Madri anaffettive e figli in cerca di affetto. Riflessioni che nascono da una lettura potente.

Sto leggendo un libro di un’autrice che conosco personalmente e che scrive parole che, insieme, hanno una potenza dirompente. Lei è Carmela Scotti, che ho incrociato nella vita perchè madre di Nina, una bambina che frequentava il nido in cui lavoravo qualche anno fa. Il libro è “La pazienza del sasso”, uscito poche settimane fa e pubblicato da Garzanti.

Non voglio fare una recensione. Non credo di essere particolarmente dotata per questo. Ce ne sono già alcune e certo rendono giustizia a Carmela e a quanto ha scritto. Del resto non ho ancora terminato il libro…lo sto gustando come faccio quando infilo le dita nella crema di pistacchio e poi lentamente le lecco. Non amo divorare i libri che, come questo, inizio ad amare profondamente sin dalla prima pagina.

Il libro ha mosso in me dei pensieri…Pensieri relativi all’impatto che può avere una madre anaffettiva sui figli…Un tema che da sempre mi sta a cuore.

Protagonista è Argia che, insieme alla sorella Dervia, sin da quando era bambina ha dovuto fare i conti con l’assenza dei genitori. Assenza soprattutto di amore. Argia ha potuto godere per un po’ della presenza della madre ma, dopo un incidente che ha costretto quest’ultima a smettere di suonare il pianoforte (forse sua unica ragione di vita), ha sofferto terribilmente per averla persa, prima solo la sua anima e poi, dopo il suicidio di lei, anche il corpo. Dervia, invece, non ha avuto che qualche briciola.

Le due sorelle non hanno ricevuto amore né affetto dai genitori quando erano bambine. La mancanza di affetto nella vita di un bambino ha conseguenze non indifferenti nella sua vita di adulto. la mancanza di affetto induce alla deprivazione emotiva; le persone che hanno avuto genitori che non hanno dato loro amore hanno la costante sensazione che ai loro rapporti e alla loro vita manchi sempre qualcosa, che gli altri non esprimano abbastanza affetto, calore, attenzione o emozioni profonde nei loro confronti. Nemmeno la nascita di un figlio, come possiamo leggere nel libro di Carmela, può riempire i vuoti lasciati da genitori non amorevoli.

Argia crede che lasciando l’aspra Sicilia dov’è nata e cresciuta, potrà tagliare i ponti con il suo passato pieno di frustrazione, rabbia e rancore. Non è così, però. I legami carnali restano per sempre e riaffiorano continuamente. Riporta Carmela nel libro una frase tratta da un altro libro che le prestai e che amo molto. “…la scommessa…è quella di saper stare in equilibrio tra le proprie zone buie, prendere le distanze dai propri vissuti interiori e assumere consapevolezza dei chiaroscuri che albergano nel profondo, perchè solo se messi in luce, questi chiaroscuri possono diventare leali compagni di viaggio.” (da “Le ombre dell’educazione. Ambivalente, impliciti, paradossi”. A cura di Vanna Iori).

Le relazioni sono animate da sentimenti profondi ma anche da intenzioni ambivalenti da motivazioni latenti o addirittura inconsce. Connesse con dimensioni problematiche come l’affettività e il potere, implicano sempre dei “lati oscuri”. E’ quindi importante cercare di prendere coscienza e di elaborare anche le “ombre” che sempre le accompagnano. L’ombra costituisce, per certi versi, il negativo e il “perturbante”, che costantemente minaccia, ma rappresenta anche l’implicito, ciò che è stato oscurato o trascurato o che semplicemente, in un dato momento della vita, non è (o non è più) in luce. L’ombra, del resto, è sempre una proiezione della luce: più si illumina qualcosa, più si lascia nell’oscurità il lato non esposto.

E se ne accorge Argia con Lucio, suo figlio; di questo. Il vuoto lasciato dal non-amore dei genitori non si può colmare nemmeno con l’amore che si cerca di dare e si riceve da un figlio. Anche se è doloroso dirselo. Se si riesce.

L’amore di una madre è prezioso per un figlio e per una figlia. La madre tiene in grembo il figlio o la figlia. Li tiene accanto a sé appena nati. E’ il contatto da cui si genera il primissimo legame di attaccamento.

L’assenza di amore materno è per i figli e soprattutto per le figlie qualcosa di drammatico. Non sempre le relazioni madre-figlia sono caratterizzate da amore incondizionato. Come accade tra Argia e sua madre. Ci sono madri che non vogliono o non possono amare. E figlie che rincorrono ossessivamente la gioia di un abbraccio, di una rassicurazione. Quando durante l’infanzia l’amore materno è assente si crea quello che Bowlby definiva “attaccamento insicuro”, che può influenzare le relazioni sociali per tutta la vita. Chi sperimenta questo tipo di attaccamento è come se poi avesse dentro di sé una voragine e dovrà gestire per tutta la vita l’ansia che essa provoca. Un figlio coglie il primo assaggio di sé specchiandosi nella madre; se quest’ultima è amorevole, il figlio si svilupperà in maniera solida e salda, saprà di essere degno di amore e di attenzione, di essere guardato e ascoltato.

Il bisogno di amore materno è una forza potente e primordiale da cui non ci si può sottrarre; se questo manca, il figlio non-amato facilmente svilupperà, crescendo, i sintomi dovuti alla mancanza di un legame di attaccamento sicuro e sano. In primo luogo svilupperà mancanza di fiducia e le sue relazioni adulte, di qualsiasi genere, ne soffriranno molto, oltreché essere caratterizzate da dubbi, paure, rabbia, incapacità di riporre fiducia nell’altro. Come ci si può fidare di chi incontriamo nel corso della vita se non possiamo fidarci di colei che ci ha messo al mondo? Un figlio che non è stato amato dalla propria madre non sa di avere valore, è cresciuto sentendosi ignorato e ciò non farà altro che corrodere i talenti di lui adulto, a meno che non si intervenga per porre in qualche modo rimedio. La mancanza di “nutrimento” durante l’infanzia e le continue critiche da parte della madre, inoltre, possono causare una visione distorta di sé. Possono anche causare lo sviluppo delle “distanze di sicurezza” nelle relazioni; un figlio non-amato potrebbe dedicare troppo tempo agli altri trascurando se stesso, comportandosi sempre in maniera di compiacere gli altri, senza comprendere che è giusto porre dei limiti, fondamentali per sviluppare una giusta autostima. Un figlio che si è sempre sentito giudicato da sua madre sarà molto sensibile a certe parole o a certe espressioni che, se ascoltate, potranno innescare stati emotivi simili a quelli sperimentati nell’infanzia; anni di “abuso emotivo” lasciano poco spazio a sentimenti leggeri.

