Il dopo Covid e la “creatività educativa”

Una delle prime (e rare) lezioni che ho seguito all’università verteva sul fatto che l’educatore, oltre a essere una figura di riferimento, di fiducia e di accompagnamento, esplicitamente o implicitamente veicola idee, pensieri, possibilità e limiti. E queste variabili agiscono anche nel campo della creatività che l’educatore ha la responsabilità di gestire o meno.

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Che cosa intendo per creatività? E’, senza dubbio, un termine dal significato assai vasto, che definisce quel processo nel quale coesistono aspetti cognitivi, conativi, emotivi e contestuali; è uno stato mentale comune a chi fa lavorare insieme tutte le intelligenze (e qui penso a Gardner e alle sue “intelligenze multiple”), coinvolgendo la ricerca, il pensiero, l’innovazione. E’un processo possibile ovunque vi sia un’intelligenza umana attivamente impegnata ed è considerata essenziale per un’educazione realmente efficace.

Creatività è una caratteristica propria di chi si accinge a fare educazione. Senza di quella, non si può fare educazione. Aggiungo io.

Scriveva Bauman: “L’interazione tra individui può essere…letta come una rete dinamica caratterizzata da traiettorie sociali, culturali ed economiche che condividono elementi di fluidità, velocità, saturazione, frenesia e immediatezza”. E’, pertanto, rilevante la capacità di adattarsi, come un liquido, al contesto/contenitore nel quale si è inseriti. Questo è possibile solo se si è creativi.
E se la società è in continuo movimento, in termini di avanzamento, nei settori più diversi, allora anche chi si occupa di educazione e di formazione dovrà interrogarsi intorno al senso da assegnare a questo movimento/cambiamento e all’educazione dei bambini, dei giovani, degli adulti…, alle modalità processuali attraverso le quali si apprende, ci si accosta alla conoscenza e si dà senso all’agire nel mondo.

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La pedagogia contemporanea ha fatto sua l’idea che la creatività sia caratteristica non esclusiva delle persone “talentuose”: la creatività, infatti, è una capacità più che una dote innata, e può essere “educabile” (come affermava Dewey) e sviluppata, ragion per cui i contesti formativi in cui la divergenza viene promossa e sollecitata aiutano a potenziare e rinforzare atteggiamenti e comportamenti creativi.

Chi si occupa di educazione, qualunque sia l’utenza, cerca di far sì che l’altro coltivi la creatività e il pensiero divergente, cioè che affini lo spirito critico che permette di analizzare e valutare tante soluzioni possibili per un dato problema, riconoscendo tra pensieri e oggetti connessioni originali, proponendo innovazioni e cambiamenti, modellando e adattando le conoscenze acquisite ai vari e differenti contesti che si presenteranno nel corso della vita.
Chi si occupa di educazione ha l’intento di esporre l’altro a diversi punti di vista e , attraverso il confronto con i suoi pari, lo aiuta a indagare e a scoprire quel che lo circonda e a utilizzare prospettive differenti.

Per poter far sì che ciò accada, però, è importante che chi si occupa di educazione, in qualsiasi contesto egli operi, coltivi egli stesso la propria creatività e il proprio pensiero divergente. In questo momento storico più che mai.

Chi sta nei servizi educativi per l’infanzia e a scuola (cito questi perchè sono quelli che conosco meglio, dal momento che lavoro da anni nei nidi d’infanzia dopo una non breve esperienza alla scuola secondaria di primo e secondo grado) ha il dovere, io credo, oggi di essere creativo. Deve avere il coraggio di essere creativo. Altrimenti, facilmente, sarà un mediocre. E la mediocrità ricadrà su bambini e ragazzi che avranno a che fare con questa persona.

La creatività richiede coraggio perché ha a che fare con la paura di sbagliare. Colui che dice “io non sono creativo” in realtà accampa scuse, perché ha paura di non essere abbastanza competente e si convince che non vale nemmeno la pena provare.

