educative e contesto plurisensoriale di apprendimento. Le esperienze all’aperto di educazione attiva e partecipata danno un grande senso e nutrimento all’educazione e, soprattutto, danno voce ai “”diritti naturali di bimbi e bimbe” di cui parlava Zavalloni. I bambini che vivono in città devono poter stare fuori il più possibile…per bilanciare i ritmi veloci della nostra società, per arricchire le esperienze sensoriali, per integrare quei contesti con alta consuetudine alla fruizione di dispositivi digitali, per promuovere la salute e il benessere, per riallacciare le generazioni tra di loro con l’ambiente e con la realtà. Del resto, promuovere un’educazione naturale non significa trasmettere ai bambini una visione bucolica di natura ma, piuttosto, dare loro l’opportunità di sperimentarsi nella relazione con il mondo che sta fuori.

Passare del tempo all’aperto può essere anche occasione di riflessione sul ruolo educativo che gli adulti ricoprono nei servizi educativi e scolastici, in interno come in esterno. Negli ultimi si è rilevato che vivere gli ambienti esterni come contesti di apprendimento porta l’educatore/l’insegnante a riflettere sul proprio rapporto con la natura e con le crescenti autonomie dei bambini, sul corpo e il movimento nei primi anni di vita, sul valore del fare esperienza. Tutto ciò incide su ciò che si permette o proibisce ai bambini e sul modo di sostenere e accompagnare la crescita da un punto di vista educativo. Partire dal fuori, molte volte, permette di ripensare e rivedere anche l’esperienza educativa organizzata dentro, dialogando quotidianamente con rischi e benefici. Vuol dire anche percepire anche quello che come adulti si sente e si pensa rispetto a se stessi, ciò che si agisce nella relazione con i bambini e la natura, ascoltando se si è (o non si è) in sintonia emotiva con essi. Osservare l’interazione naturale tra bambini e ambiente significa cogliere quello che accade in maniera autentica, per partire da lì e all’interno della progettazione educativa, con la consapevolezza che i nostri pensieri ed emozioni condizionano le nostre parole e le nostre azioni.

E’ davvero tanto “terribile” avere due anni?

Quest’anno lavoro in una sezione di “medi”. Vale a dire che i bambini con cui passo le mie giornate al nido hanno ormai quasi tutti due anni. Non vi sto a raccontare come si vive in sezione, perchè non ho, adesso, in mente di scrivere un articolo su questo argomento…Vorrei, piuttosto, posare lo sguardo su quelle famiglie che, sempre più di frequente, dicono di essere affaticate e di non riuscire a trovare strategie per la gestione dei loro bambini di più o meno due anni che vedono, all’improvviso, tanto diversi da come erano abituati.

Tanti genitori di bambini che si avvicinano a compiere i due anni o li hanno compiuti da poco si trovano, quasi da un giorno all’altro, in difficoltà. Soprattutto se sono al primo figlio. Soprattutto in un momento storico in cui è difficile confrontarsi, in contesti informali, con altri genitori. Dopo i primi due anni passati a prendersi cura del proprio figlio per aiutarlo nella strada verso l’autonomia, all’improvviso mamma e papà hanno di fronte una personcina che non è più il piccolo che spingevano a fare da solo ma un bambino che punta i piedi perchè vuol fare tutto da sé, che ne sia già capace o meno. Un bambino che ha imparato a camminare (e a correre), che riesce a mangiare da solo e a raggiungere ciò che desidera senza l’aiuto di un adulto, anche se la strada verso la completa autonomia è ancora lunga. E, pertanto, sono spiazzati. Sentono che il loro ruolo non è più lo stesso di prima ma fanno fatica prendere le nuove misure.

Intorno ai due anni il bambino consolida molte competenze e ne acquisisce altrettante; si muove sicuro e senza aiuti nello spazio, il linguaggio si arricchisce diventando la porta per la comunicazione con i pari e gli adulti di riferimento (che non sono più soltanto i genitori), nel gioco esprime temi personali e teatralizza scene di vita vissuta. E, soprattutto, in questo momento dello sviluppo, il bambino inizia a esprimere il suo Sè con frasi del tipo “voglio!”, “è mio!”, “faccio io!”.

Può essere tutt’altro che semplice avere a che fare, da un giorno all’altro, con un bambino che non è più il piccolo che è stato, ma credo si possa guardare ad un momento tanto complesso e fonte, per i genitori, di grande fatica e frustrazione con occhi diversi. Come affrontare questo momento senza sentirsi inadeguati? Si può, innanzi tutto, porre l’attenzione al fatto che il bambino, che prima dipendeva dai cargivers in tutto e per tutto, si è trasformato in una piccola persona che sta cercando la propria indipendenza; è vero, si oppone a tutto ciò che gli si dice ma lo fa perchè vuole affermare che è una persona, non una bambola, e vuole decidere da sé. Questo, senza dubbio, è un grande passo in avanti nello sviluppo, che non può che rendere orgogliosi e felici i genitori. Si può iniziare da qui per avere uno sguardo differente su quanto sta accadendo…dal fatto che la fatica della gestione del proprio figlio è dovuta alle sue nuove competenze ed abilità.