Prendere coscienza di tutto ciò è il primo passo per “guarire” dal non-amore materno. Potrebbe essere utile che un figlio che non ha sperimentato l’amore da parte delle madre intraprendesse una psicoterapia, con l’obiettivo di superare i sentimenti negativi, derivanti dal sentirsi non considerato e trascurato dalla mamma.
Concentrarsi eccessivamente sui sentimenti negativi provati nel contesto in cui si è nati e cresciuti questi e rimuginare, nella fasi della vita adulta, su di essi avrebbe come unico ed inevitabile risultato quello di sottrarre numerose energie, che potrebbero invece essere molto più proficuamente utilizzate nella costruzione di calorosi ed appaganti rapporti con gli altri.

E’ dolorosissima l’esperienza del non aver sperimentato l’affetto e l’amore genitoriale. Oltre alla terapia, però, ci sono alcune strategie che si possono mettere in atto una volta che si è riconosciuto che la mancanza di amore nell’infanzia fa sì che la conseguenza in età adulta sia la difficoltà nel provare a propria volta sentimenti di amore autentico.

Si può, in primo luogo, provare ad ammettere di aver avuto dei genitori anaffettivi. Spesso si preferisce mentirsi piuttosto che confrontarsi con la dura realtà. In questo caso, come in altri, non è però di alcun aiuto. Ammettere ad alta voce di non aver ricevuto amore dai propri genitori è un primo passo importante perché permette di riconoscere una mancanza che è stata con sé ogni giorno.

Inoltre, è importante essere consapevoli che razionalizzare l’esperienza, cercare di capire perché i genitori non hanno dato affetto, analizzare minuziosamente ogni dettaglio della relazione con loro aumenta il livello di comprensione (il che può essere comunque positivo), anche se non fa magicamente svanire la sofferenza.

Un figlio che non è stato amato, poi, deve saper riconoscere che di questo non ne ha colpa. I figli dei genitori anaffettivi crescono con la convinzione di non meritare l’amore di costoro. Una volta adulti però, è importante che riconoscano di non essere colpevoli per questa mancanza d’affetto. E’ importante sviluppare la consapevolezza che l’amore non può tutto, lasciando andare definitivamente l’illusione di poter cambiare i genitori e il rapporto con loro.

Una volta diventati adulti e consapevoli di aver avuto dei genitoriche non hanno saputo dare amore, una volta preso contatto con quella carenza, con bisogno di affetto che non è stato colmato è importante riconoscere che il vuoto che sentiamo non può essere colmato. Ciò non significa che non si riceverà mai amore da qualcun altro, dagli amici, dal partner…, ma significa accettare che quella ferita potrà essere pure guarita, benché abbia lasciato una cicatrice indelebile. Anche se improvvisamente il rapporto con i propri genitori dovesse migliorare, si riceverebbe l’amore di un genitore nei confronti di un figlio adulto e non quell’amore incondizionato e protettivo di cui invece ha bisogno un bambino piccolo.

Accettando questo fatto ci si protegge dal rischio di ricercare quell’amore in altre relazioni, per esempio nelle relazioni d’amore, e si evita di perpetuare un circolo di infelicità.

SI può tentare di agire come Argia, che torna in Sicilia con le ceneri della sorella, trova nel viaggio l’occasione per ripensare al suo doloroso passato, all’amore che è stato negato a lei e a Dervia, agli errori che sono stati commessi da tutti, genitori e figli. E, come scrive Carmela, è “l’ultima occasione per salvare dalle macerie ciò che resta e finalmente ricostruire”.

E’ davvero tanto “terribile” avere due anni?

Quest’anno lavoro in una sezione di “medi”. Vale a dire che i bambini con cui passo le mie giornate al nido hanno ormai quasi tutti due anni. Non vi sto a raccontare come si vive in sezione, perchè non ho, adesso, in mente di scrivere un articolo su questo argomento…Vorrei, piuttosto, posare lo sguardo su quelle famiglie che, sempre più di frequente, dicono di essere affaticate e di non riuscire a trovare strategie per la gestione dei loro bambini di più o meno due anni che vedono, all’improvviso, tanto diversi da come erano abituati.

Tanti genitori di bambini che si avvicinano a compiere i due anni o li hanno compiuti da poco si trovano, quasi da un giorno all’altro, in difficoltà. Soprattutto se sono al primo figlio. Soprattutto in un momento storico in cui è difficile confrontarsi, in contesti informali, con altri genitori. Dopo i primi due anni passati a prendersi cura del proprio figlio per aiutarlo nella strada verso l’autonomia, all’improvviso mamma e papà hanno di fronte una personcina che non è più il piccolo che spingevano a fare da solo ma un bambino che punta i piedi perchè vuol fare tutto da sé, che ne sia già capace o meno. Un bambino che ha imparato a camminare (e a correre), che riesce a mangiare da solo e a raggiungere ciò che desidera senza l’aiuto di un adulto, anche se la strada verso la completa autonomia è ancora lunga. E, pertanto, sono spiazzati. Sentono che il loro ruolo non è più lo stesso di prima ma fanno fatica prendere le nuove misure.

