Qualche spunto per la scelta della scuola dell’infanzia

E’ il momento dell’iscrizione alla scuola dell’infanzia…molti genitori, in questi giorni frequentano, sui social network, i vari gruppi di mamme e fanno domande, generalmente rivolte a genitori di bambini che già frequentano o hanno frequentato in passato le diverse scuole dell’infanzia, per orientarsi e confrontarsi…

Consigliate per favore qualche buona scuola materna per il mio piccolo ometto di 3 anni? L’inglese sarebbe sicuramente un plus!...”

Sapreste indicarmi una buona scuola materna, dove le maestre siano competenti, facciano belle attività educative e magari anche con giardino esterno?…

Avete già scelto l’asilo? (intendo scuola materna). Cosa consigliate? Con quello che si sente ho un po’ paura…Volevo chiedere anche se qualcuno come me ha figli prematuri gravi…

Sono alcune delle richieste che si leggono scorrendo i vari gruppi su Facebook.

E’ normale essere un po’ in ansia e avere bisogno di sentire i pareri di altri genitori in merito alle esperienze vissute…Non esistono, però, a queste domande risposte universalmente valide, così come non esistono regole nei criteri di scelta. Ogni bambino e ogni famiglia hanno caratteristiche e bisogni unici e diversi, così come unica è l’organizzazione del quotidiano, l’ambiente e lo stile di vita…

La prima cosa da fare, quindi, quando ci si accinge a scegliere la scuola dell’infanzia e’ cercare di capire di che cosa il proprio bambino ha davvero bisogno per la sua crescita e per stare bene…La scuola dell’infanzia migliore (se davvero esiste) è quella in cui il bambino può fare esperienze davvero significative per lui, in cui si senta accolto, a proprio agio e sereno. Non certo la scuola che i genitori ritengono “buona” perchè si fanno questa o quest’altra attività… E’ molto importante, pertanto, fermarsi a riflettere e dirsi quanto la scelta piace a noi genitori e quanto è operata pensando al proprio bambino. Con molta onestà e obiettività.

Ad esempio un bambino che ha qualche difficoltà nel linguaggio non potrà sentirsi bene in un contesto in cui lo espongono per tanto tempo all’inglese o a un’altra lingua straniera…Così come esporre un bambino di nemmeno tre anni a tante proposte potrebbe essere controproducente perchè portare avanti numerose attività richiede un’elevata dose di energia, impegno e attenzione. Se questo è vero e spesso faticoso e stancante per un adulto, lo è molto di più, e potenzialmente più dannoso, per un bambino, soprattutto se è molto piccolo e se non ha mai fatto l’esperienza del distacco dalla famiglia. A lungo andare, infatti, troppi stimoli possono determinare nel bambino eccessiva stanchezza e stress, che si può manifestare con nervosismo e irritabilità, dolori somatici di vario tipo (mal di testa, mal di pancia, aggressività e instabilità dell’umore…).

Ogni bambino (e ogni famiglia), però, ha il diritto di frequentare un servizio per l’infanzia che sia davvero di qualità. E una scuola dell’infanzia di qualità non può avere programmi predefiniti o ricette educative confezionate in anticipo: i bambini “lavorano giocando” e la scuola dell’infanzia deve tenerne conto, facendo in modo che i piccoli vivano creativamente e spontaneamente le loro esperienze di apprendimento. Una scuola di qualità ha una visione del bambino come soggetto attivo, impegnato continuamente nell’interazione con i suoi pari, con gli adulti, con l’ambiente; deve, pertanto, fare sì che i bambini e le bambine che la frequentano raggiungano visibili traguardi di sviluppo su tre aspetti fondamentali: l’identità, l’autonomia e la competenza. Assicuratevi di tutto ciò nella vostra scelta.

E’, pertanto, necessario che nella scuola si respiri un clima di sicurezza, di serenità e di sollecitudine. L’ambiente deve essere accogliente, ricco di stimoli culturali (che non significa tanti giochi messi a disposizione senza alcun criterio…anzi…), flessibile nell’organizzare proposte didattiche diversificate, vale a dire attento alle diverse esigenze dei bambini, che sono diversi per storia, stili di apprendimento e culture di appartenenza.

A che cosa prestare attenzione quindi?

Intanto a come vengono gestiti gli spazi e i materiali. Questo non significa che tutto debba essere nuovo di zecca. Tuttavia uno spazio organizzato e i materiali in ordine sono ciò che aiuta i bambini a usarli in maniera utile, a livello percettivo e cognitivo. Uno spazio pulito e ordinato è un ambiente del quale ci si prende cura.

Se gli spazi sono piacevoli e stimolanti, si prendono cura di chi li frequenta e trascorre in essi molte ore della sua giornata, significa che chi li ha progettati e gli adulti che tutti i giorni li abitano e operano in essi hanno posto l’attenzione (e continuamente la pongono) a quanto lo spazio può influire sulle dinamiche educative.

E’ importante, quindi, che i genitori che scelgono volgano attentamente lo sguardo all’architettura dello spazio educativo, che non deve essere puro assemblaggio di spazi e materiali, ma deve scaturire da un costante dialogo con il progetto pedagogico. La scuola deve essere organizzata in spazi differenziati funzionali a rispondere ai bisogni propri dei bambini che hanno età diverse. Vi devono essere spazi, interni ed esterni, che favoriscano gli scambi comunicativi tra bambini, ma anche tra questi e gli adulti ed anche spazi che favoriscano momenti di intimità individuale, soprattutto dei più piccoli che, soprattutto se non arrivano dal nido, devono essere messi nelle condizioni di esprimere al meglio le loro potenzialità, le loro competenze e le loro curiosità e devono sentirsi protagonisti attivi dei percorsi educativi e costruttori della loro identità.