A due anni un bambino risponde quasi sempre “no”, qualsiasi domanda gli si faccia. Ha compreso che ci sono delle regole ma è ostinato e non vuole adeguarsi. Ciò non avviene perchè ha intenzione di mettere in atto continue sfide con i genitori, ma è un processo necessario per la crescita. Come ho detto prima, inoltre, a due anni aumentano le competenze: giocando, ora i bambini immaginano di mettere in scena la quotidianità; hanno più capacità linguistiche (e, infatti, comunicano con successo con i pari e con gli adulti) e motorie (cosa che dà loro grandi soddisfazioni ma li porta a rischiare spesso di farsi male); il loro mondo interiore si anima delle tante novità che attraversano un giorno dopo l’altro.

I genitori che, senza dubbio, conoscono meglio di chiunque altro i loro bambini, che sono coloro che, più di tutti, ne colgono i cambiamenti, quando sono al primo figlio possono trovarsi nella situazione di non sapere più, ad un certo momento, come comportarsi e come gestire al meglio figli, all’improvvisi tanto “difficili”. Questo accade perchè, molte volte, non hanno gli strumenti e il supporto per capire che cosa abbia causato i nuovi comportamenti e, allora, spesso, le uniche spiegazioni che riescono a darsi sono legate a uno stato di malessere dei piccoli o, se questi ultimi vanno al nido, a qualche errore commesso dalle educatrici.

E’, pertanto, molto importante che educatori e pedagogisti che si occupano di prima infanzia sostengano i genitori affaticati, perchè non è possibile occuparsi e preoccuparsi dei bambini molto piccoli senza occuparsi e preoccuparsi dei loro genitori. Può, in questo, venire in aiuto il metodo messo a punto dal pediatra T. B. Brazelton che, tra le altre cose, indica agli operatori di entrare in relazione con le famiglie attraverso ciò che egli definisce “guida anticipatoria”, sostenendo, nei momenti più difficili, le competenze dei bambini insieme a quelle dei loro genitori. E’ utile, quindi, che i professionisti dell’infanzia anticipino ai genitori gli aspetti cruciali della fase dello sviluppo che un bambino che si appresta a compiere due anni dovrà affrontare e far conoscere loro l’andamento discontinuo di tale sviluppo (come del resto deve accadere per tutte le diverse fasi dello sviluppo di un bambino). “Cominciai a pensare che il mio lavoro consisteva nell’imparare ad apprezzare i genitori. Quando cambiai il mio atteggiamento e iniziai a fidarmi di loro, loro cominciarono ad avere più fiducia in se stessi.”, scriveva Brazelton.

A due anni il bambino è sempre più attivo nelle sue interazioni sociali, sia con i famigliari, sia con i coetanei. Le richieste di ascolto e di vicinanza fatte ai genitori sono sempre più incalzanti ed essi, oltreché occuparsi della sicurezza del bambino, devono poter essere in grado di contenere le sue crisi, le frustrazioni e le emozioni a volte violente che vive quando si trova di fronte ad azioni complesse che non riesce a portare a termine. In questo momento dello sviluppo, inoltre, il linguaggio si arricchisce di nuove parole, diventando fonte di soddisfazione per il bambino, perchè può descrivere le sue azioni e diventa la porta della comunicazione con gli adulti e i pari. Le nuove competenze motorie lo portano a correre, nel corso delle esplorazioni che inizia a compiere con il corpo, una serie di rischi perchè inizia a correre, a prendere oggetti pesanti, ad arrampicarsi…E’ possibile che, prima di addormentarsi, intavoli monologhi che sono parte di quanto ha vissuto nel corso della giornata o del tentativo di addormentarsi dando significato al suo mondo e, nel sonno, possono comparire degli incubi che richiedono il conforto dei genitori.

E’ complesso preparare i genitori a questa fase dello sviluppo dei loro bambini, soprattutto a causa della presenza di tante emozioni negative, volubilità, crisi…ma è necessario sostenerli con forza affinché sappiano monitorare queste emozioni e i repentini cambi d’umore e, pertanto, aiutare i bambini a comprendere ciò che sta accadendo loro, cercando di essere confortanti ma, il più possibile fermi e non tentennanti. Può essere d’aiuto, in tutto ciò, coinvolgere i bambini nelle attività quotidiane, condividendo quello che accade e parlandone insieme, e introducendo piccoli compiti di responsabilità, come riordinare i giochi, apparecchiare o sparecchiare la tavola, lavare i piatti insieme…

