Essere comunità educante

L’idea di scrivere questo articolo nasce all’inizio di questo caldo mese di luglio, quando ho avuto la fortuna di prendere parte ad un percorso di formazione di tre giorni, messo a punto dalla notissima nel nostro ambiente Silvia Iaccarino.

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E’ stata una formazione densa, carica di tanti significati, emozioni. Ho ritrovato amiche, donne che fanno il mio mestiere perché desiderano diffondere una nuova cultura pedagogica, fatta di sguardi in profondità, pensieri che circolano, apertura alla novità. Una formazione potente, che mi ha regalato tanta energia per affrontare le fatiche dell’educare e le nuove sfide che ho intenzione di affrontare. E che mi ha donato una bellezza tanto grande che non si può esprimere fino in fondo con le parole.

Prima della fine del percorso formativo ho scritto un biglietto che ho messo in una scatola…diceva…”è stato un momento di condivisione profonda, di circolo di idee e soprattutto emozioni…un momento in cui ho sentito la potenza di un gruppo coeso che ti sostiene e ti accompagna”…

Mi sono sentita parte di un gruppo…non una pedina su una scacchiera…una persona senza cui il gruppo non sarebbe potuto essere e senza cui non avrebbe potuto creare tutto ciò che è stato creato…Una nuova cultura pedagogica…una cultura in cui il bambino è al centro e l’adulto, in punta di piedi, appresta occasioni e osserva che accade.

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Nel corso di quel residenziale si è formata una vera comunità educante…persone, professioniste dell’educazione, pedagogiste, educatrici, che hanno dato il via a un cerchio in cui si è fatto esercizio di virtù’, di relazioni, di condivisioni che hanno assunto e assumono ogni giorno grande rilevanza educativa…E’ nata in quei tre giorni una reale comunità educante…una comunità che è stata ed è spazio di partecipazione, che continua ad abilitare all’esercizio di certi valori (soprattutto la centralità del bambino nelle nostre pratiche) e che si assume ogni santissimo giorno responsabilità ed iniziative educative. Una comunità che si nutre ora di interrelazioni, di scambi, di reciprocità. E che sta crescendo…si sta diffondendo nei nostri servizi per l’infanzia. Con mia grande, grandissima gioia.

E’ un grande onore, per me, essere parte di questa meravigliosa comunità educante, perché, io credo, nella problematica pedagogica contemporanea è di fondamentale importanza preoccuparsi della dimensione sociale del processo educativo. Tale preoccupazione nasce dal fatto che il soggetto dell’educazione (così come noi pedagogiste, noi educatrici) va visto nel contesto sociale in cui esiste, e, proprio per questo motivo, ha senso parlare di “comunità educante”. Ognuno di noi è inserito in una pluralità di comunità (i familiari, gli amici, il sistema di relazioni economiche, produttive, giuridiche…) entro cui sviluppa le proprie azioni e si disegna la propria identità; e la comunità, attraverso le interazioni dei suoi membri, assume una propria fisionomia e, a poco a poco, si pone in relazione con altre comunità e con la cornice che le rende possibili, vale e dire la società.

La società di oggi, ricca di sfaccettature, liquida, magmatica, richiede che nei processi educativi sia impegnata tutta la comunità…Per questo è fondamentale che noi professioniste dell’educazione assumiamo la postura di chi vuole operare nel mondo e con esso continuamente rinnovarsi, cercando di appropriarci della realtà “mettendo le mani in essa”, tutti insieme. La sfida di oggi è lavorare affinché educhiamo alla responsabilità, alla partecipazione, al dialogo, alla tolleranza.

Nei giorni del residenziale si percepiva chiaramente che tutte eravamo lì per costruire, tramite percorsi riflessivi, una progettazione partecipata dell’azione educativa. Ognuna di noi ha portato un pezzetto di sé, tasselli, mattoni, perché si possa trasformare i contesti educativi in cui lavoriamo in comunità educanti attraverso il coinvolgimento e la partecipazione di tutti coloro che li attraversano. E questo a partire dalla comunità a cui abbiamo dato origine in quei giorni.
Tutti insieme è importante. Perché tutti insieme possiamo contribuire alla realizzazione degli obiettivi condivisi che ci diamo. E’ solo collaborando in senso partecipato che possiamo rivolgerci ai bambini e alle loro famiglie non solo come destinatari dei servizi, ma come protagonisti e attori attivi delle iniziative programmate e attivate.
E questo è di una potenza incredibile. E’ un ribaltamento di prospettive. Servizi portati aventi e costantemente migliorati da operatori che si confrontano con altri operatori e soprattutto da tutti coloro che li attraversano quotidianamente. Tutti.