Intorno ai due anni il bambino consolida molte competenze e ne acquisisce altrettante; si muove sicuro e senza aiuti nello spazio, il linguaggio si arricchisce diventando la porta per la comunicazione con i pari e gli adulti di riferimento (che non sono più soltanto i genitori), nel gioco esprime temi personali e teatralizza scene di vita vissuta. E, soprattutto, in questo momento dello sviluppo, il bambino inizia a esprimere il suo Sè con frasi del tipo “voglio!”, “è mio!”, “faccio io!”.

Può essere tutt’altro che semplice avere a che fare, da un giorno all’altro, con un bambino che non è più il piccolo che è stato, ma credo si possa guardare ad un momento tanto complesso e fonte, per i genitori, di grande fatica e frustrazione con occhi diversi. Come affrontare questo momento senza sentirsi inadeguati? Si può, innanzi tutto, porre l’attenzione al fatto che il bambino, che prima dipendeva dai cargivers in tutto e per tutto, si è trasformato in una piccola persona che sta cercando la propria indipendenza; è vero, si oppone a tutto ciò che gli si dice ma lo fa perchè vuole affermare che è una persona, non una bambola, e vuole decidere da sé. Questo, senza dubbio, è un grande passo in avanti nello sviluppo, che non può che rendere orgogliosi e felici i genitori. Si può iniziare da qui per avere uno sguardo differente su quanto sta accadendo…dal fatto che la fatica della gestione del proprio figlio è dovuta alle sue nuove competenze ed abilità.

A due anni un bambino risponde quasi sempre “no”, qualsiasi domanda gli si faccia. Ha compreso che ci sono delle regole ma è ostinato e non vuole adeguarsi. Ciò non avviene perchè ha intenzione di mettere in atto continue sfide con i genitori, ma è un processo necessario per la crescita. Come ho detto prima, inoltre, a due anni aumentano le competenze: giocando, ora i bambini immaginano di mettere in scena la quotidianità; hanno più capacità linguistiche (e, infatti, comunicano con successo con i pari e con gli adulti) e motorie (cosa che dà loro grandi soddisfazioni ma li porta a rischiare spesso di farsi male); il loro mondo interiore si anima delle tante novità che attraversano un giorno dopo l’altro.

I genitori che, senza dubbio, conoscono meglio di chiunque altro i loro bambini, che sono coloro che, più di tutti, ne colgono i cambiamenti, quando sono al primo figlio possono trovarsi nella situazione di non sapere più, ad un certo momento, come comportarsi e come gestire al meglio figli, all’improvvisi tanto “difficili”. Questo accade perchè, molte volte, non hanno gli strumenti e il supporto per capire che cosa abbia causato i nuovi comportamenti e, allora, spesso, le uniche spiegazioni che riescono a darsi sono legate a uno stato di malessere dei piccoli o, se questi ultimi vanno al nido, a qualche errore commesso dalle educatrici.

E’, pertanto, molto importante che educatori e pedagogisti che si occupano di prima infanzia sostengano i genitori affaticati, perchè non è possibile occuparsi e preoccuparsi dei bambini molto piccoli senza occuparsi e preoccuparsi dei loro genitori. Può, in questo, venire in aiuto il metodo messo a punto dal pediatra T. B. Brazelton che, tra le altre cose, indica agli operatori di entrare in relazione con le famiglie attraverso ciò che egli definisce “guida anticipatoria”, sostenendo, nei momenti più difficili, le competenze dei bambini insieme a quelle dei loro genitori. E’ utile, quindi, che i professionisti dell’infanzia anticipino ai genitori gli aspetti cruciali della fase dello sviluppo che un bambino che si appresta a compiere due anni dovrà affrontare e far conoscere loro l’andamento discontinuo di tale sviluppo (come del resto deve accadere per tutte le diverse fasi dello sviluppo di un bambino). “Cominciai a pensare che il mio lavoro consisteva nell’imparare ad apprezzare i genitori. Quando cambiai il mio atteggiamento e iniziai a fidarmi di loro, loro cominciarono ad avere più fiducia in se stessi.”, scriveva Brazelton.

A due anni il bambino è sempre più attivo nelle sue interazioni sociali, sia con i famigliari, sia con i coetanei. Le richieste di ascolto e di vicinanza fatte ai genitori sono sempre più incalzanti ed essi, oltreché occuparsi della sicurezza del bambino, devono poter essere in grado di contenere le sue crisi, le frustrazioni e le emozioni a volte violente che vive quando si trova di fronte ad azioni complesse che non riesce a portare a termine. In questo momento dello sviluppo, inoltre, il linguaggio si arricchisce di nuove parole, diventando fonte di soddisfazione per il bambino, perchè può descrivere le sue azioni e diventa la porta della comunicazione con gli adulti e i pari. Le nuove competenze motorie lo portano a correre, nel corso delle esplorazioni che inizia a compiere con il corpo, una serie di rischi perchè inizia a correre, a prendere oggetti pesanti, ad arrampicarsi…E’ possibile che, prima di addormentarsi, intavoli monologhi che sono parte di quanto ha vissuto nel corso della giornata o del tentativo di addormentarsi dando significato al suo mondo e, nel sonno, possono comparire degli incubi che richiedono il conforto dei genitori.

E’ complesso preparare i genitori a questa fase dello sviluppo dei loro bambini, soprattutto a causa della presenza di tante emozioni negative, volubilità, crisi…ma è necessario sostenerli con forza affinché sappiano monitorare queste emozioni e i repentini cambi d’umore e, pertanto, aiutare i bambini a comprendere ciò che sta accadendo loro, cercando di essere confortanti ma, il più possibile fermi e non tentennanti. Può essere d’aiuto, in tutto ciò, coinvolgere i bambini nelle attività quotidiane, condividendo quello che accade e parlandone insieme, e introducendo piccoli compiti di responsabilità, come riordinare i giochi, apparecchiare o sparecchiare la tavola, lavare i piatti insieme…