Da educatrice e pedagogista che si occupa di infanzia da molti anni, credo che dare ascolto, in un momento complesso e difficile come questo, alle preoccupazioni dei genitori e dare voce alle loro emozioni, anche a quelle più negative, sia fonte preziosa di sostegno e li aiuti a capire ciò che sta accadendo ai loro bambini. Penso, ad esempio, a come vive un genitore di fronte alle prime crisi di rabbia del proprio figlio, soprattutto quando si fanno dirompenti e sembrano non voler avere fine; è disorientato, preoccupato, impotente…soprattutto se non sa che si tratta di un comportamento assolutamente fisiologico nel secondo anno di vita; ha, pertanto, bisogno di comprendere quello che sta accadendo e di confrontarsi sulle azioni da mettere in atto per rispondere ai bisogni di un bambino che sta attraversando questa fase. Noi operatori e professionisti non dobbiamo, però, limitarci a dare consigli o prescrivere comportamenti, ma è fondamentale che ci si metta in ascolto, condividere ciò che sta accadendo e provare a offrire una chiave interpretativa diversa. E’ utile rileggere insieme al genitore i comportamenti messi in atto dai bambini, perchè in questo modo li si aiuta ad entrare in relazione in maniera diversa. I momenti in cui i bambini sembrano fare regressioni, quelli che Brazelton definiva touchpoints, sono, in realtà, opportunità perchè essi e i loro genitori transitino verso nuove autonomie, in quanto, nel corso di questi momenti, i bambini provano a differenziarsi da mamma e papà, pur avendo timore di distanziarsi troppo perchè la separazione porta anche tristezza.

Nei momenti di cambiamento e disorganizzazione i genitori possono sentirsi inadeguati e preoccupati, perchè, indubbiamente, rappresentano il lato ombroso della crescita; è pertanto fonte di rassicurazione scoprire che certi comportamenti sono fisiologici e dà loro la possibilità di essere maggiormente consapevoli sullo sviluppo dei loro bambini. Dare informazioni che possono migliorare le loro abilità nella relazione di accudimento e di cura diventa un importante supporto alla genitorialità, perchè quando gli operatori e i genitori si confrontano sul comportamento dei bambini si apre la strada per comprendere meglio le loro emozioni e capire come, insieme, regolarle. Scoprire, insieme, come riconoscere e dare valore alle competenze dei bambini è uno dei modi più efficaci per promuovere la loro crescita.

L’Outdoor Education non si può improvvisare

Di questi tempi si parla tanto di Outdoor Education, pensando al fatto che, quando i servizi educativi riapriranno, sarà consigliabile restare il più possibile all’aperto per ridurre i rischi di contagio.

L’educazione all’aperto, però, è qualcosa di complesso; non è educare fuori nello stesso modo in cui si educa dentro. E, come tutto ciò che si connota come educativo, non va lasciata all’improvvisazione.
Essa è una strategia educativa, vasta e versatile, basata sulla pedagogia attiva e sull’apprendimento esperienziale; può essere utilizzata in molteplici itinerari educativi idonei ad approfondire, ampliare, dettagliare quanto viene svolto al chiuso. Non sostituisce, però, il sistema educativo più tradizionale, piuttosto lo affianca, lo completa con esperienze che l’ambiente chiuso non può offrire.

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Uscire all’aperto, però, non significa riproporre fuori quanto si fa dentro, bensì utilizzare quanto l’ambiente e la natura mettono a disposizione per ulteriori apprendimenti, caratterizzati dai fenomeni che, in modo del tutto naturale, si realizzano all’aperto e non al chiuso: la pioggia, la neve, il vento, la terra, il fango, le piante nelle varie stagioni, gli animali che si annidano tra la vegetazione o sulla terra o sotto terra…

Se l’uscire è parte del progetto pensato per quel gruppo di bambini, allora parliamo di Outdoor Education. Se, invece, è trascorrere del tempo all’aperto con i bambini quando c’è il sole, fa caldo,… allora parliamo di momenti ricreativi.
Il fuori diviene ambiente educativo se uscire non è casuale o limitato alla situazione di bel tempo, ma è cosa di tutti i giorni perché parte dell’esperienza educativa, connesso a quanto si fa all’interno, inserito nella progettazione e nella routine giornaliera.

Il carattere distintivo dell’Outdoor Education si configura in un approccio sensoriale-esperienziale mirato allo sviluppo del bambino (ma anche del ragazzo, dell’adulto…) e al suo apprendimento, all’interno di un contesto di relazioni che caratterizzano la sua vita sociale. In questo modo l’ambiente esterno assume la valenza di un contesto educante che, oltre ad essere un luogo in cui si apprende, offre l’opportunità di rafforzare il senso di rispetto per l’ambiente naturale e consente di esprimere e potenziare le competenze emotivo affettive, sociali, espressive, creative e senso-motorie.

L’Outdoor Education funziona tutte le volte che sviluppa la curiosità e l’esplorazione del bambino, che lo fa essere attivo lungo linee di “ricerca” appena suggerite dall’adulto. È l’avventura formativa il clima che anima l’Outdoor Education, che non vuol dire improvvisazione, ma predisposizione minima di ciò che è indispensabile, lasciando poi alla libertà esplorativa la ricerca di soluzione dei problemi.
L’Outdoor Education richiede una programmazione debole, un tempo lungo per dare ai bambini la possibilità di muoversi, osservare, esplorare. La migliore verifica didattica è sulle domande che i bambini pongono e sulle risposte che essi stessi elaborano nel confronto reciproco, didatticamente provocati dall’insegnante.