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Educare è un verbo che ha radici latine: deriva da ex ducere = tirare fuori, rendere realizzabile (visibile) ciò che è possibile, ciò che è implicito in ogni persona, fin da bambino, la sua potenza, le sue potenzialità, il suo valore di persona, la sua dignità umana. Ma non basta. Educare è soprattutto un atto di reciprocità. Chi educa è anche educato e il suo sapere si gioca nell’atto dell’educazione. Educare non è solo formare. Educare è costruire insieme identità e futuro. Per questo il gruppo che abbiamo costituito in quei giorni, la nostra comunità educante, si è caricata di un ruolo molto importante verso chi frequenta i nostri servizi per l’infanzia: dobbiamo ora espandere i concetti e i valori che sono circolati tra di noi nel corso di quei tre giorni attraverso le nostre buone pratiche e il nostro lavoro. Abbiamo ora il dovere di mettere le conoscenze che sono circolate al servizio di fini costruttivi.

Abbiamo costituito una comunità educante che sta vivendo ed è in fermento; e come tale dobbiamo avere ben chiaro che una società plurale come quella in cui viviamo ha bisogno, come non mai prima di ora, di persone che sappiano assumersi responsabilità delle proprie opinioni e che sappiano accettare che le proprie opinioni possano cambiare nel confronto con quelle degli altri.

E, soprattutto, si è costituito un bel gruppo di colleghe che sono anche amiche. Un gruppo di amiche che hanno voglia di condividere pensieri ed esperienze, che hanno voglia di formarsi consapevoli che, per chi fa lavoro educativo e pedagogico, aggiornarsi è un dovere, oltreché un grande piacere. C’è un filo rosso che serpeggia, ormai, tra i nostri servizi, da Milano alla Toscana, passando per l’Emilia Romagna e le Marche…un fil rouge che ci unisce e ci rammenta la potenza del nostro incontro.

Concludo con una parte di una poesia scritta dalla cara collega Ilenia Schioppetti…ricordando a chi mi legge di guardare…anzi di “sguardare” con attenzione le persone a cui affidate i vostri bambini…

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“perdere il discorso.
tenere il filo.
che lega.
unisce.
protegge.
aiuta.
allunga.
di mano in mano.
storie.
scritte.
da un filo.
perdere il discorso.
tenere il filo.
che scrive.
storie.
di mano in mano.
e allunga.
aiuta.
protegge.
unisce.
lega.
rete.
di filo.
tenuto.
da un discorso perso.”

Come affrontare il “bambino tiranno”?

L’idea di scrivere questo articolo mi è venuta qualche giorno fa. È giunta durante un momento di relax, mentre stavo pensando a tutt’altro che a questioni di pedagogia ed educazione. Si trovano, però, sempre connessioni in ciò che si fa. C’è una struttura che connette ogni cosa, come sosteneva Gregory Bateson, autore che amo molto.

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Stavo leggendo un bel racconto di genere fantasy; ad un certo punto mi sono soffermata su questa frase: L’innocenza non include la pietà, riferita ai bambini che amano giocare con insetti e piccoli animali, staccando loro le zampe e le antenne, mutilandoli delle codine semplicemente per vedere ciò che succede.

Leggendo ho iniziato a riflettere su quanto spesso mi accade di ascoltare da certi genitori affaticati dalle continue richieste dei figli piccoli e, spesso, in difficoltà se è richiesto loro di essere autorevoli. Ogni famiglia con cui sono venuta in contatto nel corso degli anni, o quasi, annovera, infatti, almeno un caso di bambino che definiscono “viziato” e “capriccioso”, una sorta di piccolo principe, che si sente tale e che, almeno agli inizi, gli adulti trattano amorevolmente come tale. Ad un certo momento, però, questo principino mostra di volersi trasformare in un vero despota e comincia per i genitori e una strada che si può dire in salita.

Forte impulsività, scarso affetto per i genitori, poca empatia e motivazione, aggressività incontrollata, capacità di manipolare, insofferenza alle regole e al mancato soddisfacimento dei propri desideri: sono alcune delle caratteristiche di questi bambini, delle quali spesso i genitori si lamentano

Molti pediatri parlano di “sindrome”, “sindrome del bambino tiranno” o “sindrome del bambino imperatore”, che deriverebbe in parte da cause genetiche; studi recenti, però, rivelano che un ruolo importante è giocato dai fattori ambientali e familiari, tra cui una cultura materialista e consumistica, per cui si tende a fornire ai bambini risposte materiali (es ti dò il tablet se la smetti di urlare) e si dà meno spazio a tempo, condivisioni affettive, e un’educazione “approssimativa” e distante, che non accompagna e né sostiene.  I bambini “tiranni” appartengono quasi sempre a famiglie in cui i  genitori sono troppo permissivi o disinteressati ai propri figli oppure, al contrario, iperprotettivi, che, per rendere felice il proprio bambino o per evitare qualsiasi conflitto o problema, non sanno dire di no.

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In questi contesti, ad un certo punto la situazione sfugge di mano e il bambino comincia a sfidare i genitori e, visto che non incontra alcuna opposizione, inizia a sfidare anche il resto degli adulti che gli ruotano intorno. Sente così di avere l’autorità. E, infatti, riesce ad avere il coltello dalla parte del manico perché i genitori gli concedono privilegi smisurati o perché non riescono ad essere coerenti nel momento in cui stabiliscono le norme di comportamento o perché non riescono ad affrontare per tempo e in modo adeguato le prime esigenze e i capricci del bambino.