Da educatrice e pedagogista che si occupa di infanzia da molti anni, credo che dare ascolto, in un momento complesso e difficile come questo, alle preoccupazioni dei genitori e dare voce alle loro emozioni, anche a quelle più negative, sia fonte preziosa di sostegno e li aiuti a capire ciò che sta accadendo ai loro bambini. Penso, ad esempio, a come vive un genitore di fronte alle prime crisi di rabbia del proprio figlio, soprattutto quando si fanno dirompenti e sembrano non voler avere fine; è disorientato, preoccupato, impotente…soprattutto se non sa che si tratta di un comportamento assolutamente fisiologico nel secondo anno di vita; ha, pertanto, bisogno di comprendere quello che sta accadendo e di confrontarsi sulle azioni da mettere in atto per rispondere ai bisogni di un bambino che sta attraversando questa fase. Noi operatori e professionisti non dobbiamo, però, limitarci a dare consigli o prescrivere comportamenti, ma è fondamentale che ci si metta in ascolto, condividere ciò che sta accadendo e provare a offrire una chiave interpretativa diversa. E’ utile rileggere insieme al genitore i comportamenti messi in atto dai bambini, perchè in questo modo li si aiuta ad entrare in relazione in maniera diversa. I momenti in cui i bambini sembrano fare regressioni, quelli che Brazelton definiva touchpoints, sono, in realtà, opportunità perchè essi e i loro genitori transitino verso nuove autonomie, in quanto, nel corso di questi momenti, i bambini provano a differenziarsi da mamma e papà, pur avendo timore di distanziarsi troppo perchè la separazione porta anche tristezza.

Nei momenti di cambiamento e disorganizzazione i genitori possono sentirsi inadeguati e preoccupati, perchè, indubbiamente, rappresentano il lato ombroso della crescita; è pertanto fonte di rassicurazione scoprire che certi comportamenti sono fisiologici e dà loro la possibilità di essere maggiormente consapevoli sullo sviluppo dei loro bambini. Dare informazioni che possono migliorare le loro abilità nella relazione di accudimento e di cura diventa un importante supporto alla genitorialità, perchè quando gli operatori e i genitori si confrontano sul comportamento dei bambini si apre la strada per comprendere meglio le loro emozioni e capire come, insieme, regolarle. Scoprire, insieme, come riconoscere e dare valore alle competenze dei bambini è uno dei modi più efficaci per promuovere la loro crescita.

Qualche spunto per la scelta della scuola dell’infanzia

E’ il momento dell’iscrizione alla scuola dell’infanzia…molti genitori, in questi giorni frequentano, sui social network, i vari gruppi di mamme e fanno domande, generalmente rivolte a genitori di bambini che già frequentano o hanno frequentato in passato le diverse scuole dell’infanzia, per orientarsi e confrontarsi…

Consigliate per favore qualche buona scuola materna per il mio piccolo ometto di 3 anni? L’inglese sarebbe sicuramente un plus!...”

Sapreste indicarmi una buona scuola materna, dove le maestre siano competenti, facciano belle attività educative e magari anche con giardino esterno?…

Avete già scelto l’asilo? (intendo scuola materna). Cosa consigliate? Con quello che si sente ho un po’ paura…Volevo chiedere anche se qualcuno come me ha figli prematuri gravi…

Sono alcune delle richieste che si leggono scorrendo i vari gruppi su Facebook.

E’ normale essere un po’ in ansia e avere bisogno di sentire i pareri di altri genitori in merito alle esperienze vissute…Non esistono, però, a queste domande risposte universalmente valide, così come non esistono regole nei criteri di scelta. Ogni bambino e ogni famiglia hanno caratteristiche e bisogni unici e diversi, così come unica è l’organizzazione del quotidiano, l’ambiente e lo stile di vita…

La prima cosa da fare, quindi, quando ci si accinge a scegliere la scuola dell’infanzia e’ cercare di capire di che cosa il proprio bambino ha davvero bisogno per la sua crescita e per stare bene…La scuola dell’infanzia migliore (se davvero esiste) è quella in cui il bambino può fare esperienze davvero significative per lui, in cui si senta accolto, a proprio agio e sereno. Non certo la scuola che i genitori ritengono “buona” perchè si fanno questa o quest’altra attività… E’ molto importante, pertanto, fermarsi a riflettere e dirsi quanto la scelta piace a noi genitori e quanto è operata pensando al proprio bambino. Con molta onestà e obiettività.

Ad esempio un bambino che ha qualche difficoltà nel linguaggio non potrà sentirsi bene in un contesto in cui lo espongono per tanto tempo all’inglese o a un’altra lingua straniera…Così come esporre un bambino di nemmeno tre anni a tante proposte potrebbe essere controproducente perchè portare avanti numerose attività richiede un’elevata dose di energia, impegno e attenzione. Se questo è vero e spesso faticoso e stancante per un adulto, lo è molto di più, e potenzialmente più dannoso, per un bambino, soprattutto se è molto piccolo e se non ha mai fatto l’esperienza del distacco dalla famiglia. A lungo andare, infatti, troppi stimoli possono determinare nel bambino eccessiva stanchezza e stress, che si può manifestare con nervosismo e irritabilità, dolori somatici di vario tipo (mal di testa, mal di pancia, aggressività e instabilità dell’umore…).

Ogni bambino (e ogni famiglia), però, ha il diritto di frequentare un servizio per l’infanzia che sia davvero di qualità. E una scuola dell’infanzia di qualità non può avere programmi predefiniti o ricette educative confezionate in anticipo: i bambini “lavorano giocando” e la scuola dell’infanzia deve tenerne conto, facendo in modo che i piccoli vivano creativamente e spontaneamente le loro esperienze di apprendimento. Una scuola di qualità ha una visione del bambino come soggetto attivo, impegnato continuamente nell’interazione con i suoi pari, con gli adulti, con l’ambiente; deve, pertanto, fare sì che i bambini e le bambine che la frequentano raggiungano visibili traguardi di sviluppo su tre aspetti fondamentali: l’identità, l’autonomia e la competenza. Assicuratevi di tutto ciò nella vostra scelta.