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Perchè scegliere questo approccio?
I boschi, i giardini, i campi, dal punto di vista pedagogico rappresentano vere e proprie risorse per un’educazione efficace, dal momento che stimolano la creatività, il rispetto per l’ambiente e un’interazione attiva ricca di stimoli; nel fuori vengono potenziate maggiormente le abilità senso-motorie, la cooperazione e la collaborazione tra pari e le relazioni intra-generazionali; in un ambiente non statico e aperto, inoltre, crescono le opportunità di esplorare e sperimentare. Sono motivazioni decisamente forti. A ciò si aggiunge che oggi, in un momento in cui si cerca di comprendere come far ripartire i servizi educativi in sicurezza, è molto chiaro che se ci chiudiamo in casa, stiamo in locali piccoli e affollati, in città sempre più inquinate, abbiamo più probabilità di essere contagiati.

Quando ci si accosta all’Outdoor Education, in primo luogo, è necessario che l’adulto sia convinto di stare bene nell’ambiente esterno. Se ciò non accade, può diventare molto complesso proporre ai bambini esperienze significative per il loro apprendimento nel fuori. La vita all’aria aperta richiede, poi, all’adulto un atteggiamento osservativo che sostiene le esplorazioni del bambino anziché predeterminarle.
Si può iniziare, pertanto, dando valore ai materiali naturali, informali, che diventano strumento di gioco particolarmente facilitante arricchendo l’esplorazione individuale e di gruppo. Materiali naturali che devono iniziare a trovare collocazione anche negli ambienti all’interno del servizio educativo.
Essere attenti osservatori significa cogliere e accogliere i gesti, gli sguardi, le parole e i racconti dei bambini, le loro intenzionalità ed interessi. Allo stesso tempo significa percepire anche quello che come adulti si sente e si pensa rispetto a se stessi, a ciò che si agisce nella relazione con i bambini e la natura, ascoltando se si è (o non si è) in sintonia emotiva con essa.

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In secondo luogo è necessario conoscere l’ambiente esterno in cui i bambini faranno le loro esperienze educative. Sia che si tratti del giardino del nido, sia che si tratti di una zona verde della propria città. Si deve procedere a una vera e propria indagine, per cui si può utilizzare una mappa cartacea, uno strumento sul quale registrare le conoscenze, le osservazioni e le aspettative relative al giardino/parco urbano, considerato come un insieme di pratiche e di relazioni.
La mappa mette in rilievo elementi naturalitici/strutturali, elementi specifici di pregio/risorsa o elementi di criticità: alberi, erbe, animaletti, tipi di terra; angoli e centri d’interesse: aiuole aroma che, angolo dello scavo, siepi e tane, ceppi di legno, alberi per arrampicarsi, luoghi dove è facile trovare animaletti e insetti, cumuli di foglie, erba più alta…; entrate, uscite, cancelli, recinzioni, punti eventuali di rischio, angoli ciechi…; strutture e giochi da esterno; modificazioni nel corso della giornata in relazione alla rotazione solare e alle stagioni: zone d’ombra per il pranzo, zone per il riposo estivo, zone di sole per piccoli orti , zone più umide perché ombrose o polverose in estate…; presenza di zone umide e di acqua. Tra le altre cose.

Una volta “disegnata” la mappa del proprio spazio esterno, è bene che individualmente gli adulti inizino ad osservare quello che qui accade. Si può osservare da tanti punti di vista: quali sono i punti potenzialmente pericolosi e che richiedono una vicina sorveglianza dell’adulto; quali sono le zone del giardino che trasmettono sicurezza e insicurezza all’adulto rispetto al fare dei bambini; quali sono i punti del giardino in cui i bambini non possono andare; quali sono i punti del giardino in cui i bambini possono stare senza l’adulto vicino; quali sono le potenzialità del giardino a sostegno dell’esplorazione e del gioco; quali sono le zone in cui i bambini si soffermano maggiormente e quali giochi fanno o utilizzano prevalentemente. Questi possono essere alcuni spunti.

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E poi si può iniziare a organizzare gli spazi, i materiali e i luoghi dove stare con i bambini per poter lasciare loro la necessaria libertà di movimento, di scelta e di autonomia, mantenendo invece per gli adulti un ruolo di supporto, sostegno e accompagnamento.
Aprire la porta al possibile non significa arrivare all’anarchia e permettere che in giardino accada qualsiasi cosa, ma significa ritrovare e ritarare ogni volta la giusta distanza nella relazione educativa, a seconda della composizione del gruppo dei bambini, del periodo dell’anno in cui ci si trova, delle età, del luogo in cui si è, delle dinamiche relazionali instaurate, del grado di conoscenza delle competenze dei bambini, del patto di fiducia con le famiglie.

La costruzione di tale patto deve essere frutto di un consapevole lavoro di gruppo e passare attraverso una comunicazione coerente con le scelte fatte.
Si deve passare, per questo, attraverso una serie di step:
condividere nel gruppo di lavoro su cosa si basa il patto educativo;
definire come e quando condividere la progettazione educativa con le famiglie;
definire come si intende coinvolgerle: soltanto da un punto di vista comunicativo e informativo (ovvero il progetto inizierà̀ da…, si svolgerà̀ secondo questi obiettivi…) oppure con modalità̀ di partecipazione più attive;
conoscere che cosa pensano le famiglie dell’educazione in natura e quali informazioni hanno in merito.