Come risultato, il piccolo non solo sviluppa un rapporto esigente con i propri genitori, ma pretende addirittura che questi ultimi siano sempre a sua disposizione. Quando non soddisfano i suoi desideri, si arrabbia e può arrivare a minacciarli, insultarli o, in casi estremi, aggredirli fisicamente.

Ci sono dei segnali che annunciano che il bambino sarà un “despota”, segnali che possiamo individuare fin dalla più tenera età: si pensi alle pretese sul cibo o sul riposo.
Questi bambini sono costantemente alla ricerca di piacere, non sviluppano il senso del dovere e non capiscono che a volte bisogna fare dei sacrifici per gli altri. Mostrano, inoltre, poca empatia. Hanno difficoltà a regolare sentimenti ed emozioni, tanto che quando non vengono soddisfatti i loro desideri provano una enorme frustrazione che spesso termina in uno sfogo emotivo. Si impongono sempre con la forza, utilizzando spesso tattiche sofisticate di manipolazione emotiva, dal momento che conoscono benissimo le debolezze dei loro genitori e non hanno scrupoli a utilizzarle a loro favore.

Fin tanto che questi bambini sono piccoli riescono ad avere in pugno i genitori e gli altri adulti di riferimento; con la crescita, però, aumenteranno problemi e difficoltà dal momento che non avranno sempre il mondo ai loro piedi, come accade fin tanto che sono piccoli con i genitori. Pertanto, l’egoismo, la scarsa tolleranza alla frustrazione e le scarse abilità sociali presentano loro un conto molto salato. I bambini coccolati e autoritari non saranno mai bambini felici, neppure da adulti.

E’, quindi, molto importante che i genitori imparino a riconoscere i ricatti morali e a fronteggiare le strategie della piccola “guerra” che il figlio tiranno combatte (e spesso vince) con loro e con i familiari, fino a soggiogarli completamente. Bisogna, quindi, aiutarlo a riconnettersi con la “realtà” senza sottrarlo alle frustrazioni ma educandolo al fatto che anch’esse fanno parte della vita. E’ necessario che i genitori si impadroniscano nuovamente del ruolo di educatori, anche con i conflitti che ciò comporta, non tanto imponendo autorità, ma offrendo ai figli la risorsa dell’autorevolezza.

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Sono molti, per l’esperienza che ho, i genitori che utilizzano una educazione passiva, preoccupandosi più di soddisfare i bisogni materiali dei loro figli piuttosto che trasmettere loro dei valori e delle buone norme di comportamento. Questo stile educativo, che trasforma i bambini nell’asse attorno al quale ruota tutta la famiglia, può dare origine a figli autoritari che non conoscono il rispetto e non sanno quale sia il loro ruolo nelle dinamiche famigliari.

Anche i cambiamenti sociali degli ultimi decenni hanno contribuito a far sì che vi siano sempre più bambini autoritari. Per esempio, la cultura del consumismo e del “tutto va bene” fa sì che alcuni genitori diano maggiore enfasi alle cose materiali. Inoltre, il fatto che le coppie abbiano dei figli in età sempre più avanzata trasforma il piccolo in un “bene prezioso” da coccolare, che non dovrà mai soffrire o essere disciplinato.

Noi pedagogisti possiamo, però, sostenere i genitori e aiutarli a trovare strategie per fronteggiare le difficoltà che possono sorgere quando ci si deve relazionare con bambini che potrebbero avere queste caratteristiche
Innanzi tutto è molto importante prestare attenzione ai primi segnali. Come regola generale, a quattro anni un bambino può già verbalizzare la sua rabbia e a cinque è in grado di controllarla. Se un bambino, giunto a questa età, è ancora aggressivo, fa “capricci” in pubblico e trasforma una giornata in famiglia in un calvario è probabile che stia sviluppando “la Sindrome dell’Imperatore”.

Per aiutare i genitori (e i familiari) a fronteggiarla, è fondamentale che li aiutiamo a comprendere l’importanza di stabilire dei limiti in casa. I limiti e le regole, anche se non è facile darne né accettarne, sono un bene per il bambino, in quanto lo aiutano a dare un ordine logico al suo mondo. Quando il bambino sa esattamente ciò che ci si aspetta da lui può regolare meglio il suo comportamento, sentirsi più sicuro e meno ansioso.
E’ importante, inoltre, che in famiglia si utilizzi uno stile educativo coerente. Entrambi i genitori devono accordarsi in merito a regole e limiti, perché se il bambino nota una discrepanza ne approfitterà. I genitori, necessariamente, devono parlare tra loro dell’educazione del bambino e facciano valere le regole con fermezza e amore.
Devono, poi, far sì che il bambino comprenda che significa mettersi al posto degli altri. Lo sviluppo dell’empatia è fondamentale, perché così i bambini possono capire come si sentono i genitori quando mancano loro di rispetto. Pertanto non ci si deve limitare a punire il bambino per il suo cattivo comportamento, ma lo si deve accompagnare perché possa riflettere su quanto ha fatto e sulle conseguenze, fin da quando è molto piccolo
I bambini imparano osservando i modelli, in primis i loro genitori. Pertanto è fondamentale che questi insegnino loro a gestire le emozioni in modo assertivo, soprattutto la frustrazione, offrendo degli strumenti che permettano di canalizzare queste emozioni negative, piuttosto che lasciare che le scarichino sugli adulti.
Educare un bambino non significa fargli imparare qualcosa che non sapeva, ma trasformarlo in una persona che non esisteva.