E’, pertanto, necessario che nella scuola si respiri un clima di sicurezza, di serenità e di sollecitudine. L’ambiente deve essere accogliente, ricco di stimoli culturali (che non significa tanti giochi messi a disposizione senza alcun criterio…anzi…), flessibile nell’organizzare proposte didattiche diversificate, vale a dire attento alle diverse esigenze dei bambini, che sono diversi per storia, stili di apprendimento e culture di appartenenza.

A che cosa prestare attenzione quindi?

Intanto a come vengono gestiti gli spazi e i materiali. Questo non significa che tutto debba essere nuovo di zecca. Tuttavia uno spazio organizzato e i materiali in ordine sono ciò che aiuta i bambini a usarli in maniera utile, a livello percettivo e cognitivo. Uno spazio pulito e ordinato è un ambiente del quale ci si prende cura.

Se gli spazi sono piacevoli e stimolanti, si prendono cura di chi li frequenta e trascorre in essi molte ore della sua giornata, significa che chi li ha progettati e gli adulti che tutti i giorni li abitano e operano in essi hanno posto l’attenzione (e continuamente la pongono) a quanto lo spazio può influire sulle dinamiche educative.

E’ importante, quindi, che i genitori che scelgono volgano attentamente lo sguardo all’architettura dello spazio educativo, che non deve essere puro assemblaggio di spazi e materiali, ma deve scaturire da un costante dialogo con il progetto pedagogico. La scuola deve essere organizzata in spazi differenziati funzionali a rispondere ai bisogni propri dei bambini che hanno età diverse. Vi devono essere spazi, interni ed esterni, che favoriscano gli scambi comunicativi tra bambini, ma anche tra questi e gli adulti ed anche spazi che favoriscano momenti di intimità individuale, soprattutto dei più piccoli che, soprattutto se non arrivano dal nido, devono essere messi nelle condizioni di esprimere al meglio le loro potenzialità, le loro competenze e le loro curiosità e devono sentirsi protagonisti attivi dei percorsi educativi e costruttori della loro identità.

E’ bene, poi, prestare molta attenzione alla creatività; dopo i tre anni i bambini si affacciano al mondo del fantastico, in cui si aprono tutte le potenzialità creative che vanno incoraggiate. Pertanto, ai lavoretti prestampati da colorare restando dentro ai bordi, preferite le scuole che propongono attività con il materiale naturale o di riciclo.

L’architetto Simon Nicholson, negli anni 70 de secolo scorso, usò il termine “loose parts” (che significa letteralmente “parti sciolte”, cioè materiale libero, che può essere utilizzato in ogni modo possibile e immaginabile) per descrivere materiali vari che possono essere utilizzati e manipolati in molti modi. Formulò una teoria secondo cui la ricchezza di un ambiente dipende dall’opportunità con cui esso lascia spazio alle persone di interagirvi e di fare collegamenti. Chi si occupa di prima infanzia ormai riconosce la veridicità delle affermazioni di Nicholson e documenta da tempo, giorno dopo giorno, quanti apprendimenti possono verificarsi quando i bambini sono lasciati liberi di inventare, creare, esplorare, e ordinare materiali non strutturati. Altro che schede prestampate da colorare!

Un altro elemento da considerare in fase di scelta è la presenza o meno di uno spazio esterno vasto o di un  giardino. E’, però, importante, prestare molta attenzione agli spazi esterni, che devono essere altro da un giardinetto con scivoli e altalene. Devono essere “ricchi di natura” e di possibilità (penso ad angoli in cui si possono creare piccoli orti, zone umide, alberi, tronchi che si possono trasformare in tutto ciò che la fantasia e la creatività dei bambini porta fuori, sabbiere, sassi e sassolini…)…Devono, insomma, essere luoghi in cui i bambini possano diventare esploratori e trasformare i loro comportamenti e i loro atteggiamenti sul mondo naturale. Del resto, la natura, tanto semplice ma tanto complessa e variegata, permette ai bambini l’accesso a giochi ricchi e affascinanti e, soprattutto, all’apprendimento attraverso l’esperienza.

Molti genitori che mi chiedono un parere in merito alla scelta della scuola dell’infanzia si chiedono se sia meglio la sezione omogenea o quella eterogenea.

Consiglio sempre di orientarsi verso la sezione eterogenea, cioè quella composta da bambini di età (e quindi competenze e abilità) differenti. Il gruppo misto, rispetto a quello omogeneo, presente tre grandi vantaggi: favorisce più ampie possibilità di relazioni (sia tra bambini coetanei sia tra bambini di età diverse), permette l’imitazione del piccolo verso il grande (e anche il contrario), permette pratiche di cura del grande nei confronti del piccolo. Il piccolo, inoltre, avendo più modelli da cui attingere (gli adulti e i pari), imita il gioco e l’azione del grande, provando, sbagliando e riprovando e queste esperienze lo condurranno più agevolmente all’autonomia; il fascino esercitato dai bambini più grandi, poi, lo porta a desiderare di entrare nei loro giochi facendo nuove sperimentazioni.

Il gruppo misto, inoltre, rimanda a due concetti molto importanti: “cooperazione” e “conflitto”. Queste sono modalità dello stare insieme osservabili fin dai primi mesi di vita e già nei primi anni la comprensione dei rapporti all’interno della famiglia diventa strumento utile nella gestione delle proprie relazioni sociali: riconoscere il leader della situazione e allearsi con questo, tentar di influenzare il giudizio del leader per poterne godere a scapito degli altri, sapere come comunicare e differenziare la propria modalità di comunicazione a seconda dei destinatari per poter indurre azioni o per relazionarsi sembrano essere competenze ben sviluppate sin da molto presto.

Concludo spendendo qualche parola rivolta a quei genitori che cercano una scuola in cui sia proposto l’inglese.

Molte delle scuole che conosco personalmente che propongono la lingua inglese, a mio giudizio offrono proposte che risultano non troppo efficaci se lo scopo è quello che il bambino o la bambina apprenda una lingua straniera. Spesso, infatti, si lavora su argomenti che si ripetono sempre uguali (imparare il nome dei colori, degli animali o i numeri) e che sono quasi sempre al di fuori del contesto realmente vissuto dai bambini. Saper ripetere a pappagallo dei numeri, il nome dei giorni della settimana o dei colori non vuol dire che i bambini stanno imparando una lingua straniera.