La creatività è anche incertezza. Sai da dove inizi, ma non sai mai dove andrai a finire.
Ha a che fare con l’imperfezione e con la capacità dell’uomo di accoglierla. Il processo creativo è fatto di false partenze ed errori, e se vogliamo abbracciarlo dobbiamo essere capaci di sospendere il giudizio su noi stessi. Ricordandoci che nulla è giusto o sbagliato in assoluto, che la bellezza è relativa, e che la creatività ha molto a che fare con il processo più che con il risultato.

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Sono tanti giorni, mesi, che chi fa il mio lavoro nei servizi e chi insegna parla di ripartenza e immagina possibili scenari.

Le polemiche, come sempre, non sono mancate. Molte, a mio avviso, sono state fatte senza tener conto del benessere dei bambini e dei ragazzi che, dopo sei mesi, hanno bisogno come l’aria di ripopolare servizi e scuole…E questo è un vero peccato: non ci si rende spesso conto che nei dibattiti assurdi fra adulti sono sempre i bambini e i ragazzi ad avere la peggio.

La scuola funziona non benissimo nel nostro paese e sono convinta che gli interventi da fare siano tanti. Adesso, però, credo che la cosa più importante sia concedere ai bambini e ai ragazzi di ripopolare le loro aule, con tutte le restrizioni che, per lo meno all’inizio, saranno necessarie. Milioni di loro per lunghi mesi hanno perso la scuola. Non solo. Hanno anche perso la strada, i giardinetti, lo sport in compagnia, gli amici. Chiusi in casa. Non solo. Sono stati attraversati dall’ignoto e invisibile virus e da un bombardamento mediatico, sentito di scorcio o nelle parole dei genitori, sul morire da soli dei nonni, sulle mascherine, sul distanziamento. La noia e la solitudine hanno accompagnato fantasie e pensieri contorti. Non voglio generalizzare, ma davvero per tanti è andata così.

La scuola era in sofferenza prima dell’emergenza sanitaria e un po’ lo erano anche i servizi. Non siamo riusciti, in questo lungo tempo a cambiare le cose tutte…se ne è parlato tanto, però, e forse qualcosa accadrà. Voglio credere che gli e le insegnanti che già lavoravano bene, continueranno a farlo. Così come i mediocri continueranno ad essere tali.
Sarà fondamentale, però, almeno all’inizio, che tutti si concentrino sul rientro dei bambini e dei ragazzi…Bisognerà essere in grado di farli raccontare…di far emergere i vissuti di un tempo che ci ha colti di sorpresa, ci ha impauriti ed angosciati, ci ha fatto vacillare e perdere tante certezze, ci ha messo di fronte a noi stessi.
Il tempo per le polemiche, per le lotte contro il sistema (che, non dimentichiamolo, sta fronteggiando comunque una situazione di emergenza mai vista prima) potranno attendere. Credo che questo sia etico, per quanto, forse, non troppo condivisibile. Per me è etico ed è anche l’unica strada che voglio percorrere alla ripresa.

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Credo che tutti noi dovremmo essere abili, come ho già scritto in precedenza nel mescolare il sanitario e l’educativo. Perchè le scuole ed i servizi non sono ospedali, ma i luoghi della cura educativa. “Ogni persona vorrebbe essere oggetto di cura” e “il mondo sarebbe un luogo migliore se tutti noi ci
curassimo di più gli uni degli altri”, ci ricorda Luigina Mortari.
Scuole e servizi sono luoghi in cui si dovrebbe imparare ad entusiasmarsi della vita.
Non scordiamoci, infatti, che se un ragazzo o una ragazza hanno attraversato la scuola senza che essa sia riuscita ad entusiasmarli, senza che i loro mondi interiori ne siano stati sfiorati, senza che le loro emozioni si siamo accese, anche se arrivano alla fine del percorso con un diploma e con un voto, possiamo parlare di una forma latente di dispersione scolastica, come scrisse un po’ di tempo fa il professor Raffaele Mantegazza.