E’ bene, poi, prestare molta attenzione alla creatività; dopo i tre anni i bambini si affacciano al mondo del fantastico, in cui si aprono tutte le potenzialità creative che vanno incoraggiate. Pertanto, ai lavoretti prestampati da colorare restando dentro ai bordi, preferite le scuole che propongono attività con il materiale naturale o di riciclo.

L’architetto Simon Nicholson, negli anni 70 de secolo scorso, usò il termine “loose parts” (che significa letteralmente “parti sciolte”, cioè materiale libero, che può essere utilizzato in ogni modo possibile e immaginabile) per descrivere materiali vari che possono essere utilizzati e manipolati in molti modi. Formulò una teoria secondo cui la ricchezza di un ambiente dipende dall’opportunità con cui esso lascia spazio alle persone di interagirvi e di fare collegamenti. Chi si occupa di prima infanzia ormai riconosce la veridicità delle affermazioni di Nicholson e documenta da tempo, giorno dopo giorno, quanti apprendimenti possono verificarsi quando i bambini sono lasciati liberi di inventare, creare, esplorare, e ordinare materiali non strutturati. Altro che schede prestampate da colorare!

Un altro elemento da considerare in fase di scelta è la presenza o meno di uno spazio esterno vasto o di un  giardino. E’, però, importante, prestare molta attenzione agli spazi esterni, che devono essere altro da un giardinetto con scivoli e altalene. Devono essere “ricchi di natura” e di possibilità (penso ad angoli in cui si possono creare piccoli orti, zone umide, alberi, tronchi che si possono trasformare in tutto ciò che la fantasia e la creatività dei bambini porta fuori, sabbiere, sassi e sassolini…)…Devono, insomma, essere luoghi in cui i bambini possano diventare esploratori e trasformare i loro comportamenti e i loro atteggiamenti sul mondo naturale. Del resto, la natura, tanto semplice ma tanto complessa e variegata, permette ai bambini l’accesso a giochi ricchi e affascinanti e, soprattutto, all’apprendimento attraverso l’esperienza.

Molti genitori che mi chiedono un parere in merito alla scelta della scuola dell’infanzia si chiedono se sia meglio la sezione omogenea o quella eterogenea.

Consiglio sempre di orientarsi verso la sezione eterogenea, cioè quella composta da bambini di età (e quindi competenze e abilità) differenti. Il gruppo misto, rispetto a quello omogeneo, presente tre grandi vantaggi: favorisce più ampie possibilità di relazioni (sia tra bambini coetanei sia tra bambini di età diverse), permette l’imitazione del piccolo verso il grande (e anche il contrario), permette pratiche di cura del grande nei confronti del piccolo. Il piccolo, inoltre, avendo più modelli da cui attingere (gli adulti e i pari), imita il gioco e l’azione del grande, provando, sbagliando e riprovando e queste esperienze lo condurranno più agevolmente all’autonomia; il fascino esercitato dai bambini più grandi, poi, lo porta a desiderare di entrare nei loro giochi facendo nuove sperimentazioni.

Il gruppo misto, inoltre, rimanda a due concetti molto importanti: “cooperazione” e “conflitto”. Queste sono modalità dello stare insieme osservabili fin dai primi mesi di vita e già nei primi anni la comprensione dei rapporti all’interno della famiglia diventa strumento utile nella gestione delle proprie relazioni sociali: riconoscere il leader della situazione e allearsi con questo, tentar di influenzare il giudizio del leader per poterne godere a scapito degli altri, sapere come comunicare e differenziare la propria modalità di comunicazione a seconda dei destinatari per poter indurre azioni o per relazionarsi sembrano essere competenze ben sviluppate sin da molto presto.

Concludo spendendo qualche parola rivolta a quei genitori che cercano una scuola in cui sia proposto l’inglese.

Molte delle scuole che conosco personalmente che propongono la lingua inglese, a mio giudizio offrono proposte che risultano non troppo efficaci se lo scopo è quello che il bambino o la bambina apprenda una lingua straniera. Spesso, infatti, si lavora su argomenti che si ripetono sempre uguali (imparare il nome dei colori, degli animali o i numeri) e che sono quasi sempre al di fuori del contesto realmente vissuto dai bambini. Saper ripetere a pappagallo dei numeri, il nome dei giorni della settimana o dei colori non vuol dire che i bambini stanno imparando una lingua straniera.

Secondo Alberto Oliverio, professore emerito di psicobiologia presso l’Università La Sapienza di Roma, il modo migliore è quello di imparare giocando. In alcuni paesi europei, per esempio, si mette in atto la strategia dell’apprendimento recitato: i bambini devono recitare in gruppo una serie di vocaboli accompagnandoli con gesti e movimenti che ne rappresentino il significato. Uno studio sull’efficacia di questo metodo indica che gli studenti hanno raggiunto prestazioni tre volte superiori rispetto a coloro che hanno seguito altre metodologie. La tecnica sfrutta il fatto che le memorie motorie (legate all’esecuzione di un particolare movimento) sono particolarmente robuste e influenzano quelle legate al linguaggio.