Quando alla fine dell’emergenza i servizi educativi potranno ripartire è possibile che molti sperimentino, in una situazione che verosimilmente sarà nuova per tutti, percorsi di Outdoor Education. Anche servizi che non vi si erano approcciati in precedenza o lo avevano fatto in maniera assolutamente marginale al progetto educativo.
Ed è possibile che, da parte di molti genitori, ci siano delle resistenze, soprattutto dopo un’emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo.
A parole sembra tutto bello e facile quando si sta all’aperto con i bambini, ma, invece, le resistenze sono tante. Soprattutto quando l’approccio è nuovo e poco conosciuto. E ai dubbi e alle perplessità dei genitori si aggiungono quelli
che attanagliano anche noi educatori: “e se i bambini prendono troppo freddo? Oggi è troppo umido che rischiamo di farli ammalare…,hanno già tutti il raffreddore….”.
Le resistenze possono essere legate al fatto che purtroppo tendiamo ad aver uno stile di vita estremamente casalingo e si tende a proteggere i bambini da tutto, tanto che, a volte, un ginocchio sbucciato può diventare una tragedia.
Compito dell’educazione è, però, aiutare il bambino a saper riconoscere e gestire le situazioni di rischio e di pericolo. Crescere significa costruire valore di sé incontrando i propri limiti e cercando di superarli. Il bambino ricerca il rischio come opportunità di mettersi alla prova, confrontandosi e imparando a gestire paure, pericoli e rischi inventandosi e sperimentando strategie e soluzioni adatte.

Siamo, del resto, nati per vivere all’aria aperta e una vita passata il più possibile fuori consente di crescere meglio e di essere più sicuri e intraprendenti.
Il gioco in un ambiente esterno è molto più variato rispetto a quello svolto in un ambiente strutturato, è una realtà quotidiana piena di sorprese, esplorazioni, osservazioni continue e sempre differenti.
E poi ci sono tutti i benefici sulla salute che derivano dal vivere all’aperto facendo passeggiate e “temprandosi” alle variazioni climatiche: i bambini corrono meno rischi di contagiarsi stando all’aperto che non nei luoghi chiusi.

Io credo che le resistenze, tutte quelle che ci saranno, dovranno essere accolte, ma ci si dovrà concentrare, insieme, educatori e famiglie, sui benefici di questo approccio. E sarà importante che il gruppo di lavoro sostenga con i genitori le argomentazioni che trattano i benefici delle esperienze in natura presentando le motivazioni alla base della progettazione del servizio e sostenendo le competenze genitoriali nella direzione di uno stile educativo aperto al possibile e al ripensarsi nell’ambiente esterno.

L’educazione in natura è l’occasione per condividere, problematizzare e riflettere con le famiglie, sugli stili educativi e sul rapporto con la natura. La comunicazione con le famiglie non si può̀ improvvisare.

 

I servizi educativi non devono chiudere! Non devono essere abbandonati!

Ieri sera ho guardato “Striscia”. Erano anni che non lo facevo. Chissà perché proprio ieri. Passavano le immagini ed ero annoiata, quando, a un certo punto, è stato mandato in onda il servizio di Chiara Squaglia.
Amici di Striscia, oggi parliamo di rette!…Le rette degli asili nido…Ebbene diversi genitori ci hanno segnalato che alcuni asili nido PRETENDONO comunque il pagamento dell’intera retta mensile!
Quanto sdegno nelle parole della Squaglia. Del resto, lei fa il suo mestiere. E l’audience deve essere alta.

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Mi sono irrigidita. Ho ascoltato tutto il servizio con la massima attenzione. Mi sono sentita chiamata in causa.

Come tanti sanno, ho gestito un servizio educativo per dieci anni. Lo scorso luglio, però, ho deciso, per una serie di motivazioni di cui non discuto in questa sede, di cedere l’attività. E’ avvenuto tutto con molta facilità…il nido funzionava bene, con degli utili di tutto rispetto (cosa non tanto scontata di questi tempi)…Ho ceduto solo il nido. Non ho ceduto le emozioni vissute in tanti anni, la ricchezza (non i termini economici) che il lavoro in quel posto mi aveva donato, la professionalità acquisita grazie all’aver attraversato quel servizio…Tutto questo l’ho tenuto gelosamente per me, per condividerlo con le mie nuove colleghe e tutti coloro che avranno piacere ancora di condividerlo.

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Non ho il cuore pesante in questi giorni, non posso dire diversamente…

Lavoro in un nido comunale e credo che difficilmente, alla fine dell’emergenza, non ritroverò il mio posto…Sarà tutto diverso, questo lo so…ma non sarò rimasta senza un lavoro. E di questo, benché non sia donna di fede, forse devo ringraziare il Cielo.
Ho, però, tante care amiche che sono titolari di asili nido o centri per l’infanzia che hanno l’animo gonfio di angoscia. Maria Teresa, Alice, Alessia, Sandra, Letizia, Federica, Ambra, Ilenia, Viviana, Cinzia…e, con loro, tantissime altre.