Questo richiederà da parte di noi adulti che nei servizi e nelle scuole ci lavoriamo una forte dose di coraggio. Io stessa ho preso alcune delle decisioni più importanti della mia vita bloccando il flusso di un inarrestabile turbinio di pensieri che aveva il solo effetto di imbrigliarmi in una rete di inestricabili paure.
Non è retorica. E’ quanto davvero mi è accaduto. Ma non sono qui per raccontare la mia storia.

E, per concludere, non ci sono altre parole che quelle di un grande autore che ci ha da poco lasciati, Luis Sepulveda. “Sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante” miagolò Zorba. “Ah sì? E che cosa ha capito?” chiese l’umano. “Che vola solo chi osa farlo” miagolò Zorba. Osiamo. Lo dobbiamo ai bambini e ai ragazzi.

 

Vuoto di apprendimenti e di relazioni in questo “tempo sospeso”

In questi giorni mi domando senza sosta…quale sarà l’eredità che questo periodo di isolamento, di distanziamento sociale lascerà ai nostri bambini e ai nostri ragazzi? Come ne usciranno?

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La chiusura delle scuole è una procedura di sanità pubblica, serve a ridurre il rischio di contagio da coronavirus, ma ha degli effetti psicologici sui nostri bambini, diversi a seconda della loro età. I bambini sono  più fragili e indifesi degli adulti e possono soffrire un’angoscia penetrante perché sono più permeabili dell’adulto alle paure. Anche le emozioni “si contagiano”.

I bambini della Lombardia sono a casa dal 24 febbraio, un mese e mezzo. La distanza dai compagni e dagli insegnanti comincia a pesare. Tutti, ormai, hanno spiegato ai figli, soprattutto a quelli più piccoli, le vere ragioni della chiusura delle scuole. D’altra parte, se non lo avessimo fatto, i bambini avrebbero corso il rischio di sostituire le motivazioni reali con fantasie e paure eccessive.

E’ poi partita un po’ dappertutto la didattica a distanza. L’emergenza ha reso inevitabile una sorta di sperimentazione di massa della “scuola a distanza” attraverso l’uso di soluzioni digitali, con risultati più o meno soddisfacenti. Ma questa non è la sede per dare giudizi in merito.

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E, contemporaneamente, le chat di classe si sono riattivate.

Nei primi giorni di chiusura, quando si iniziava a comprendere che le scuole non avrebbero riaperto tanto presto, alcuni genitori chiedevano di dare compiti e lezioni ai bambini, altri si lamentavano di non riuscire a seguire, lavorando, i figli nei compiti, altri ancora si barcamenavano come era loro possibile. Pochi, pochissimi, riflettevano su quanto potesse essere complesso per gli istituti e le insegnanti (soprattutto quelle più anziane) mettere in pista dei validi impianti di didattica a distanza, tanto più che, al momento dello scoppio dell’emergenza, la scuola non era attrezzata per farvi fronte.
Non si trattava semplicemente di sostituire le lezioni in presenza in lezioni mediate da un’interfaccia.

Noi, a casa, vediamo soltanto video-lezioni erogate. Ma c’è un grande lavoro dietro, di gruppo e del singolo. Oltre alla lezione, si deve pensare ad attivare esercitazioni che gli alunni possano efficacemente seguire e svolgere, si deve pensare ad un sistema di valutazione che non può essere lo stesso che in presenza. Si deve pensare a come può avvenire, durante le classi digitali, il confronto tra insegnanti e studenti e come questo possa essere efficace. E poi c’è da pensare, e per di più in un tempo non ordinario, a come gli allievi possano lavorare a casa, come si possano organizzare gli approfondimenti. E anche a come orientare o ri-orientare gli allievi che sono in difficoltà, sia a seguire il modello di apprendimento proposto sia nella comprensione dei contenuti.

La didattica a distanza richiede una progettazione accurata e attenta; e per questo sono necessarie solide, solidissime competenze. La circolare ministeriale del 17 marzo 2020 dice: “affinché le attività finora svolte non diventino – nella diversità che caratterizza l’autonomia scolastica e la libertà di insegnamento – esperienze scollegate le une dalle altre, appare opportuno suggerire di riesaminare le progettazioni definite nel corso delle sedute dei consigli di classe e dei dipartimenti di inizio d’anno, al fine di rimodulare gli obiettivi formativi sulla base delle nuove attuali esigenze”. Il rischio grosso è proprio quello di proporre agli allievi esperienze prive di senso e di significato.