Tutto ciò che si vuole trasmettere ai bambini, per essere efficace, deve essere connesso con le loro esperienze reali.  Se si vuole che apprendano fin da piccoli una lingua straniera a scuola, pertanto, si deve fare in modo che riscontrino che la lingua è utile nella vita di tutti i giorni e che è uno strumento con cui possono comunicare.

E’, quindi, fondamentale domandare a quelle scuole che propongono l’inglese se è ben chiaro loro come funziona lo sviluppo linguistico e psicofisico dei bambini, come essi imparano e così quali materiali, quale didattica e quali strategie affettive utilizzare per fare un lavoro davvero efficace. Altrimenti è meglio optare per una scuola di lingue e privilegiare le scuole dell’infanzia in cui i progetti vanno oltre la ricerca affannosa di iscrizioni.

E, infine, cari genitori, andate un po’ “di pancia”… Se, ad un certo momento, dopo aver visto, domandato, riflettuto sentite che quella scuola lì è quella giusta per il vostro bambino orientatevi su quella è fate l’iscrizione con serenità.

Affrontiamo (e superiamo) insieme la paura

In questo tempo fatico a mettermi nell’ottica della progettualità. Accade perchè il terreno su cui costruire è ancora sabbia mobile e ho come la sensazione che, dopo un po’, tutto crolla. Non sarà così per sempre. No, ne sono certa. E’ così adesso.

Mi trovo, quindi a scrivere di argomenti che affronto con chi si rivolge a me perchè è in difficoltà in questo lungo momento di emergenza.

Succede che si parli di paura. La paura dei bambini e dei ragazzi. Di perdere qualcuno di caro. Di non vedere per tanto, troppo tempo gli amici, i familiari. Di non tornare più a scuola. Ma anche la paura degli adulti. Di ammalarsi. Di non potersi prendere cura dei figli o dei genitori anziani. Di perdere il lavoro. Del vuoto. E, da qualche giorno, anche la paura di tornare ad uscire rischiando di ammalarsi.

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Che cos’è la paura? E’ un’emozione. E’  una condizione pervasiva ed imprevista. E’ anche uno stato di preoccupazione e di incertezza.
Quando abbiamo paura sentiamo una forte spiacevolezza e un intenso desiderio di evitamento nei confronti di un oggetto o situazione che giudichiamo pericolosa.
La paura fornisce la motivazione necessaria alla mobilitazione delle energie; soltanto quando è eccessiva porta a compiere azioni avventate e controproducenti. Una persona senza paura non potrebbe sopravvivere a lungo. Potrebbe, ad esempio, attraversare, incurante, la strada con il rosso.
Sotto l’effetto della paura i battiti del cuore aumentano, la pressione del sangue accelera, gli occhi sono sbarrati oppure serrati, le pupille dilatate, le orecchie tese a cogliere ogni rumore sospetto oppure tappate con le mani, la pelle d’oca, la sudorazione intensa, le pulsazioni accelerate. In questo stato di allerta, anche gli organi interni, come intestino e reni, lavorano ad un ritmo vorticoso, tanto da produrre diarrea e disturbi di digestione, gli zuccheri si riversano nel sangue, aumentano le secrezioni da parte dell’ipofisi e della midollare del surrene. Aumentano l’attenzione e la velocità delle reazioni. Più estesa è la situazione che provoca paura, più sembrerà minacciosa al soggetto e più violente saranno le emozioni provate.

E i bambini? Che succede nei bambini quando dicono di avere paura?

La forma primaria di paura nei bambini è la perdita del contatto fisico con la mamma. Poi hanno paura dell’estraneo; della separazione. A 3/5 anni arriva la paura del temporale, del buio, dei mostri, delle streghe, di Babbo Natale e della Befana, elementi che affascinano ed al tempo stesso spaventano; poi la paura dei pericoli fisici, di ferirsi, ammalarsi.
Dopo i 6 anni alcune paure degli anni precedenti possono essere padroneggiate perché ora il bambino ha maggiori competenze; può, però, cogliere altre minacce come quella dei ladri, dei danni fisici, della morte e dell’abbandono. Fanno, inoltre, la loro comparsa i timori legati al proprio stato sociale, come scolaro per esempio, e alle interazioni con gli altri: esami, litigi, sopraffazioni, nonché la paura di essere rifiutato dai compagni.

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Può accadere, ad un certo punto dello sviluppo, che alcune paure legate a periodi precedenti si ripresentino come regressioni a stadi precedenti dello sviluppo; ciò si spiega con la condizione di instabilità che contraddistingue tutta l’età evolutiva. Dopo un forte spavento, infatti, o di fronte a situazioni angoscianti che si protraggono nel tempo è normale che i bambini regrediscano temporaneamente a comportamenti tipici di uno stadio precedente del loro sviluppo e se ciò avviene è perché in quello stadio si sentivano più protetti e sicuri.

L’atteggiamento dei genitori, può influire positivamente o negativamente sulle paure nei bambini. Ci sono, infatti, paure dovute alle raccomandazioni insistenti dei genitori: “Non toccare le forbici”, “Attento ai cani grandi”, “Non arrampicarti sugli alberi”…per esempio. Ce ne sono altre che derivano anche dalle continue lamentele circa lo stato di salute, che fanno temere al bambino la malattia del padre o della madre; altre ancora che nascono dalla iperprotezione dei genitori e dalla conseguente perdita di fiducia in sè.
La fiducia in sè va costantemente valorizzata, cosicché il bambino si senta ”capace”. Non si devono pretendere prestazioni inadeguate alle sue reali capacità.