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I genitori, prima di avere un figlio, hanno costruito dentro di se un’immagine di “figlio ideale”, il figlio sognato che, abitualmente, ha delle caratteristiche che rispondono alle loro aspettative (e ai loro bisogni). Nel momento in cui un figlio arriva, però, non corrisponde mai a quel figlio desiderato e immaginato. Per questo deve necessariamente attivarsi un processo d’integrazione tra l’ideale e il reale, tra quello che “avrei voluto che tu fossi e quello che sei”. Un processo che dovrebbe portare ben presto a dimenticare quel figlio desiderato, e a focalizzarsi sul bimbo reale per amarlo per quello che è.
Parallelamente, nel momento in cui s’immagina di diventare genitori, si ha dentro di sé una rappresentazione di madre o padre ideali. Immagini costruite a partire dalla propria esperienza (Io sarò come mia madre, che è stata così presente…io non sarò mai come mia madre così ansiosa e apprensiva!…). Rappresentazione frutto dell’integrazione di diverse esperienze di cura, ma anche immagine idealizzata, non reale. Anche per questo genitore sognato deve avvenire un processo d’integrazione: nel momento in cui dobbiamo confrontarci con un figlio in carne ed ossa, che piange, non dorme, non mangia, che è troppo calmo o troppo agitato…ebbene, dobbiamo confrontarci con il genitore che riusciamo a essere con le nostre risorse, ma anche i nostri tanti e inevitabili limiti. Anche in questo caso il processo d’integrazione è fondamentale, altrimenti il rischio è quello di continuare a chiedere a se stessi, e al bambino, di non farci sentire così diversi da quello che pensavamo saremmo stati come genitori.
Infine, ci sono le aspettative nei confronti di un mondo esterno (nonni, amici, scuole…) che, prima di avere un figlio, si immagina accogliente, sempre capace di capire i bisogni miei e dei miei figli, ma, invece, nella realtà diviene talvolta assente e, spesso, giudicante. Allora i nonni, la scuola, gli amici, possono non essere più quelli che c’eravamo immaginati, e anche questo può portare il genitore a essere troppo preoccupato per quello che gli altri potrebbero pensare di lui e a chiedere al figlio che non faccia fare loro “brutta figura”…

I genitori dovrebbero vivere dunque sempre una sorta di disillusione positiva, passando dalla genitorialità ideale a quella reale.
Uno dei passaggi più difficili è quello di accettare la fatica che comporta dare regole e far vivere ai propri figli frustrazioni necessarie a cui essi si oppongono.
I bambini, infatti, per loro natura, non amano sentirsi dire no, non accettano quasi mai di buon grado di essere limitati nei loro desideri e impulsi, dunque di frequente si oppongono, anche con forza e prepotenza, alle indicazioni dei genitori, che, quindi, si possono sentire frustrati e impotenti.

Questi sentimenti possono accentuarsi ulteriormente quando un genitore cerca di mettersi nei panni di proprio figlio. Naturalmente il fatto di entrare in empatia con il proprio bambino, comprendere i suoi sentimenti, non può essere giudicato come un limite. E’, infatti, fondamentale sintonizzarsi con il proprio figlio, ma questo non può essere ciò che impedisce al genitore di perseverare in una posizione di fermezza e coerenza.
Proviamo a fare un esempio:
Paolo ha chiesto insistentemente ai suoi genitori di poter salire sulla giostra, quando l’accordo iniziale era: “oggi andiamo al parco, ma non possiamo andare sulla giostra”. Una volta arrivati al parco è naturale che un bambino, in particolare se piccolo, appena vede la giostra voglia andarci. Potrebbe anche apparire veramente disperato.
Se ci siamo andati ieri, perché oggi no. Domani magari piove e quindi non potremo andarci. C’è il mio amico che lo fa. I soldi so che li hai nel borsellino. Voglio andarci punto e basta! Non mi vuoi bene, perché se mi volessi bene mi faresti andare sulle giostre…
E’ evidente che Paolo sente una forte frustrazione.
Nel momento in cui un genitore si sintonizza con questo sentimento, può avere dei dubbi. Ma in fondo perché no? Domani potrebbe veramente piovere. Perché devo farlo stare così male se i soldi non mi mancano? Perché mai gli ho detto che oggi non si andava sulle giostre? Perché sono venuto al parco? Forse veramente pensa che non lo amo…