Intendiamoci, so bene che tante famiglie sono in difficoltà e che la richiesta di sospensione delle rette, visto che non ricevono un servizio, è sacrosanta e se vale per le strutture pubbliche non può non valere per quelle private, per non creare una disparità tra i cittadini.
Ma so anche bene, molto bene, che per le strutture private le rette pagate dalle famiglie sono l’unico strumento per pagare dipendenti, collaboratori, utenze, affitto e tutte le millemila spese che devono continuamente affrontare.

Una famiglia, in media, paga 450 Euro di retta se ha un figlio al nido e 160 Euro se ha un figlio alla scuola dell’infanzia. Mi riferisco ai servizi privati. Sono tanti soldi? Si tratta di cifre eque? Per una famiglia possono essere cifre importanti e non facili da racimolare, per qualcun altro, invece, si tratta di poca roba…Ci sono famiglie di operai, dove lavora magari solo uno dei due genitori, e famiglie di industriali che hanno la seconda casa a Cortina e la barca al Lago. Non si fanno i conti in tasca a nessuno. Non è etico.

Posso, però, pensare al bilancio mensile di un piccolo servizio come quello che gestivo io. I bambini erano 24. Con una media di 450 Euro a famiglia al mese, si fatturavano poco più di 10.000 Euro al mese…Se filava tutto liscio…perchè è successo più di una volta che qualcuno si defilasse senza pagare.
E con questi 10.000 Euro o poco più si pagavano i dipendenti (io ne avevo quattro…fate due conti), i diversi professionisti (supervisore, commercialista, consulente del lavoro…), le utenze, le derrate alimentari, il materiale per le attività, le manutenzioni e l’affitto. E si metteva da parte quanto serviva per il mese di agosto, in cui non erano previste entrate perché il nido era chiuso. E anche quanto serviva per il mese di luglio…quante volte è successo che un bel numero di famiglie il 30 di giugno ritirassero il proprio bambino benché il regolamento prevedesse che non erano concesse disdette oltre il 10 di febbraio.

Dico, pertanto, forse anche con un po’ di cinismo, che un mese, massimo due, di rette non versate determinerà la chiusura di una grandissima parte dei servizi educativi privati. A meno che non intervenga lo Stato.

Riporto stralci di quanto ha scritto la mia amica Maria Teresa Guerrisi, titolare del nido “La monelleria di Carignano” di Genova, forse amareggiata dopo aver ascoltato anche lei il servizio della Squaglia.

“Quello che penso è che sia ingiusto fomentare una guerra tra poveri, dividere servizi dalle famiglie in questo modo….Personalmente penso costantemente alle famiglie perché come dice Patrizia Granata “si è educatori sempre”, penso a quelle famiglie che corrono il rischio di affidarsi ad associazioni che è risaputo che nei momenti di crisi agiscano tirando su polveroni per aumentare i tesserati, oppure ad avvocati “strappa like” che se fossero persone serie saprebbero benissimo che una famiglia firma un contratto, anche se spesso i gestori agiscono attraverso una grande flessibilità questo esiste ed è sottoscritto….Ognuno è libero di agire come crede, anche di fare vertenza a quei luoghi, quelle persone che Ha SCELTO tenendo in considerazione la Qualità del servizio offerto, quelle stesse persone che intendono l’educazione come “cura dell’anima” (L. Mortari); con le quali hanno sottoscritto non un contratto ma un patto di alleanza educativa…”.

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Credo che un certo numero di famiglie, per quanto possibile, non abbandonerà i nidi e le scuole dell’infanzia con cui ha stretto alleanza…qualcuno, invece, lo farà e sarà certamente per motivi buoni e sacrosanti. Mi auguro, allora, che lo Stato in cui ancora credo possa e voglia intervenire. Se il nido di Maria Teresa, quello di Letizia, Alessia, Alice…e di tante altre chiuderanno, la perdita sarà inestimabile. E non perché verranno meno dei preziosi posti-nido…o non solo per quello…Perchè perderemo, perderete, dei servizi di rara qualità, in cui davvero il bambino è al centro e in cui si fa Educazione, scritto con la maiuscola. Si fa realmente Educazione.

Ancora Maria Teresa scrive: “Ricordate anche che i servizi educativi riapriranno, magari in estate quando avendo consumato le ferie sarà necessario lavorare e permettere ai vostri figli di accedere a luoghi sicuri, con personale competente, e quando le porte saranno chiuse, perché l’ossigeno è terminato, forse…i redattori di questi servizi televisivi saranno in grado di trovare una soluzione per voi.”.

Nessuno pensa a questa eventualità? Quali servizi frequenteranno i bambini? I nostri nidi comunali sono pieni e, se sarà il caso, potranno accoglierne una piccola percentuale di bambini rimasti fuori dai servizi privati e non so bene in base a quale criterio. E gli altri?

Questo non è il momento di unirsi contro i servizi educativi, di PRETENDERE (come dice soddisfatta la Squaglia) i rimborsi delle rette versate; è il momento di allearsi con questi stessi servizi, al fine di chiedere a chi di dovere di sostenere tutti con equità.