Cosa possiamo fare se i nostri bambini oggi più che mai ci dicono di avere paura? Come possiamo stare accanto a loro?

Facciamoli esprimere. Chiediamo di raccontarci le emozioni e le fantasie che li inquietano, con dolcezza e senza forzarli. Riuscire a parlarne e sentirsi accolti riduce la tensione e aiuta ad affrontare il problema. Accogliamo le paure senza offrire soluzioni, mostriamo empatia, vicinanza emotiva. Così li aiuteremo a scoprire qual è il loro modo di affrontare le paure.

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Ed evitiamo di costringerli a tenere le paure per se stessi; spesso i bambini imparano a reprimere le proprie paure, imparano a viverle in silenzio per compiacere le figure di riferimento, per non preoccuparli o inquietarli.
Non diciamo mai: “Affronta la paura, devi essere forte”; spingere un bambino a viso aperto contro una paura è sbagliato, perché può trasformare la paura in terrore e ingigantire il problema. Non costringiamo il bambino ad affrontare le sue paure in modo troppo diretto e brutale. Per superare una paura spesso ci vuole tempo e pazienza. Bisogna rispettare i tempi e le modalità del bambino. Ricordiamoci che potrà superare i suoi timori solo se sceglie personalmente di farlo: il quando e il come affrontare le paure lo sceglierà lui stesso. E’ fondamentale che non ci sia mai nessuna pressione ansiogena da parte nostra per il superamento delle paure, altrimenti si sentirà costretto più dal nostro desiderio che dal suo, e la costrizione genera molta paura.

I bambini vanno educati a comportamenti positivi: meglio proporre sempre degli eroi positivi attraverso favole e fiabe che sconfiggono i cattivi grazie alle loro doti di bontà e gentilezza.

E vanno evitati i confronti: ogni bambino ha i suoi tempi, che devono essere rispettati.

E, inoltre, si deve comunicare ai propri bambini la consapevolezza che la paura fa parte della vita. E’ fondamentale trasmettere loro la certezza che la paura fa parte della vita di tutti i giorni, “che anche noi quando eravamo bambini abbiamo provato paura e continuiamo ad averla anche da adulti”, ma che può essere affrontata e talvolta anche superata con serenità.

Non facciamo sentire i bambini dei “fifoni”: proveranno un forte senso di colpa e si sentiranno inadeguati. Quindi l’umorismo va evitato.

Va anche evitato di rassicurarli in maniera eccessiva, perché si convincerebbe che c’è veramente qualcosa da temere. L’iperprotezione non favorisce la formazione del coraggio. Evitare di parlare spesso davanti a loro di paure o fobie potrebbero aggravarle. I bambini vivono la realtà attraverso i significati del mondo reale che noi adulti gli trasmettiamo. Alcune paure dei bambini, infatti, sono apprese per imitazione: molte madri, pur senza rendersene conto, trasmettono le loro ansie e proiettano i propri allarmi ai figli. Essi, così, incominceranno a temere i temporali, l’aereo, il dentista, i ladri, le ferite, gli aghi allo stesso modo della madre e a imitazione del suo comportamento.

La nocività delle paure nei bambini non è direttamente proporzionale all’intensità della situazione di pericolo temuta, quanto piuttosto all’intensità del vissuto di solitudine con cui queste paure nei bambini vengono affrontate. I bambini, quando sono assaliti dalla paura sono preoccupati più che delle minacce provenienti dall’oggetto fonte di paura, dalla possibile lontananza dei genitori. Spesso, infatti, si domandano: dov’è mia madre? cosa sta facendo mio padre? posso correre da loro? possono venirmi in aiuto? I bambini possono esprimere la paura attraverso varie modalità comportamentali: con scoppi d’ira, con l’irrigidimento del corpo, con l’aggrapparsi in modo esasperato alla figura di riferimento, con l’evitamento della situazione minacciosa.

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Tre suggerimenti

Può essere molto utile lasciare una piccola luce accesa, lasciare la porta della sua camera aperta, lasciare che dorma con il cane o il gatto di casa oppure con il suo peluche preferito.

È utile inventare giochi di ruolo attorno alla paura del buio, senza mai però prendere in giro i bambini oppure giocare a farlo spaventare. È un modo di prendere sul serio il suo timore, anche se giocando. Incoronate, per esempio, il bambino “esploratore” oppure “cavaliere”, raccontando una storia in cui sia chiaro che questo personaggio non teme i mostri e vince sempre i cattivi nelle battaglie. Regalategli poi un kit di sopravvivenza che contenga una formula magica per allontanare mostri e fantasmi, uno spray anti-mostro (che puoi realizzare riciclando uno spruzzino ben lavato nel quale puoi mettere acqua e qualche goccia di olio essenziale) e una torcia elettrica.

Ed è bene evitare di creare fantasie negative nella mente del bambino tipo lupi cattivi, mostri che rubano i piccoli oppure ipotesi di abbandono (“Se fai il cattivo viene il lupo cattivo/viene il mostro/ti prende l’uomo nero,…). Nella gestione dei capricci quotidiani può essere momentaneamente efficace come strategia incutere il timore di un terzo ma a lungo andare può creare disagi di altro genere come, appunto, la paura del buio.

 

Arriverà un momento per ogni cosa. “Spannolinamento” in quarantena?