Sentire il dolore del proprio figlio, può far vacillare. Ciò che invece può aiutare a mantenere la propria posizione di coerenza sta proprio nella nostra capacità di andare oltre e riconoscere quali sono i bisogni più profondi di nostro figlio, che lui stesso non conosce, ma che noi sappiamo bene.
Un bambino ha bisogno di capire che ci sono dei limiti e di sperimentare la frustrazione. Ha bisogno di imparare a divertirsi al parco in un modo diverso. Ha bisogno di capire che non succederà nulla e che questo è un messaggio d’amore. Ha bisogno di fidarsi di noi imparando che noi sappiamo veramente che cosa è meglio per lui…
La consapevolezza profonda, dunque, del suo bisogno di avere qualcuno che lo contiene e gli consente di fare quello che è meglio per lui dovrebbe muovere le scelte degli adulti. Inoltre se in un primo momento fare ciò che i bambini “comandano” può fare stare bene rispetto al proprio bisogno di sentirsi “buoni” non dando mai frustrazioni ai propri figli, nel tempo renderà i bambini incapaci di affrontare la vita con la forza che è necessaria.

Albi illustrati: il piacere di leggere

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Mi piacciono gli albi illustrati. Molto. Quando entro in libreria, la grande libreria che si trova a due passi da casa mia, non riesco a non fermarmi, anche solo per qualche minuto, nell’angolo dedicato ai bambini e ai ragazzi…è magico quell’angolo…ci ho scovato tesori preziosi!

Un albo illustrato è qualcosa di davvero prezioso. E’ un insieme complesso di forme, parole e figure; sulle sue pagine si incontrano un testo e delle illustrazioni: le une completano, ampliano, approfondiscono, stravolgono il senso delle altre, dando vita a un linguaggio nuovo, originale. L’albo illustrato è fatto per condividere un momento giocoso con i bambini: il piacere dell’ascolto della storia si mescola alla bellezza di poter toccare le immagini.
E’ anche un prodotto che i bambini possono scoprire da soli, seguendo con gli occhi e le mani le illustrazioni, anche senza saper leggere la parte testuale.

Il libro è un oggetto prezioso e i bambini devono poterlo vivere, sia in autonomia, sia in compagnia di un adulto, sia insieme agli altri bambini quando si tratta di una lettura collettiva.
Man mano che si cresce e si impara a leggere ci si allena a comprendere una storia facendo dialogare immagini e testo, perché bisogna ricordarlo bene: le immagini non servono al testo, né è vero il contrario.

Mi accade spesso che, soprattutto in occasione di eventi di non facile gestione, i genitori dei bambini del nido o amici che hanno bambini molto piccoli mi chiedano se c’è un albo da leggere insieme al loro bambino per poter fare fronte a tali eventi…Vedo un po’ di delusione sui loro volti quando rispondo che difficilmente, leggendo un albo illustrato, riusciranno a superare la difficoltà che stanno vivendo. Perché non è facile “usare” un libro…è richiesta molta esperienza e non solo nella lettura.

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Intendiamoci…se conduco una formazione sulla letteratura per bambini, avrò con me dei libri che userò per esporvi ciò che penso in merito a quell’argomento. Oppure se sto conducendo una ricerca, probabilmente userò dei libri per condurre indagini su uno specifico argomento. Non è inappropriato parlare del libro come “strumento”, perché di fatto il libro è anche un oggetto utile, sia ai fini di comprendere e apprendere sia per interiorizzare, tramandare, e perfino leggere storie.

E non è neppure del tutto vero che il verbo leggere sia sempre legato al piacere: se sono alla scuola primaria e mi danno dei libri da leggere, ecco forse che quel piacere, per altro tanto promosso da genitori ed insegnanti, sarà secondario alla fatica. Oppure se devo leggere per lavoro testi poco interessanti o noiosi, di certo non si potrà parlare di godimento.
Quando però prendiamo tra le mani un libro per bambini, generalmente lo scegliamo per piacere…per il piacere di sfogliarlo, di guardare le illustrazioni, di leggere le parole che accompagnano queste illustrazioni.

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Scegliere un albo illustrato con l’intento semplicemente di leggerlo, arreca grande sollievo. Se noi diciamo: “Cerco dei libri sulle emozioni perché quest’anno la programmazione verte su quelle”; o “Cerco delle storie da leggere sulle emozioni”; o ancora “Desidero leggere ai bambini del nido delle storie sulle emozioni” le cose cambiano in modo sostanziale.
Il potere e la potenza delle parole che pronunciamo sono grandi. La nostra lingua è incredibilmente malleabile e possiamo utilizzarla per comunicare pensieri molto diversi tra loro.
Nelle tre frasi che riporto sopra, si può notare come l’ultima suoni molto più accogliente, aperta, e ci mostri un’educatrice che in primo luogo desidera leggere un libro ai suoi bambini; mentre nel primo caso è sottinteso (ed in maniera molto potente) il verbo “usare”. In tutti e tre gli esempi è presente la richiesta di libri a tema e la finalità di chi legge è probabilmente quella di trasmettere qualcosa che abbia a che fare con le emozioni. Quindi si potrebbe pensare che non cambi assolutamente nulla nell’intenzione che conduce delle maestre di a recarsi in libreria per cercare libri su cui poter lavorare.