Secondo Alberto Oliverio, professore emerito di psicobiologia presso l’Università La Sapienza di Roma, il modo migliore è quello di imparare giocando. In alcuni paesi europei, per esempio, si mette in atto la strategia dell’apprendimento recitato: i bambini devono recitare in gruppo una serie di vocaboli accompagnandoli con gesti e movimenti che ne rappresentino il significato. Uno studio sull’efficacia di questo metodo indica che gli studenti hanno raggiunto prestazioni tre volte superiori rispetto a coloro che hanno seguito altre metodologie. La tecnica sfrutta il fatto che le memorie motorie (legate all’esecuzione di un particolare movimento) sono particolarmente robuste e influenzano quelle legate al linguaggio.

Tutto ciò che si vuole trasmettere ai bambini, per essere efficace, deve essere connesso con le loro esperienze reali.  Se si vuole che apprendano fin da piccoli una lingua straniera a scuola, pertanto, si deve fare in modo che riscontrino che la lingua è utile nella vita di tutti i giorni e che è uno strumento con cui possono comunicare.

E’, quindi, fondamentale domandare a quelle scuole che propongono l’inglese se è ben chiaro loro come funziona lo sviluppo linguistico e psicofisico dei bambini, come essi imparano e così quali materiali, quale didattica e quali strategie affettive utilizzare per fare un lavoro davvero efficace. Altrimenti è meglio optare per una scuola di lingue e privilegiare le scuole dell’infanzia in cui i progetti vanno oltre la ricerca affannosa di iscrizioni.

E, infine, cari genitori, andate un po’ “di pancia”… Se, ad un certo momento, dopo aver visto, domandato, riflettuto sentite che quella scuola lì è quella giusta per il vostro bambino orientatevi su quella è fate l’iscrizione con serenità.

Affrontiamo (e superiamo) insieme la paura

In questo tempo fatico a mettermi nell’ottica della progettualità. Accade perchè il terreno su cui costruire è ancora sabbia mobile e ho come la sensazione che, dopo un po’, tutto crolla. Non sarà così per sempre. No, ne sono certa. E’ così adesso.

Mi trovo, quindi a scrivere di argomenti che affronto con chi si rivolge a me perchè è in difficoltà in questo lungo momento di emergenza.

Succede che si parli di paura. La paura dei bambini e dei ragazzi. Di perdere qualcuno di caro. Di non vedere per tanto, troppo tempo gli amici, i familiari. Di non tornare più a scuola. Ma anche la paura degli adulti. Di ammalarsi. Di non potersi prendere cura dei figli o dei genitori anziani. Di perdere il lavoro. Del vuoto. E, da qualche giorno, anche la paura di tornare ad uscire rischiando di ammalarsi.

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Che cos’è la paura? E’ un’emozione. E’  una condizione pervasiva ed imprevista. E’ anche uno stato di preoccupazione e di incertezza.
Quando abbiamo paura sentiamo una forte spiacevolezza e un intenso desiderio di evitamento nei confronti di un oggetto o situazione che giudichiamo pericolosa.
La paura fornisce la motivazione necessaria alla mobilitazione delle energie; soltanto quando è eccessiva porta a compiere azioni avventate e controproducenti. Una persona senza paura non potrebbe sopravvivere a lungo. Potrebbe, ad esempio, attraversare, incurante, la strada con il rosso.
Sotto l’effetto della paura i battiti del cuore aumentano, la pressione del sangue accelera, gli occhi sono sbarrati oppure serrati, le pupille dilatate, le orecchie tese a cogliere ogni rumore sospetto oppure tappate con le mani, la pelle d’oca, la sudorazione intensa, le pulsazioni accelerate. In questo stato di allerta, anche gli organi interni, come intestino e reni, lavorano ad un ritmo vorticoso, tanto da produrre diarrea e disturbi di digestione, gli zuccheri si riversano nel sangue, aumentano le secrezioni da parte dell’ipofisi e della midollare del surrene. Aumentano l’attenzione e la velocità delle reazioni. Più estesa è la situazione che provoca paura, più sembrerà minacciosa al soggetto e più violente saranno le emozioni provate.

E i bambini? Che succede nei bambini quando dicono di avere paura?

La forma primaria di paura nei bambini è la perdita del contatto fisico con la mamma. Poi hanno paura dell’estraneo; della separazione. A 3/5 anni arriva la paura del temporale, del buio, dei mostri, delle streghe, di Babbo Natale e della Befana, elementi che affascinano ed al tempo stesso spaventano; poi la paura dei pericoli fisici, di ferirsi, ammalarsi.
Dopo i 6 anni alcune paure degli anni precedenti possono essere padroneggiate perché ora il bambino ha maggiori competenze; può, però, cogliere altre minacce come quella dei ladri, dei danni fisici, della morte e dell’abbandono. Fanno, inoltre, la loro comparsa i timori legati al proprio stato sociale, come scolaro per esempio, e alle interazioni con gli altri: esami, litigi, sopraffazioni, nonché la paura di essere rifiutato dai compagni.

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Può accadere, ad un certo punto dello sviluppo, che alcune paure legate a periodi precedenti si ripresentino come regressioni a stadi precedenti dello sviluppo; ciò si spiega con la condizione di instabilità che contraddistingue tutta l’età evolutiva. Dopo un forte spavento, infatti, o di fronte a situazioni angoscianti che si protraggono nel tempo è normale che i bambini regrediscano temporaneamente a comportamenti tipici di uno stadio precedente del loro sviluppo e se ciò avviene è perché in quello stadio si sentivano più protetti e sicuri.