Arriverà un momento per ogni cosa…fermiamoci ad attendere, è il momento di sostare, senza rincorrere conquiste che oggi ci metterebbero a dura prova e che, invece, domani potremmo raggiungere in un battito d’ali.

Tanti genitori, in questi giorni, però, stanno chiedendo ai noi che lavoriamo nei nidi suggerimenti per fare il passaggio dal pannolino al vasino. E’ arrivato il caldo e la bella stagione. Parrebbe proprio il momento.

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Credo che sia una richiesta legittima. Comprendo i genitori i cui figli fino a poco tempo fa frequentavano il nido e che a settembre andranno alla scuola dell’infanzia. Con alcuni di loro, probabilmente, le educatrici avevano iniziato a parlare di questo argomento e ci si aspettava di fare il passaggio in una prospettiva di alleanza e collaborazione. Adesso che, però, tutto è fermo, alcuni genitori sono un po’ in ansia e pensano che i bambini se la dovranno cavare facendo affidamento soltanto su mamma e papà.

La richiesta, però, mi ha spiazzata. Sono una persona molto fisica, ho bisogno di comunicare con gli abbracci, le mani sulle spalle, le carezze, i sorrisi, i respiri. E ora che tutto ciò è negato, fatico a mettermi in ascolto di una madre che sente il bisogno di togliere il pannolino al suo bambino. È più facile parlare di emozioni, di sentimenti…come stanno i bambini? Cosa dicono? Come vivono questo tempo? Non sono sicura che sia il momento degli “spannolinamenti”.
Anzi…credo proprio che la “quarantena” non sia una buona occasione per togliere il pannolino.
La buona occasione è quando è pronto il bambino, non quando siamo “comodi” noi adulti o quando siamo a casa (molto probabilmente impegnati nello smart working o con i figli più grandi alle prese con video lezioni e compiti).

E, a distanza, attraverso uno schermo se va bene, non mi sento di confrontarmi in merito a un passo tanto delicato. Il momento è particolare. Ai bambini stiamo già chiedendo di non vedere i nonni, gli amichetti, di non uscire fuori a giocare, di sopportare le nostre ansie e i nostri nervosismi. Dobbiamo chieder loro un ulteriore sforzo? Tanto più che adesso molti di loro hanno bisogno di fermarsi e consolidare le competenze che avevano acquisito nei mesi in cui hanno frequentato i nidi e, probabilmente, data la situazione ci sono state delle regressioni, piccole o grandi.

Proviamo a fare qualche riflessione. Può venirci in aiuto la lettura di un delicato albo illustrato che mi ha consigliato la dottoressa Jessica Omizzolo dei servizi educativi di Fano, mia preziosissima amica. Il fatto è di Gek Tessaro, che racconta con la più assoluta semplicità la complessissima mente dei bambini, che segue logiche estranee agli adulti.

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L’albo racconta di un paperotto e il fatto è che quando un paperotto non pensa sia il momento di fare il bagno non c’è anatra o catena animale o lupo che tenga: resta incollato al prato!!! Non lo smuove nulla, proprio com succede con i bambini.
La paura non ferma il papero; semplicemente non ha voglia di fare il bagno e ancor meno di essere spinto a farlo, anzi, più è spinto meno è collaborativo!
Non è difficile da capire ma pare che per i grandi sia pressoché impossibile: tutti pensano che il paperotto stia facendo i “capricci” o che abbia paura. Invece sta solo chiedendo di essere rispettato. Non è il momento. Non se la sente di fare il bagno. Ma lo farà! Sul finire della mattinata, quando il sole avrà scaldato l’acqua, senza nessuno intorno che spinga o controlli, il paperino, infatti, si tuffa perché ne ha voglia. Per il suo piacere. Perchè sente che quello è il momento.

Ogni bambino, proprio come i paperotti, ha il proprio tempo per fare conquiste. Non è bene mettere fretta. E’ frustrante.
Il tempo giusto per togliere il pannolino si capisce dopochè abbiamo osservato attentamente i nostri bambini. E’ vero! La primavera è generalmente la stagione in cui i bimbi dell’ultimo anno di nido, quelli delle sezioni “grandi” lo abbandonano…Io credo, però, che quest’anno si possa rimandare e che si debba tralasciare di fare paragoni o di ascoltare quello che suggeriscono gli altri.

Forzare i tempi è irrispettoso. Ce la faranno comunque. Ma quando sentiranno che è il momento. E vi stupiranno tanto saranno veloci e precisi.

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E quando il momento arriverà, i bambini lo faranno capire. Ricordate, però, che come il camminare, anche l’autonomia dal pannolino è un percorso fatto di incidenti. Che sono fisiologici e non devono buttarci a terra. Non è come accendere o spegnere un interruttore. Quindi…calma e tanto, tanto sangue freddo.

Cercate di sintonizzarvi con il vostro bambino. Concentratevi sulla relazione. Non fate paragoni con nessun altro e non guardate che succede intorno a voi. Guardate il vostro bambino. E vedrete che andrà bene. Andrà da se’.

La quarantena può essere un momento in cui beneficiare del tempo che normalmente non si ha a disposizione. Questo tempo va sfruttato in maniera creativa e generativa, facendo in modo che sia il tempo dell’ascolto. Il benessere di un bambino oggi, e in questo tempo più che mai, dipende dalle relazioni che i genitori instaurano dentro casa e con lui, pertanto è fondamentale rendere lo sfondo di queste giornate autenticamente educativo, oltreché amorevole. I bambini piccoli in questa fase hanno, infatti, ancor più bisogno di comprendere che i genitori sono una risorsa.