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Per quanto posso dire da pedagogista, gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado stanno facendo un ottimo lavoro. Gli istituti si sono organizzati, non tutti con le stesse tempistiche e non tutti con gli stessi strumenti a disposizione. Ma si sono organizzati. E, a poco più di un mese dall’inizio dell’emergenza, bambini e ragazzi stanno imparando a seguire in modo scrupoloso le attività a distanza proposte dai docenti nelle varie modalità (piattaforme, registro elettronico,…); stanno procedendo, per quanto è possibile, autonomamente nello studio e nell’approfondimento, leggendo libri, consultando i manuali, sia per ripassare argomenti già svolti sui quali non ci si sente sicuri, sia per approfondire nuove tematiche; stanno imparando a comprendere che ogni studente è protagonista del proprio apprendimento ed è chiamato a viverlo in modo responsabile, curioso, libero. Ora più che mai.

Nonostante tutto, però, c’è chi non è soddisfatto. Genitori che chiedono di aumentare le ore di lezioni. Di dare più compiti. Perchè, in questo modo, i bambini e i ragazzi, almeno sono impegnati.

Oltrechè pedagogista, sono madre di tre ragazzini. Sono preoccupata tanto anche io. In realtà non del fatto che resteranno indietro con l’apprendimento delle discipline. Quello l’ho messo in conto. Non penso che, per quanto ci si impegni su tutti i fronti, sul piano degli apprendimenti si arriverà agli obiettivi che ci si era prefissati a inizio anno.
Ma ho fiducia nei ragazzi…recupereranno alla velocità della luce.
Sono preoccupata perchè sento che stanno facendo moltissima fatica ad abituarsi all’assenza di relazione tra coetanei. A loro mancano la scuola, le maestre e i professori, i giochi spensierati all’aria aperta o nei corridoi. E non recuperando questo tempo che hanno vissuto come sospesi.

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Comprendo che padri e madri possano essere preoccupati del “vuoto” di apprendimenti che potrà generare l’emergenza legata al diffondersi del Coronavirus…Sempre ho sentito genitori chiedere alle insegnanti: “Allora…come siamo messi col programma?”, come se l’apprendimento si misurasse a quantità e non a qualità. E adesso, oltre a questo, tanta ansia è creata dal fatto che le famiglie non sono abituate a convivere per giorni e notti, senza sosta, se non nei momenti di vacanza; non è facile gestire i figli senza aiuti, senza “valvole di sfogo”, senza poter condividere le fatiche del crescerli con altri membri della famiglia…Tutti conoscono il proverbio africano che recita: “per crescere un bambino ci vuole un villaggio”. E nei villaggi si respira senso di vicinanza e di comunità. Oggi tutto questo è venuto a mancare. Mancano affetti, mancano spazi aperti, mancano innumerevoli stimoli. Per tutti. E nessuno ancora è pronto per affrontare la quarantena ben attrezzato. La si affronta perchè non ci sono alternative.

Io credo che la scuola sia fondamentale per le relazioni, per le possibilità che può offrire, per le aperture. Non per i programmi che si stabilisce a tavolino di svolgere. Molte famiglie ora si trovano ad affrontare figli che non conoscono a fondo e vorrebbero scaricarne il peso, per tante ore al giorno, alla scuola, come spesso accade, dimenticando che questi stessi figli si educano in rete, stringendo solide alleanze. E’ spiazzante tutto ciò. Lo capisco. La scuola, però, non può essere pensata come un rifugium peccatorum, come un luogo di intrattenimento. Ognuno deve fare la sua parte, per quanto sia faticoso e per quanto gli strumenti siano poco adeguati. Ci si deve attrezzare, senza più indugi. E’ dovere morale verso i figli che si sono fatti nascere, io credo.