In tutti e tre gli esempi è presente la richiesta di libri a tema e sembra che la finalità ultima dell’educatrice sia quella di trasmettere qualcosa che abbia a che fare con le emozioni. Si potrebbe, quindi, pensare che non cambi assolutamente nulla nell’intenzione che conduce delle educatrici a recarsi in libreria per cercare libri su cui poter lavorare. Invece, l’intenzione iniziale cambia, così come probabilmente cambierà la sensazione che i bambini avranno quando l’educatrice leggerà loro i libri scelti. I libri scelti per essere usati e non per essere letti diventano meri strumenti, impoverendo la progettazione educativa che, al contrario, potrebbe trarre enormi benefici se l’intento fosse solo quello di “leggere” un libro.

E’ molto importante che educatrici, mamme, nonne…leggano ai bambini quando anche loro hanno voglia, e soprattutto scegliendo albi illustrati che piacciano sia al piccolo sia al grande. La rilettura, si sa, è molto amata, e con i bambini di 2-3 anni si rischia di leggere anche dieci volte lo stesso racconto… meglio sia un racconto che diverta, non solo chi lo ascolta, ma anche chi lo legge! I bambini sono attenti osservatori e percepiscono la noia, la pigrizia, l’insoddisfazione dell’adulto… quale piacere di leggere possiamo trasmettere in questo modo? La lettura deve essere fatta di momenti spontanei, divertenti e spensierati, lenti… Deve allontanare i bambini, per quello che si può, dalla vita frenetica di tutti i giorni, che investe anche il loro gioco e il loro pensiero. E deve essere una lettura disinteressata, senza l’obiettivo di insegnare, trasmettere valori o le buone maniere: cos’ facendo si tradirebbe la lettura, perché il libro verrebbe usato come supporto ad un’educazione che spetterebbe solo all’adulto.
Per comodità, spesso si propongono storie a tema, in relazione ad alcuni bisogni familiari, ad esempio libri su come mangiar bene a tavola od usare il vasino correttamente abbandonando in questo modo il pannolino, come non dire le bugie diventando più obbedienti e rispettosi verso il prossimo…e così via. Qui, però, non c’è piacere di leggere…Riflettiamoci…

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E come si leggono gli albi illustrati ai bambini?
Leggere coinvolge la relazione adulto-bambino, una relazione che si costruisce giorno dopo giorno. E’, quindi, fondamentale leggere ai bambini in modo spontaneo, senza costruire scenari “finti” e poco genuini, perché è nella semplicità che tutto diventa intimo, privato…Sono momenti di pace estremamente importanti per alimentare la relazione. E’ chiaro, poi, che ogni persona ha il suo modo di leggere: più veloce, più lento, con le vocine per ogni personaggio oppure no…letture dolci o letture simpatiche piene di risate… Ogni lettura, in qualsiasi maniera sia fatta, regala al al bambino un piacere diverso, che assaporerà con estrema calma ma con la voglia di averne ancora un altro assaggio…

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E con quali criteri scegliere gli albi da proporre ai bambini?
Occorre cercare senza accontentarsi, scegliere secondo le capacità di attenzione e interpretazione del proprio bambino, senza farsi influenzare dalle età scritte in copertina e senza aver fretta di proporre albi per bambini più grandi.
Per i piccoli del nido è meglio scegliere immagini stilizzate? Oppure vanno meglio quelle ben delineate? Sfondo neutro o con tanti dettagli dell’ambiente in secondo piano?
Molte mamme, quando si parla di albi, mi dicono che preferiscono acquistare quelli con illustrazioni cariche di colori accesi, che giocano con la realtà modificando forme e proporzioni, e, soprattutto, che mostrano animali. Questa scelta deriva da quel pensiero (non so bene di chi) che i libri per bambini debbano essere tanto colorati…il resto non conta, perché tanto sono bambini.
Le neomamme, inoltre, fanno largo uso di albi illustrati “tattili” che non sono più narrazioni ma si riducono a piccoli esercizi sensoriali. Si tratta di quei cartonati che prevedono in ogni pagina una piccola zona in cui si può toccare
un materiale diverso, dal ruvido al peloso, dallo zigrinato al liscio brillante. Oltre a non prevedere una storia sensata ed interessante per il bambino, questi albi hanno protagonisti molto lontani dalla vita del bambino, come pinguini o dinosauri.
Un altro dettaglio su cui si soffermano le mamme sono i colori: più i colori sonoaccesi e più il libro sembra adatto. Poco importa se l’immagine è piatta e senza alcuna prospettiva, poco importa se parte dell’illustrazione non si capisca cosa rappresenti…l’importante è che abbia colori vivaci, molti e tutti insieme.
Ma un albo illustrato non è costituito solo da illustrazioni. Come dicevo prima ci sono anche i testi…testi scritti da chi non vuole insegnare nulla, che non parla attraverso diminutivi inutili che storpiano la lingua italiana, ma che invece racconta storie, seppur brevi, per bambini veri, interessati a sfogliare le pagine esplorando i minimi dettagli che sono inseriti nell’albo.
Si comincia con le prime parole, si continua poi con frasi un po’ più lunghe,
attraverso vocaboli nuovi che danno “musica” alla storia.