L’atteggiamento dei genitori, può influire positivamente o negativamente sulle paure nei bambini. Ci sono, infatti, paure dovute alle raccomandazioni insistenti dei genitori: “Non toccare le forbici”, “Attento ai cani grandi”, “Non arrampicarti sugli alberi”…per esempio. Ce ne sono altre che derivano anche dalle continue lamentele circa lo stato di salute, che fanno temere al bambino la malattia del padre o della madre; altre ancora che nascono dalla iperprotezione dei genitori e dalla conseguente perdita di fiducia in sè.
La fiducia in sè va costantemente valorizzata, cosicché il bambino si senta ”capace”. Non si devono pretendere prestazioni inadeguate alle sue reali capacità.

Cosa possiamo fare se i nostri bambini oggi più che mai ci dicono di avere paura? Come possiamo stare accanto a loro?

Facciamoli esprimere. Chiediamo di raccontarci le emozioni e le fantasie che li inquietano, con dolcezza e senza forzarli. Riuscire a parlarne e sentirsi accolti riduce la tensione e aiuta ad affrontare il problema. Accogliamo le paure senza offrire soluzioni, mostriamo empatia, vicinanza emotiva. Così li aiuteremo a scoprire qual è il loro modo di affrontare le paure.

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Ed evitiamo di costringerli a tenere le paure per se stessi; spesso i bambini imparano a reprimere le proprie paure, imparano a viverle in silenzio per compiacere le figure di riferimento, per non preoccuparli o inquietarli.
Non diciamo mai: “Affronta la paura, devi essere forte”; spingere un bambino a viso aperto contro una paura è sbagliato, perché può trasformare la paura in terrore e ingigantire il problema. Non costringiamo il bambino ad affrontare le sue paure in modo troppo diretto e brutale. Per superare una paura spesso ci vuole tempo e pazienza. Bisogna rispettare i tempi e le modalità del bambino. Ricordiamoci che potrà superare i suoi timori solo se sceglie personalmente di farlo: il quando e il come affrontare le paure lo sceglierà lui stesso. E’ fondamentale che non ci sia mai nessuna pressione ansiogena da parte nostra per il superamento delle paure, altrimenti si sentirà costretto più dal nostro desiderio che dal suo, e la costrizione genera molta paura.

I bambini vanno educati a comportamenti positivi: meglio proporre sempre degli eroi positivi attraverso favole e fiabe che sconfiggono i cattivi grazie alle loro doti di bontà e gentilezza.

E vanno evitati i confronti: ogni bambino ha i suoi tempi, che devono essere rispettati.

E, inoltre, si deve comunicare ai propri bambini la consapevolezza che la paura fa parte della vita. E’ fondamentale trasmettere loro la certezza che la paura fa parte della vita di tutti i giorni, “che anche noi quando eravamo bambini abbiamo provato paura e continuiamo ad averla anche da adulti”, ma che può essere affrontata e talvolta anche superata con serenità.

Non facciamo sentire i bambini dei “fifoni”: proveranno un forte senso di colpa e si sentiranno inadeguati. Quindi l’umorismo va evitato.

Va anche evitato di rassicurarli in maniera eccessiva, perché si convincerebbe che c’è veramente qualcosa da temere. L’iperprotezione non favorisce la formazione del coraggio. Evitare di parlare spesso davanti a loro di paure o fobie potrebbero aggravarle. I bambini vivono la realtà attraverso i significati del mondo reale che noi adulti gli trasmettiamo. Alcune paure dei bambini, infatti, sono apprese per imitazione: molte madri, pur senza rendersene conto, trasmettono le loro ansie e proiettano i propri allarmi ai figli. Essi, così, incominceranno a temere i temporali, l’aereo, il dentista, i ladri, le ferite, gli aghi allo stesso modo della madre e a imitazione del suo comportamento.

La nocività delle paure nei bambini non è direttamente proporzionale all’intensità della situazione di pericolo temuta, quanto piuttosto all’intensità del vissuto di solitudine con cui queste paure nei bambini vengono affrontate. I bambini, quando sono assaliti dalla paura sono preoccupati più che delle minacce provenienti dall’oggetto fonte di paura, dalla possibile lontananza dei genitori. Spesso, infatti, si domandano: dov’è mia madre? cosa sta facendo mio padre? posso correre da loro? possono venirmi in aiuto? I bambini possono esprimere la paura attraverso varie modalità comportamentali: con scoppi d’ira, con l’irrigidimento del corpo, con l’aggrapparsi in modo esasperato alla figura di riferimento, con l’evitamento della situazione minacciosa.

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Tre suggerimenti

Può essere molto utile lasciare una piccola luce accesa, lasciare la porta della sua camera aperta, lasciare che dorma con il cane o il gatto di casa oppure con il suo peluche preferito.

È utile inventare giochi di ruolo attorno alla paura del buio, senza mai però prendere in giro i bambini oppure giocare a farlo spaventare. È un modo di prendere sul serio il suo timore, anche se giocando. Incoronate, per esempio, il bambino “esploratore” oppure “cavaliere”, raccontando una storia in cui sia chiaro che questo personaggio non teme i mostri e vince sempre i cattivi nelle battaglie. Regalategli poi un kit di sopravvivenza che contenga una formula magica per allontanare mostri e fantasmi, uno spray anti-mostro (che puoi realizzare riciclando uno spruzzino ben lavato nel quale puoi mettere acqua e qualche goccia di olio essenziale) e una torcia elettrica.

Ed è bene evitare di creare fantasie negative nella mente del bambino tipo lupi cattivi, mostri che rubano i piccoli oppure ipotesi di abbandono (“Se fai il cattivo viene il lupo cattivo/viene il mostro/ti prende l’uomo nero,…). Nella gestione dei capricci quotidiani può essere momentaneamente efficace come strategia incutere il timore di un terzo ma a lungo andare può creare disagi di altro genere come, appunto, la paura del buio.

 

Arriverà un momento per ogni cosa. “Spannolinamento” in quarantena?

Arriverà un momento per ogni cosa…fermiamoci ad attendere, è il momento di sostare, senza rincorrere conquiste che oggi ci metterebbero a dura prova e che, invece, domani potremmo raggiungere in un battito d’ali.