Verrà il tempo in cui ci riprenderemo quello che avevamo prima. Questo, però, può essere un tempo per la riflessione.

Genitori in “quarantena”…come sopravvivere?

Tanti sono i genitori che conosco e che stanno faticosamente “annaspando” in questa lunga…lunghissima quarantena. E tanti di loro chiedono come superare senza soccombere questo periodo di emergenza.

Molti di coloro che hanno figli in età da nido o da scuola dell’infanzia, in questi giorni stanno lavorando in modalità smartworking. Alcuni lo hanno già fatto in precedenza e, pertanto hanno idea di come gestire il lavoro da casa con dei bambini piccoli di cui, in un modo o nell’altro, ci si deve prendere cura. Per altri, invece, è cosa nuova. E, per questo, forse spiazzante. Ma si può fare. Anzi si deve, visto che, in questi giorni di emergenza, tante alternative non ci sono.

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Come gestire allora il lavoro da casa senza poter uscire ed avere contatti con altre persone? E come far sì che questa situazione sia vissuta in maniera serena dai bambini?

Innanzi tutto è importantissimo separare il tempo che si dedica alla famiglia da quello che si dedica al lavoro, un po’ come se si andasse in ufficio; è frustrante fare le due cose insieme e non si riesce a farne bene nessuna

Se possibile, poi, bisogna separare i luoghi; se si ha una casa grande, è bene individuare una stanza dentro cui si lavora e basta; se questo non è è possibile, allora di deve trovare una postazione su cui mettere il computer, un block notes, dei post-it (un tavolo, un banchetto, una scrivania…) e dichiarare che quello è il posto in cui voi lavorate ed è bene che nessuno tocchi.

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Se entrambi i genitori sono a casa in modalità smartworking,si dovrebbe pensare a fare dei  turni (almeno di 2 ore, 4 meglio); un genitore lavora mentre l’altro si occupa dei figli, e a fine turno si cambia. Entrambi i genitori hanno gli stessi diritti e la qualità del lavoro deve essere quella di sempre.

E’ fondamentale non aspettarsi che i colleghi siano comprensivi mentre si gestiscono i figli. Pertanto, se si deve staccare a causa dei bambini, è bene dirlo chiaramente fin dall’inizio, perché così nessuno fraintenderà eventuali momenti di assenza.

Se si vuole lavorare, bastano poche ore, purchè siano di qualità, e, soprattutto, completamente a nostra disposizione. Pertanto è fondamentale stabilire che cosa fare, prendere coscienza del tempo a disposizione e usarlo bene.

E’ molto importante che la giornata abbia un’organizzazione ben precisa. Non siamo in vacanza, quando i tempi sono dilatati ed è possibile e direi anche terapeutico non guardare mai l’orologio. Ci si deve, quindi, svegliare come se si dovesse andare in ufficio, con la sveglia, puntata alla solita ora o un po’ dopo. Ma non a mezzogiorno.
La cosa migliore sarebbe quella di tenere gli orari di lavoro che si hanno normalmente, pur concedendosi  di essere meno “fiscali” sul tempo in modalità smartworking. Non si deve dimenticare che la quantità di lavoro è sempre la stessa. E bisogna essere puntuali se ci sono appuntamenti telefonici o video-chiamate.

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Se si deve dividere il tempo da dedicare al lavoro con il vostro compagno o la vostra compagna, i turni di cui parlavo prima, si possono ottimizzare i tempi. Uno dei due può iniziare la mattina presto e l’altro finire la sera poco prima di cena, per esempio. Si può diminuite il tempo dedicato alla pausa pranzo: trenta minuti possono essere sufficienti. Se arriva tanta posta, si possono leggere i messaggi più brevi la mattina appena svegli, dal cellulare; per quelli più lunghi si possono usare i ritagli di tempo (ahimè, è il momento mettere da parte YouTube, Netflix, Sky e tutto resto in questo periodo) e per i messaggi importanti si può usare il tempo immediatamente dopo la pausa pranzo.
Non c’è un tempo infinito a disposizione, quindi il “lo faccio dopo, quando ho un po’ di tempo” non deve diventare una regola. Se serve, si può usare qualche mezz’ora dopo aver messo a letto i figli, ma è bene ricordare che c’è bisogno di un po’ di decompressione. Soprattutto in questo periodo.