E’ possibile un’alleanza educativa genuina tra servizi e famiglie?

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E’ possibile oggi un’alleanza efficace tra scuola/servizio educativo e famiglia? Come è possibile attuare quest’alleanza?

Sempre di più assistiamo, nei nostri servizi a una contrapposizione (se non a un’aperta polemica) tra i genitori e chi si occupa di educazione o gli insegnanti. Ne è testimone un filone mass-mediatico che, con uno sguardo che sempre più spesso è giudicante, dà voce a denunce, minacce, passaggi ad atti violenti di cui, è evidente, fanno le spese soprattutto i bambini e i ragazzi.

E’ molto importante, però, che gli adulti di riferimento attivino un dialogo proficuo tra loro al fine di creare una solida alleanza in grado di realizzare un progetto educativo condiviso.

Al giorno d’oggi la famiglia, in cui sempre più spesso entrambi i genitori lavorano e in cui i nonni non sono disponibili, o non lo sono sempre, coinvolge sin dalla primissima infanzia dei figli altre agenzie educative nel presidio della crescita quotidiana. Sempre di più si delegano a istituzioni parafamiliari funzioni di accudimento primario, istituendo, così, molto più precocemente che in passato, il bisogno di un’alleanza relazionale ed educativa tra la famiglia e l’agenzia educativa.
Questa precocità della delega, al servizio educativo prima e alla scuola in un secondo momento, di funzioni tipiche dei genitori può far sì che nella famiglia si sviluppi un senso di colpa a volte anche forte. Di conseguenza, anziché procedere nella medesima direzione e trovare strategie comuni, ci si trova, sempre più di frequente, davanti a genitori arroccati su posizioni aggressive per far fronte alla frustrazione che può generarsi in seguito alla delega di molte delle loro funzioni educative.

E’ difficile, quindi, realizzare l’alleanza tra la famiglia e l’agenzia educativa a cui questa affida il proprio bambino, anche se da molti genitori è ritenuta necessaria e molto utile. Le famiglie spesso lamentano di sentirsi escluse dalla vita dei servizi e, d’altra parte, chi in questi servizi ci lavora lamenta l’assenteismo delle famiglie.

Quali strategie allora possiamo adottare noi pedagogisti ed educatori?

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Credo che la prima cosa su cui lavorare sia l’avere una percezione chiara della famiglia, perché questo condiziona il nostro modo di essere in relazione con essa. In un testo che amo spesso citare (“in Relazione”, O. Cavalluzzi-C. Degli Esposti) si legge che quando un educatore incontra un bambino che piange con insistenza per avere un giocattolo, è facile che pensi che questo sia un bambino “viziato” dalla sua famiglia e che questa sia in difficoltà nel saper dire di no al proprio figlio attraverso regole e confini. Assumendo questa postura, però, l’educatore esprime un giudizio di valore piuttosto negativo e non riesce a porre i presupposti per stringere alleanza con la famiglia. Non si intravede un procedere verso l’altro e le sue possibili fatiche.
Se, però, lo stesso educatore prova a pensare alla famiglia di questo bambino come un “sistema”, guardando oltre i singoli, cercando di cogliere le relazioni che ci sono all’interno di essa e di guardare più in profondità sarà più facile, per lui, iniziare un dialogo sincero e metterà i genitori in condizione di aprirsi. Se non penserà che quel bambino è soltanto un “bambino viziato” ma lo considererà come un bambino che tutti i giorni vive all’interno di una famiglia in cui si mettono in atto delle dinamiche di un certo tipo per i più svariati motivi non si porrà in posizione giudicante ma potrà entrare in una relazione autentica con la famiglia in questione e andare con essa nella medesima direzione a favore di tutti.

Il primo passo deve essere fatto da noi operatori dei servizi, educatori ed insegnanti. Per portare la famiglia dalla nostra parte, per poter stringere quell’alleanza che tanto desideriamo e che, spesso, ci sembra un traguardo impossibile da raggiungere è importante, in primo luogo, mettere da parte i pre-giudizi e poi allargare gli orizzonti, tenendo presente che i nostri utenti (bambini, ragazzini, adolescenti, adulti…) vivono all’interno di un contesto familiare, a cui sono inevitabilmente legati.

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Le famiglie che si affacciano ai nostri servizi, oggi hanno un carico di vita piuttosto complesso, soprattutto dal punto di vista emotivo; noi pedagogisti ed educatori, pertanto, dobbiamo interrogarci sul come poter accoglierle al meglio. Se tentiamo di indirizzare le famiglie verso un comportamento educativo che noi riteniamo “corretto”, la relazione è sbilanciata dal momento che c’è chi parla e dà suggerimenti perché sa e chi ascolta perché non sa; così facendo intendiamo la famiglia come un contenitore da riempire, ma siamo davvero certi che sia così? La famiglia oggi è una realtà molto complessa e ogni famiglia è unica, pertanto non possiamo pensare di proporre strategie educative che siano universalmente valide se vogliamo stringere solide alleanze. E’, invece, fondamentale conoscere e riflettere sulle regole e sui principi che definiscono il sistema familiare e conoscere i confini del proprio ruolo di pedagogista o educatore o insegnante.