Siete ancora convinti di volere togliere il pannolino al vostro piccolo?

Pensateci con cura…e, quando sarà il momento, provate ad affrontare questo passo con un po’ di arguzia e ironia. Sarà di grande aiuto. Ridiamoci su. Delicatamente, ma ridiamoci su. Degli incidenti. Delle chiazze sul divano. Delle pozze sul pavimento. Viviamo, adesso ma anche dopo, la quotidianità con leggerezza…ridere aumenta la produzione di dopamina nel cervello, un neurotrasmettitore che attiva anche meccanismi naturali che agevolano l’apprendimento.

Vuoto di apprendimenti e di relazioni in questo “tempo sospeso”

In questi giorni mi domando senza sosta…quale sarà l’eredità che questo periodo di isolamento, di distanziamento sociale lascerà ai nostri bambini e ai nostri ragazzi? Come ne usciranno?

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La chiusura delle scuole è una procedura di sanità pubblica, serve a ridurre il rischio di contagio da coronavirus, ma ha degli effetti psicologici sui nostri bambini, diversi a seconda della loro età. I bambini sono  più fragili e indifesi degli adulti e possono soffrire un’angoscia penetrante perché sono più permeabili dell’adulto alle paure. Anche le emozioni “si contagiano”.

I bambini della Lombardia sono a casa dal 24 febbraio, un mese e mezzo. La distanza dai compagni e dagli insegnanti comincia a pesare. Tutti, ormai, hanno spiegato ai figli, soprattutto a quelli più piccoli, le vere ragioni della chiusura delle scuole. D’altra parte, se non lo avessimo fatto, i bambini avrebbero corso il rischio di sostituire le motivazioni reali con fantasie e paure eccessive.

E’ poi partita un po’ dappertutto la didattica a distanza. L’emergenza ha reso inevitabile una sorta di sperimentazione di massa della “scuola a distanza” attraverso l’uso di soluzioni digitali, con risultati più o meno soddisfacenti. Ma questa non è la sede per dare giudizi in merito.

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E, contemporaneamente, le chat di classe si sono riattivate.

Nei primi giorni di chiusura, quando si iniziava a comprendere che le scuole non avrebbero riaperto tanto presto, alcuni genitori chiedevano di dare compiti e lezioni ai bambini, altri si lamentavano di non riuscire a seguire, lavorando, i figli nei compiti, altri ancora si barcamenavano come era loro possibile. Pochi, pochissimi, riflettevano su quanto potesse essere complesso per gli istituti e le insegnanti (soprattutto quelle più anziane) mettere in pista dei validi impianti di didattica a distanza, tanto più che, al momento dello scoppio dell’emergenza, la scuola non era attrezzata per farvi fronte.
Non si trattava semplicemente di sostituire le lezioni in presenza in lezioni mediate da un’interfaccia.

Noi, a casa, vediamo soltanto video-lezioni erogate. Ma c’è un grande lavoro dietro, di gruppo e del singolo. Oltre alla lezione, si deve pensare ad attivare esercitazioni che gli alunni possano efficacemente seguire e svolgere, si deve pensare ad un sistema di valutazione che non può essere lo stesso che in presenza. Si deve pensare a come può avvenire, durante le classi digitali, il confronto tra insegnanti e studenti e come questo possa essere efficace. E poi c’è da pensare, e per di più in un tempo non ordinario, a come gli allievi possano lavorare a casa, come si possano organizzare gli approfondimenti. E anche a come orientare o ri-orientare gli allievi che sono in difficoltà, sia a seguire il modello di apprendimento proposto sia nella comprensione dei contenuti.

La didattica a distanza richiede una progettazione accurata e attenta; e per questo sono necessarie solide, solidissime competenze. La circolare ministeriale del 17 marzo 2020 dice: “affinché le attività finora svolte non diventino – nella diversità che caratterizza l’autonomia scolastica e la libertà di insegnamento – esperienze scollegate le une dalle altre, appare opportuno suggerire di riesaminare le progettazioni definite nel corso delle sedute dei consigli di classe e dei dipartimenti di inizio d’anno, al fine di rimodulare gli obiettivi formativi sulla base delle nuove attuali esigenze”. Il rischio grosso è proprio quello di proporre agli allievi esperienze prive di senso e di significato.

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Per quanto posso dire da pedagogista, gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado stanno facendo un ottimo lavoro. Gli istituti si sono organizzati, non tutti con le stesse tempistiche e non tutti con gli stessi strumenti a disposizione. Ma si sono organizzati. E, a poco più di un mese dall’inizio dell’emergenza, bambini e ragazzi stanno imparando a seguire in modo scrupoloso le attività a distanza proposte dai docenti nelle varie modalità (piattaforme, registro elettronico,…); stanno procedendo, per quanto è possibile, autonomamente nello studio e nell’approfondimento, leggendo libri, consultando i manuali, sia per ripassare argomenti già svolti sui quali non ci si sente sicuri, sia per approfondire nuove tematiche; stanno imparando a comprendere che ogni studente è protagonista del proprio apprendimento ed è chiamato a viverlo in modo responsabile, curioso, libero. Ora più che mai.

Nonostante tutto, però, c’è chi non è soddisfatto. Genitori che chiedono di aumentare le ore di lezioni. Di dare più compiti. Perchè, in questo modo, i bambini e i ragazzi, almeno sono impegnati.