Ricordate, però, che non siete soltanto dei lavoratori, ma anche una coppia, oltrechè dei genitori.

In questo momento in cui tutti, o quasi, siamo a casa, è difficile condividere spazi, tempi e gestione delle faccende di casa. Non siamo abituati a una situazione come questa, pertanto dobbiamo attrezzarci e adottare modalità nuove di gestione della nostra giornata.

E’ molto faticoso, se siamo abituati a passare buona parte del giorno fuori di casa, a incontrare sempre molte persone, ad avere tante ed appaganti relazioni sociali, essere costretti a vivere in una manciata di metri quadrati. Può aiutarci il pensiero che lo stiamo facendo per un bene comune. Siamo in casa, senza poter uscire, senza poter avere spazi e tempi tutti per noi, perché non vogliamo rischiare di contagiare qualcuno qualora avessimo contratto questo virus. E non vogliamo essere contagiati noi.

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E’ vero che sapere di poter contare, ogni giorno, di uno spazio esclusivo, in cui non facciamo entrare nessuno, è confortante. Il non poterlo più avere, all’improvviso, ci può causare un po’ di ansia e depressione. Proviamo, allora, a condividere con il nostro compagno o con la nostra compagna questo nostro stato d’animo. E’ importante, ora, esplicitare i nostri bisogni e, soprattutto, le nostre emozioni. E’ vero che, generalmente, nelle famiglie la comunicazione è legata all’operatività: butta la spazzatura! Compra questo o quello! Porta i . bambini in piscina o a pallavolo! Adesso, invece, proviamo a comunicare stati d’animo…Chissà che non continuiamo anche a fine emergenza…Attiviamo, all’interno della coppia, uno spazio di ascolto in cui ci si confida reciprocamente ansie e paure, senza vergognarsi di essere fragili.

E’ importante organizzare la giornata anche se si sta lavorando, se non si hanno incombenze o appuntamenti quotidiani che la scandiscono: se non mettiamo a punto un’organizzazione, anche minima, rischiamo di perdere l’orientamento.
Cerchiamo, pertanto, di mantenere il consueto ritmo sonno-veglia: andiamo a dormire all’ora abituale e svegliamoci all’ora a cui siamo abituati a farlo.

Ricordiamoci che i giorni non sono tutti uguali; è fondamentale ricordarci che oggi è martedì piuttosto che domenica: quando le routine sono spezzate è facile avvertire un senso di smarrimento perché non si è più motivati all’azione, pertanto è fondamentale riprogettare la quotidianità per favorire la ristrutturazione di un senso psicologico e cronologico.

Curiamoci costantemente della nostra persona, come se dovessimo uscire e incontrare altre persone. In questo modo non perdiamo il contatto con la parte sana di noi stessi e non torniamo continuamente alla situazione di emergenza rendendola ancora più vivida.

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Manteniamo i contatti sociali; la tecnologia ci può aiutare a farlo. Possiamo usare le videochiamate al posto delle chiamate tradizionali: ci danno un maggiore senso di vicinanza e lo danno ancor di più alle persone anziane o ai bambini. Organizziamo un caffè con le amiche via Skype!

Facciamo attività fisica. E’ vero che non possiamo andare in palestra o uscire per fare una corsa, ma ci sono migliaia di applicazioni che propongono allenamenti on line e corsi di fitness che si possono fare in casa; e se il fitness non ci piace, possiamo accendere la radio e metterci a ballare, fare le scale del condominio, fare stretching.

E poi facciamo qualche progetto per il futuro. Sono tanti i sogni nel cassetto che non abbiamo mai provato a realizzare per il tempo tiranno. Questo è il tempo pe leggere un libro comprato tanto tempo fa e lasciato nella libreria, per fare un corso di pittura tra i tanti che si trovano on line, per fare una visita virtuale ad un museo.