Tanti genitori, in questi giorni, però, stanno chiedendo ai noi che lavoriamo nei nidi suggerimenti per fare il passaggio dal pannolino al vasino. E’ arrivato il caldo e la bella stagione. Parrebbe proprio il momento.

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Credo che sia una richiesta legittima. Comprendo i genitori i cui figli fino a poco tempo fa frequentavano il nido e che a settembre andranno alla scuola dell’infanzia. Con alcuni di loro, probabilmente, le educatrici avevano iniziato a parlare di questo argomento e ci si aspettava di fare il passaggio in una prospettiva di alleanza e collaborazione. Adesso che, però, tutto è fermo, alcuni genitori sono un po’ in ansia e pensano che i bambini se la dovranno cavare facendo affidamento soltanto su mamma e papà.

La richiesta, però, mi ha spiazzata. Sono una persona molto fisica, ho bisogno di comunicare con gli abbracci, le mani sulle spalle, le carezze, i sorrisi, i respiri. E ora che tutto ciò è negato, fatico a mettermi in ascolto di una madre che sente il bisogno di togliere il pannolino al suo bambino. È più facile parlare di emozioni, di sentimenti…come stanno i bambini? Cosa dicono? Come vivono questo tempo? Non sono sicura che sia il momento degli “spannolinamenti”.
Anzi…credo proprio che la “quarantena” non sia una buona occasione per togliere il pannolino.
La buona occasione è quando è pronto il bambino, non quando siamo “comodi” noi adulti o quando siamo a casa (molto probabilmente impegnati nello smart working o con i figli più grandi alle prese con video lezioni e compiti).

E, a distanza, attraverso uno schermo se va bene, non mi sento di confrontarmi in merito a un passo tanto delicato. Il momento è particolare. Ai bambini stiamo già chiedendo di non vedere i nonni, gli amichetti, di non uscire fuori a giocare, di sopportare le nostre ansie e i nostri nervosismi. Dobbiamo chieder loro un ulteriore sforzo? Tanto più che adesso molti di loro hanno bisogno di fermarsi e consolidare le competenze che avevano acquisito nei mesi in cui hanno frequentato i nidi e, probabilmente, data la situazione ci sono state delle regressioni, piccole o grandi.

Proviamo a fare qualche riflessione. Può venirci in aiuto la lettura di un delicato albo illustrato che mi ha consigliato la dottoressa Jessica Omizzolo dei servizi educativi di Fano, mia preziosissima amica. Il fatto è di Gek Tessaro, che racconta con la più assoluta semplicità la complessissima mente dei bambini, che segue logiche estranee agli adulti.

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L’albo racconta di un paperotto e il fatto è che quando un paperotto non pensa sia il momento di fare il bagno non c’è anatra o catena animale o lupo che tenga: resta incollato al prato!!! Non lo smuove nulla, proprio com succede con i bambini.
La paura non ferma il papero; semplicemente non ha voglia di fare il bagno e ancor meno di essere spinto a farlo, anzi, più è spinto meno è collaborativo!
Non è difficile da capire ma pare che per i grandi sia pressoché impossibile: tutti pensano che il paperotto stia facendo i “capricci” o che abbia paura. Invece sta solo chiedendo di essere rispettato. Non è il momento. Non se la sente di fare il bagno. Ma lo farà! Sul finire della mattinata, quando il sole avrà scaldato l’acqua, senza nessuno intorno che spinga o controlli, il paperino, infatti, si tuffa perché ne ha voglia. Per il suo piacere. Perchè sente che quello è il momento.

Ogni bambino, proprio come i paperotti, ha il proprio tempo per fare conquiste. Non è bene mettere fretta. E’ frustrante.
Il tempo giusto per togliere il pannolino si capisce dopochè abbiamo osservato attentamente i nostri bambini. E’ vero! La primavera è generalmente la stagione in cui i bimbi dell’ultimo anno di nido, quelli delle sezioni “grandi” lo abbandonano…Io credo, però, che quest’anno si possa rimandare e che si debba tralasciare di fare paragoni o di ascoltare quello che suggeriscono gli altri.

Forzare i tempi è irrispettoso. Ce la faranno comunque. Ma quando sentiranno che è il momento. E vi stupiranno tanto saranno veloci e precisi.

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E quando il momento arriverà, i bambini lo faranno capire. Ricordate, però, che come il camminare, anche l’autonomia dal pannolino è un percorso fatto di incidenti. Che sono fisiologici e non devono buttarci a terra. Non è come accendere o spegnere un interruttore. Quindi…calma e tanto, tanto sangue freddo.

Cercate di sintonizzarvi con il vostro bambino. Concentratevi sulla relazione. Non fate paragoni con nessun altro e non guardate che succede intorno a voi. Guardate il vostro bambino. E vedrete che andrà bene. Andrà da se’.

La quarantena può essere un momento in cui beneficiare del tempo che normalmente non si ha a disposizione. Questo tempo va sfruttato in maniera creativa e generativa, facendo in modo che sia il tempo dell’ascolto. Il benessere di un bambino oggi, e in questo tempo più che mai, dipende dalle relazioni che i genitori instaurano dentro casa e con lui, pertanto è fondamentale rendere lo sfondo di queste giornate autenticamente educativo, oltreché amorevole. I bambini piccoli in questa fase hanno, infatti, ancor più bisogno di comprendere che i genitori sono una risorsa.

Siete ancora convinti di volere togliere il pannolino al vostro piccolo?

Pensateci con cura…e, quando sarà il momento, provate ad affrontare questo passo con un po’ di arguzia e ironia. Sarà di grande aiuto. Ridiamoci su. Delicatamente, ma ridiamoci su. Degli incidenti. Delle chiazze sul divano. Delle pozze sul pavimento. Viviamo, adesso ma anche dopo, la quotidianità con leggerezza…ridere aumenta la produzione di dopamina nel cervello, un neurotrasmettitore che attiva anche meccanismi naturali che agevolano l’apprendimento.