Oltrechè pedagogista, sono madre di tre ragazzini. Sono preoccupata tanto anche io. In realtà non del fatto che resteranno indietro con l’apprendimento delle discipline. Quello l’ho messo in conto. Non penso che, per quanto ci si impegni su tutti i fronti, sul piano degli apprendimenti si arriverà agli obiettivi che ci si era prefissati a inizio anno.
Ma ho fiducia nei ragazzi…recupereranno alla velocità della luce.
Sono preoccupata perchè sento che stanno facendo moltissima fatica ad abituarsi all’assenza di relazione tra coetanei. A loro mancano la scuola, le maestre e i professori, i giochi spensierati all’aria aperta o nei corridoi. E non recuperando questo tempo che hanno vissuto come sospesi.

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Comprendo che padri e madri possano essere preoccupati del “vuoto” di apprendimenti che potrà generare l’emergenza legata al diffondersi del Coronavirus…Sempre ho sentito genitori chiedere alle insegnanti: “Allora…come siamo messi col programma?”, come se l’apprendimento si misurasse a quantità e non a qualità. E adesso, oltre a questo, tanta ansia è creata dal fatto che le famiglie non sono abituate a convivere per giorni e notti, senza sosta, se non nei momenti di vacanza; non è facile gestire i figli senza aiuti, senza “valvole di sfogo”, senza poter condividere le fatiche del crescerli con altri membri della famiglia…Tutti conoscono il proverbio africano che recita: “per crescere un bambino ci vuole un villaggio”. E nei villaggi si respira senso di vicinanza e di comunità. Oggi tutto questo è venuto a mancare. Mancano affetti, mancano spazi aperti, mancano innumerevoli stimoli. Per tutti. E nessuno ancora è pronto per affrontare la quarantena ben attrezzato. La si affronta perchè non ci sono alternative.

Io credo che la scuola sia fondamentale per le relazioni, per le possibilità che può offrire, per le aperture. Non per i programmi che si stabilisce a tavolino di svolgere. Molte famiglie ora si trovano ad affrontare figli che non conoscono a fondo e vorrebbero scaricarne il peso, per tante ore al giorno, alla scuola, come spesso accade, dimenticando che questi stessi figli si educano in rete, stringendo solide alleanze. E’ spiazzante tutto ciò. Lo capisco. La scuola, però, non può essere pensata come un rifugium peccatorum, come un luogo di intrattenimento. Ognuno deve fare la sua parte, per quanto sia faticoso e per quanto gli strumenti siano poco adeguati. Ci si deve attrezzare, senza più indugi. E’ dovere morale verso i figli che si sono fatti nascere, io credo.

Verrà il tempo in cui ci riprenderemo quello che avevamo prima. Questo, però, può essere un tempo per la riflessione.

Genitori in “quarantena”…come sopravvivere?

Tanti sono i genitori che conosco e che stanno faticosamente “annaspando” in questa lunga…lunghissima quarantena. E tanti di loro chiedono come superare senza soccombere questo periodo di emergenza.

Molti di coloro che hanno figli in età da nido o da scuola dell’infanzia, in questi giorni stanno lavorando in modalità smartworking. Alcuni lo hanno già fatto in precedenza e, pertanto hanno idea di come gestire il lavoro da casa con dei bambini piccoli di cui, in un modo o nell’altro, ci si deve prendere cura. Per altri, invece, è cosa nuova. E, per questo, forse spiazzante. Ma si può fare. Anzi si deve, visto che, in questi giorni di emergenza, tante alternative non ci sono.

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Come gestire allora il lavoro da casa senza poter uscire ed avere contatti con altre persone? E come far sì che questa situazione sia vissuta in maniera serena dai bambini?

Innanzi tutto è importantissimo separare il tempo che si dedica alla famiglia da quello che si dedica al lavoro, un po’ come se si andasse in ufficio; è frustrante fare le due cose insieme e non si riesce a farne bene nessuna

Se possibile, poi, bisogna separare i luoghi; se si ha una casa grande, è bene individuare una stanza dentro cui si lavora e basta; se questo non è è possibile, allora di deve trovare una postazione su cui mettere il computer, un block notes, dei post-it (un tavolo, un banchetto, una scrivania…) e dichiarare che quello è il posto in cui voi lavorate ed è bene che nessuno tocchi.

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Se entrambi i genitori sono a casa in modalità smartworking,si dovrebbe pensare a fare dei  turni (almeno di 2 ore, 4 meglio); un genitore lavora mentre l’altro si occupa dei figli, e a fine turno si cambia. Entrambi i genitori hanno gli stessi diritti e la qualità del lavoro deve essere quella di sempre.

E’ fondamentale non aspettarsi che i colleghi siano comprensivi mentre si gestiscono i figli. Pertanto, se si deve staccare a causa dei bambini, è bene dirlo chiaramente fin dall’inizio, perché così nessuno fraintenderà eventuali momenti di assenza.

Se si vuole lavorare, bastano poche ore, purchè siano di qualità, e, soprattutto, completamente a nostra disposizione. Pertanto è fondamentale stabilire che cosa fare, prendere coscienza del tempo a disposizione e usarlo bene.