E in questo modo possiamo far sì che vada tutto bene.

Lettera alle famiglie…tentiamo di salvare i servizi

Cara mamma, caro papà,

forse ci conosciamo, forse no…nel dubbio, mi presento…
Mi chiamo Marta, sono una pedagogista e un’educatrice…Lavoro in un nido comunale, Il “Girotondo” di Bresso, vicino a Milano. In questo periodo, come tutte le colleghe educatrici, sono a casa perché il governo ha stabilito la chiusura di tutti i nostri servizi.
Non sono in vacanza, però. Come non lo è nessuna delle mie colleghe. Ognuna di noi, in modo più o meno visibile, sta cercando di portare avanti del lavoro. Si fa progettazione, si seguono corsi di formazione, webinar, si leggono e rileggono libri di pedagogia che ci torneranno utili al rientro, si pensa alla riaccoglienza dei vostri bambini. Personalmente, faccio riunioni di equipe con le colleghe, seguo dei corsi di aggiornamento e formazione e preparo io stessa dei corsi di formazione che poi erogo. Non mi annoio di sicuro. Benché senta terribilmente la mancanza dei bambini, delle loro voci, del “mio” nido, insomma.

Non ti scrivo, però, per parlarti di me. Sono altre le cose che voglio dirti.

Se il tuo bambino sta frequentando un servizio privato, un nido o una scuola dell’infanzia, probabilmente ora ti stai domandando perchè il gestore ti chiede il pagamento della retta benché non abbiate usufruito del servizio.
Sono tanti soldi, in fondo! Come minimo 400 euro.
Lo so bene…Ho tre figli che hanno frequentato il nido e fino allo scorso anno io stessa gestivo un nido privato…So perfettamente a quanto ammontano le rette dei servizi per l’infanzia privati.
Hai il sacrosanto diritto di protestare. Quei soldi, probabilmente, ti fanno comodo. E perché pagare un servizio di cui non si è usufruito? Tanto più che le strutture pubbliche hanno sospeso i pagamenti delle rette. Perchè mai ci deve essere questa disparità?

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Hai ragione, cara mamma. Hai ragione a dire che la retta non va pagata. Lo dice anche il Codacons. Lo dicono gli avvocati. L’hanno detto anche a Striscia la notizia!

Vado indietro nel tempo…a un anno fa. A quando ero io a gestire un nido. Se il Coronavirus fosse arrivato allora ti avrei chiesto anche io, in qualità di gestore, di pagare la retta.
Non tutta. No. Non tutta. Forse avrei calcolato i costi del personale, delle utenze, di quanto non si può lasciare indietro (magari un piccolo mutuo), del canone di affitto. Avrei lasciato perdere il mio stipendio…il rischio di impresa c’è e se ne deve tenere conto…per fortuna mio marito lavora e proprio senza ossigeno non siamo…ma non puoi aspettarti che per tutti sia così. I titolari dei servizi privati lavorano in media 10/12 ore al giorno (tanto…tranquilli…i sindacati non si interessano dei padroni) ed è molto frustrante non avere un corrispettivo economico per tanto lavoro…ma qui si tratta di un’emergenza…se serve a salvare il servizio, del mio stipendio faccio a meno fino a emergenza finita.

Fatti i debiti calcoli, se tutto questo fosse accaduto un anno fa, avrei scritto a tutte le famiglie del nido chiedendo se fossero disposte a dividere la cifra necessaria a tenere il piedi il servizio che avevano scelto. Con cui più che un contratto avevano firmato un patto di alleanza educativa.

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Avrei scritto senza avanzare nessuna pretesa, sia chiaro. Semplicemente, con onestà e crudezza, avrei detto che quella era la cifra necessaria per coprire i costi del mese. Non l’avevo e nessuna banca mai mi avrebbe concesso un prestito. In tanti, però, forse avremmo potuto racimolarla e andare avanti.