I risarcimenti, ne sono certa, arriveranno…Provate ora solo a lasciare un po’ di tregua a Maria Teresa, Alice, Letizia e a tutte le persone che, in maniera virtuosa, hanno gestito i servizi educativi frequentati dai vostri bambini. Le avete abbracciate tante volte, avete pianto con loro guardando i cambiamenti dei vostri bambini, avete mostrato riconoscenza.

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Non lasciatele sole ora. Non lasciatele sole in questo momento difficile in cui non possono dire quello che vorreste sentirvi.

Sarebbe terribile. A me è accaduto quando avevo le spalle ben coperte. So quanto può essere terribile.

Verso una deriva educativa?

Scuole e asili sono chiusi. Ormai è un mese. Bambini e ragazzi sono a casa. Inizialmente si incontravano, in casa di qualcuno, nei parchi durante le prime giornate tiepide.
Da parecchi giorni, però, le relazioni hanno preso una piega diversa. I nostri bambini e i nostri ragazzi non vedono i loro amici, li sentono via chat, via Skype, o via qualsiasi altra modalità legata alla tecnologia. I corpi, però stanno a distanza. E trascorrono tutta la giornata con i genitori che, se va bene, si destreggiano con lo smartworking e, se va male, hanno un parente o un amico in ospedale.

Le relazioni hanno preso una piega diversa. Inevitabilmente. Non si tratta di perdere giorni, non fare lezione per chi va a scuola, di non portare a termine i progetti, di non finire il programma, bensì, ahimè, di smarrire progressi frutto di fatiche condivise in anni e anni di impegno di insegnanti, educatori, famiglie e, soprattutto, bambini e ragazzi. È un patrimonio inestimabile.
I servizi educativi, gli asili, le scuole sono per i bambini e per i ragazzi, corpo, sostanza, vita, parte di sé.

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Questi giorni perduti, questa tempi e luoghi non vissuti, questa lontananza educativa pesano come macigni. Stare a casa con mamma e papà, fare attività con loro (magari per meno di mezz’ora perché comunque i genitori lavorano o i bambini e i ragazzi non riescono, in questo periodo, a concentrarsi a lungo), vedere su cellulari e tablet educatori ed insegnanti serve a non perdere il contatto con i servizi educativi o la scuola, ma non è sufficiente. E’ tanta roba senza dubbio. Essenziale e vitale come l’aria che si respira. Ma quando manca l’aria…

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Le prove nella vita (e quella che stiamo affrontando è indubbiamente una delle più grandi che mai abbiamo vissuto o vivremo) ci fanno scoprire chi siamo veramente, fanno “abbassare la cresta” a chi pensa di averla perchè la prova è per tutti e tutti nella prova sono uguali. Certamente non è il caso ora di sfoderare il detto “mal comune mezzo gaudio”, piuttosto ognuno deve metterci del suo e dare il massimo affichè il gruppo superi la prova.

Cosa possiamo fare noi che ci occupiamo di educazione?
Non certo chiedere a gran voce di riaprire le scuole rischiando il contagio e neppure pensare di andare a svolgere il nostro lavoro nelle case..il virus non si ferma certamente sulle soglie.
Non c’è soluzione? Siamo destinati ad assistere ad una delle più grosse derive educative dell’ultimo secolo?

I bambini, del resto, i bambini dei “nostri” servizi, i bambini tutti, non vengono mai menzionati nei decreti…almeno…non ho mai letto nulla che si riferisca a loro, ma se sbaglio sono pronta a fare ammenda. Non sono, però, scomparsi. Sono chiusi nelle loro case…a volte li vediamo sui terrazzi, perché è stata data la possibilità di uscire di casa solo a chi deve andare al lavoro, a chi deve fare la spesa (uno solo alla volta) o a chi ha gravi motivi comprovati. Lasciare che i bambini abbiano, anche solo per pochi minuti al giorno, la possibilità di essere immersi nel mondo, di rimanere in contatto con ciò che prima era tanto per loro, non rientra tra le motivazioni gravi. Devono, pertanto, restare in casa. Isolati. E manca l’aria…

E allora?

Proviamo a porci il problema e a farcene carico cominciando fin da subito a progettare momenti di “recupero”, “banche ore” (quelle perse in queste settimane ad esempio?) da utilizzare in base alle inevitabili esigenze/difficoltà del rientro… e forse, anzi di certo tanto altro. I bambini e i ragazzi non possono essere lasciati soli, non devono essere percepiti come effetti collaterali o ignorati dalle istituzioni. Buttiamo sul tavolo tutte le idee che ci vengono in mente. Discutiamone e discutiamone ancora nei nostri gruppi di lavoro.

Il costo sociale di lasciare a casa, con i genitori che lavorano in smart working, tutti i bambini e i ragazzi del paese potrebbe essere insopportabile. Lo hanno detto anche tanti uomini illustri della cultura, della politica…e credo che abbiano fatto centro.
Come ho già detto prima, i diversi esperimenti digitali sono piuttosto una «vicinanza» dei servizi e della scuola agli studenti. Non si tratta dei servizi e della scuola che entrano nelle case. Sono strategie per non lasciare i bambini e i ragazzi soli e spaesati, ma non sostituiscono la comunità. Il gruppo classe. La sezione.