E’ molto importante che la giornata abbia un’organizzazione ben precisa. Non siamo in vacanza, quando i tempi sono dilatati ed è possibile e direi anche terapeutico non guardare mai l’orologio. Ci si deve, quindi, svegliare come se si dovesse andare in ufficio, con la sveglia, puntata alla solita ora o un po’ dopo. Ma non a mezzogiorno.
La cosa migliore sarebbe quella di tenere gli orari di lavoro che si hanno normalmente, pur concedendosi  di essere meno “fiscali” sul tempo in modalità smartworking. Non si deve dimenticare che la quantità di lavoro è sempre la stessa. E bisogna essere puntuali se ci sono appuntamenti telefonici o video-chiamate.

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Se si deve dividere il tempo da dedicare al lavoro con il vostro compagno o la vostra compagna, i turni di cui parlavo prima, si possono ottimizzare i tempi. Uno dei due può iniziare la mattina presto e l’altro finire la sera poco prima di cena, per esempio. Si può diminuite il tempo dedicato alla pausa pranzo: trenta minuti possono essere sufficienti. Se arriva tanta posta, si possono leggere i messaggi più brevi la mattina appena svegli, dal cellulare; per quelli più lunghi si possono usare i ritagli di tempo (ahimè, è il momento mettere da parte YouTube, Netflix, Sky e tutto resto in questo periodo) e per i messaggi importanti si può usare il tempo immediatamente dopo la pausa pranzo.
Non c’è un tempo infinito a disposizione, quindi il “lo faccio dopo, quando ho un po’ di tempo” non deve diventare una regola. Se serve, si può usare qualche mezz’ora dopo aver messo a letto i figli, ma è bene ricordare che c’è bisogno di un po’ di decompressione. Soprattutto in questo periodo.

Ricordate, però, che non siete soltanto dei lavoratori, ma anche una coppia, oltrechè dei genitori.

In questo momento in cui tutti, o quasi, siamo a casa, è difficile condividere spazi, tempi e gestione delle faccende di casa. Non siamo abituati a una situazione come questa, pertanto dobbiamo attrezzarci e adottare modalità nuove di gestione della nostra giornata.

E’ molto faticoso, se siamo abituati a passare buona parte del giorno fuori di casa, a incontrare sempre molte persone, ad avere tante ed appaganti relazioni sociali, essere costretti a vivere in una manciata di metri quadrati. Può aiutarci il pensiero che lo stiamo facendo per un bene comune. Siamo in casa, senza poter uscire, senza poter avere spazi e tempi tutti per noi, perché non vogliamo rischiare di contagiare qualcuno qualora avessimo contratto questo virus. E non vogliamo essere contagiati noi.

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E’ vero che sapere di poter contare, ogni giorno, di uno spazio esclusivo, in cui non facciamo entrare nessuno, è confortante. Il non poterlo più avere, all’improvviso, ci può causare un po’ di ansia e depressione. Proviamo, allora, a condividere con il nostro compagno o con la nostra compagna questo nostro stato d’animo. E’ importante, ora, esplicitare i nostri bisogni e, soprattutto, le nostre emozioni. E’ vero che, generalmente, nelle famiglie la comunicazione è legata all’operatività: butta la spazzatura! Compra questo o quello! Porta i . bambini in piscina o a pallavolo! Adesso, invece, proviamo a comunicare stati d’animo…Chissà che non continuiamo anche a fine emergenza…Attiviamo, all’interno della coppia, uno spazio di ascolto in cui ci si confida reciprocamente ansie e paure, senza vergognarsi di essere fragili.

E’ importante organizzare la giornata anche se si sta lavorando, se non si hanno incombenze o appuntamenti quotidiani che la scandiscono: se non mettiamo a punto un’organizzazione, anche minima, rischiamo di perdere l’orientamento.
Cerchiamo, pertanto, di mantenere il consueto ritmo sonno-veglia: andiamo a dormire all’ora abituale e svegliamoci all’ora a cui siamo abituati a farlo.

Ricordiamoci che i giorni non sono tutti uguali; è fondamentale ricordarci che oggi è martedì piuttosto che domenica: quando le routine sono spezzate è facile avvertire un senso di smarrimento perché non si è più motivati all’azione, pertanto è fondamentale riprogettare la quotidianità per favorire la ristrutturazione di un senso psicologico e cronologico.

Curiamoci costantemente della nostra persona, come se dovessimo uscire e incontrare altre persone. In questo modo non perdiamo il contatto con la parte sana di noi stessi e non torniamo continuamente alla situazione di emergenza rendendola ancora più vivida.

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Manteniamo i contatti sociali; la tecnologia ci può aiutare a farlo. Possiamo usare le videochiamate al posto delle chiamate tradizionali: ci danno un maggiore senso di vicinanza e lo danno ancor di più alle persone anziane o ai bambini. Organizziamo un caffè con le amiche via Skype!

Facciamo attività fisica. E’ vero che non possiamo andare in palestra o uscire per fare una corsa, ma ci sono migliaia di applicazioni che propongono allenamenti on line e corsi di fitness che si possono fare in casa; e se il fitness non ci piace, possiamo accendere la radio e metterci a ballare, fare le scale del condominio, fare stretching.

E poi facciamo qualche progetto per il futuro. Sono tanti i sogni nel cassetto che non abbiamo mai provato a realizzare per il tempo tiranno. Questo è il tempo pe leggere un libro comprato tanto tempo fa e lasciato nella libreria, per fare un corso di pittura tra i tanti che si trovano on line, per fare una visita virtuale ad un museo.

E in questo modo possiamo far sì che vada tutto bene.