Cara mamma, caro papà…
se ci conosciamo è perché tu avevi scelto il mio servizio per il tuo bambino. Hai, pertanto, avuto fiducia in me. Ci siamo abbracciati. Abbiamo pianto insieme guardando lui o lei e i suoi cambiamenti. Probabilmente ci siamo anche trovati in conflitto…so di avere un carattere non troppo morbido…ma ne siamo anche venuti a capo. Abbiamo sempre dialogato. Non smettiamo proprio ora.

So che non ho diritto di chiederti dei soldi. Ed è difficile, difficilissimo farlo. Tante relazioni, del resto, si rompono proprio per questioni di denaro. Non ho, però, altre soluzioni. Io desidero che il nido possa sopravvivere. Certo…ci ho investito tanto in tanti anni…e non mi riferisco solo agli investimenti economici. Ho investito tempo, che ho tolto ai miei bambini perché le giornate sono solo di 24 ore, ho investito cuore, perché io in questo servizio ci credo e voglio che sia un luogo in cui si respira educazione. Mi aggiorno costantemente per garantire qualità a tutti voi.
E adesso potrei…potremmo…perdere il nido. Io non ho un conto in banca milionario a cui attingere in casi di emergenza come questo. E sul conto aziendale sono rimasti pochi spiccioli. A marzo sono riuscita a coprire tutte le spese. Ad aprile non ce la farò. Non pagherò le educatrici, non pagherò le utenze e nemmeno l’affitto…Riceverò lettere da avvocati che nemmeno aprirò…non mi metteranno in mezzo alla strada perché ho tre figli minori. E, alla fine, visto che un po’ di sale in zucca ancora mi è rimasto, chiuderò l’attività. Perché i giochi al massacro fanno per me solo fino a un certo punto. I debiti in qualche modo li salderò…le educatrici potranno ottenere il sussidio di disoccupazione e proveranno a cercarsi un altro lavoro…non sarà semplice…ma in qualche modo faranno.

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Il nido, però, non ci sarà più. Quando l’emergenza sarà finita non accoglierà più il tuo bambino o la tua bambina. E sarà difficile trovarne un altro perché sono in tanti i gestori di servizi educativi che vivono questa stessa situazione.
Questa cosa mi fa male. Tanto male.

E a te? Cosa farete tu e il tuo bambino quando tutto sarà finito? Dove lo lascerai quando tornerai a lavorare? Intendiamoci, cara mamma, io non credo che il nido sia un luogo in cui semplicemente tu lasci il tuo bambino perché non hai altre soluzioni. Porti il tuo bambino al nido perché credi nel suo valore educativo; sei sicura, mentre sei al lavoro, che in quel luogo il tuo bambino o la tua bambina fanno delle esperienze belle e importanti per lo sviluppo e la crescita e stanno insieme a persone competenti e di cui tu hai piena fiducia.

Tra poco, però, sarai costretta ad iniziare a pensare ad un’altra soluzione. Te lo dico con un groppo in gola. Ma sarà necessariamente così.

Se, però, vuoi aiutarmi in un momento di enorme difficoltà io accolgo il tuo aiuto e ti ringrazio. Continuerò a insistere perché il governo intervenga e sia lo Stato a sostenermi e appena questo accadrà, stanne certa, cara mamma, restituirò tutto. Sono brava a tenere i conti…non ti preoccupare…riavrai quanto mi hai anticipato…Tutto fino all’ultimo centesimo.

Non posso aggiungere altro…ho detto tutto…Ho il cuore gonfio di angoscia e mi vergogno un po’ per le richieste che ti ho fatto. Non ho, però, nessun altro modo per salvare il nostro nido. Almeno adesso. Ti prometto, però, che continuerò a pensare a soluzioni alternative.

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Ti abbraccio. Virtualmente per ora. Sono certa che presto torneremo ad abbracciarci. Uniti ce la possiamo fare.
Non sulla pelle dei bambini. Non sulla pelle delle famiglie. Non sulla pelle dei servizi.

Marta, educatrice del nido comunale Il girotondo di Bresso (MI)