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E’ difficile comunicare in una chat…lo è per gli adulti…imaginiamo quanto lo può essere per i bambini. E’ difficile sintonizzarsi e la frustrazione sale.

Dobbiamo domandarci quale impatto avrà, una volta finita l’emergenza, la chiusura di scuole e servizi su bambini e ragazzi. Credo che percepiremo chiaramente un aumento del divario educativo tra chi può contare su famiglie solide e in condizioni economiche buone e chi invece vive in famiglie con pochi strumenti educativi e condizioni economiche svantaggiate. Non solo per l’accesso al digitale, ma anche per l’impegno che viene richiesto alle famiglie per seguire i figli in queste settimane. Chi sta svolgendo il ruolo dei servizi educativi e delle scuole? Forse dei genitori virtuosi o “del mestiere”…ma saranno tanti coloro che, speriamo momentaneamente, perderanno importanti punti di riferimento.

I servizi e la scuola in rete ,per definizione, rompono il gruppo e creano tante barriere spaziali, sia tra i bambini e i ragazzi, sia tra gli educatori e gli insegnati, sia tra i bambini/ragazzi e gli educatori/insegnanti.
Non tutte le tecnologie disponibili sono in grado di risolvere i problemi complessi dei processi di apprendimento. Penso al fatto che un uso non attento di alcune tecniche rischia di negare l’accesso alla scuola ad alcune fasce. Oppure a coloro che vivono in situazioni di svantaggio socio–economico, che sono tantissimi/e nelle periferie in cui lavoro, che magari non possiedono dispositivi informatici adeguati o hanno uno scarso accesso alla rete. Come si fa con loro? Come si fa davvero ad assicurargli le relazioni che vivevano prima dell’emergenza? L’uso della tecnologia in servizi educativi e scuole presuppone anche un diverso coinvolgimento delle famiglie. Ma non tutte le famiglie sono in grado di seguire le/i figlie/i allo stesso modo, sia perché molti non hanno l’alfabetizzazione necessaria per usare le tecnologie, sia perché questo sovraccarico di lavoro di cura sulle famiglie mal si coniuga con le misure che il governo sta prendendo per le lavoratrici/lavoratori ( smartworking,  continuità della produzione in alcuni settori,…). Come fare per garantire a tutti i bambini e i ragazzi gli stessi diritti?

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E la paura? I bambini e i ragazzi hanno paura. E’ percepibile sempre di più questa loro paura. Chi si occupa di rispondere alle loro domande? I genitori sono troppo coinvolti dal punto di vista emotiva, benché si stiano tirando fuori risorse che non avremmo mai immaginato di possedere, ma le vite dei nostri bambini e dei nostri ragazzi procedono sospese, tra le grate dei balconi. Sono in attesa di un “ritorno” alla normalità, alla vita di sempre, ma tutto appare sempre tanto lontano.

La storia ci insegna che nelle emergenze si introducono trasformazioni tutt’altro che temporanee. Quello che si è introdotto per tamponare singoli eventi presto diventa lo standard o, almeno, un precedente capace di condizionare la gestione futura. Dovremo fare tante riflessioni in merito. Ma è ancora troppo presto.

Siamo ancora spiazzati, facciamo ancora tanta fatica ad accettare lo stato delle cose, tutto ci pare “surreale”…e “surreale” è forse la parola oggi più usata sul web. Ciò che Ata accedendo, però, è assolutamente reale e dobbiamo pensare a delle soluzioni. Non vogliamo andare alla deriva.

Quello che, però, possiamo fare è cercare ora più che mai l’alleanza servizi/scuola con le famiglie di cui tanto si è parlato e si continua a parlare. E’ importante agganciarle tutte le nostre famiglie…andiamo a cercarle se rimangono nell’ombra e tentiamo di comprendere se e perché sono in difficoltà.

Con i piccoli è più difficile…ma facciamoli parlare, facciamoli raccontare, a modo loro, che cosa stanno vivendo, che cosa sentono. Con i più grandi, possiamo chiedere che scrivano…farà bene loro. Tanto.

Cerchiamo di dare alle famiglie delle strategie per so-stare nell’emergenza e non farsi travolgere dall’immensa fatica. E’ difficilissimo spiegare ai bambini come mai potrebbero infettare qualcuno stando a metri di distanza, forse impossibile…lo sappiamo, ma possiamo trovare insieme le parole…E’ venuto ora il momento di stare. Tutto quello che c’era da fare già lo abbiamo fatto.

E rassicuriamole su fatto che, quando tutto sarà finito, forse non tutto sarà come prima, ma noi educatori, pedagogisti ed insegnanti saremo accanto a loro nella ricostruzione. Di qualsiasi entità essa sia. E, soprattutto, cerchiamo di far comprendere il senso ed il significato di tutto ciò che stiamo facendo nelle nostre case. Più che mai oggi abbiamo il dovere di promuovere partecipazione.

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