Faccio un esempio.
In un nido c’è un bambino che mette in atto speso comportamenti aggressivi nei confronti degli altri bambini; pertanto si decide di chiedere un incontro ai genitori. Così facendo, ancor prima di iniziare il colloquio, si comunica alla famiglia che qualcosa non va ed è facile che l’educatrice che lo propone pensi a problematiche comportamentali del bambino o a un momento di disagio in famiglia e pensi che il genitore che affronterà il colloquio potrebbe non voler prendere in considerazione il problema o minimizzarlo. Ipotizziamo che il genitore che affronta il colloquio si metta sul chi va là e rifletta su quanto è stato detto dall’educatrice. La sua reazione successiva sarà differente a seconda della situazione che la famiglia sta attraversando. Se la coppia genitoriale sta vivendo, per esempio, una crisi, è facile che il genitore che ha preso parte al colloquio manipoli le parole dell’educatrice per colpire l’altro, enfatizzando la sua responsabilità in quanto sta accadendo al bambino e, pertanto, è possibile, che l’intervento dell’educatrice non porti ad un’alleanza con la famiglia ma peggiori le cose rendendo il bambino ancora più aggressivo. Se, invece, la coppia genitoriale è fragile, può accadere che i genitori si alleino contro l’educatrice pensando che essa stia attaccando il loro sistema valoriale.
E’ pertanto molto importante che, quando si cerca il dialogo con le famiglie, si tenga presente che si sta entrando nella loro sfera privata e che non è detto che desiderino condividere con noi pensieri ed emozioni; l’educatore deve fare in modo che un colloquio con una famiglia non diventi il pretesto per scaricare su di essa le possibili difficoltà che sta vivendo con il bambino/ragazzino/adolescente ma deve cercare di incontrare le famiglie astenendosi da qualsiasi forma di giudizio, assumendo una postura accogliente e rispettando ciò che desiderano o non desiderano condividere.

Questo atteggiamento rappresenta il primo passo per creare un’alleanza solida e duratura. E genuina.

Se noi pedagogisti ed educatori comprendiamo che il nostro ruolo non è quello di dispensatori di consigli pedagogici (anche se spesso ci viene richiesto di farlo) ma che siamo persone competenti dal punto di vista della relazione (siamo i “professionisti della relazione di aiuto”) e che dobbiamo accompagnare le famiglie nel percorso educativo con i loro figli senza sostituirci a loro ma aiutandole a trovare da sé le soluzioni educative migliori per le loro fatiche, allora riusciremo ad allearci con esse e i primi a trarne giovamento saranno proprio i bambini/ragazzi.

Faccio un altro esempio.
La riunione di inizio anno in un servizio educativo per l’infanzia è generalmente un momento in cui si presenta l’équipe e si illustrano i progetti futuri. E’, spesso, anche questo un momento in cui c’è chi parla perché sa e c’è chi ascolta perché non sa. E quando chi sa ha finito di parlare si torna tutti a casa con una lista un po’ arida di informazioni che in pochi giorni si inizierà a dimenticare. Perché, come ho detto, prima le famiglie non sono contenitori da riempire ma sono costituite da individui che, proprio come noi operatori, hanno una storia, che magari vogliono anche raccontare. Individui che provano emozioni e, se noi operatori desideriamo stringere alleanza con loro, non possiamo non tenere conto di questo. Dobbiamo, pertanto, sintonizzarci su ciò che questi genitori provano e aiutarli ad esprimerlo per poi condividere con loro un genuino ed autentico percorso educativo. Possiamo, allora, lasciare da parte i racconti sui nostri bei progetti…per questo possiamo rinviarli alla lettura delle nostre “carte dei servizi”…Restituiamo valore alle emozioni…Lasciamo che le famiglie ci raccontino di sé, dei loro bambini, di come vivono l’ingresso al nido…Questo è un modo per promuovere realmente partecipazione e alleanza. L’educazione emozionale rende l’apprendimento più profondo e più consapevole…Noi pedagogisti ed educatori dobbiamo non solo mostrare le nostre conoscenze e competenze ma anche, e soprattutto, essere in grado di costruire relazioni, esprimere e far esprimere emozioni, saper entrare in sintonia con gli altri.

I servizi educativi hanno bisogno delle famiglie e le famiglie hanno bisogno dei servizi educativi.

Concludo con una frase di Bettelheim, letta nel libro I figli del sogno:

[…] ogni società, educando la futura generazione, pone al bambino, in ogni stadio dello sviluppo, particolari esigenze che derivano dallo specifico modo di vita di quella società. Tali esigenze raggiungono il bambino mediante gli atteggiamenti che egli incontra nelle persone che si prendono cura di lui; atteggiamenti che insieme lo mettono in grado e lo costringono a risolvere i problemi posti dal suo sviluppo.

E questi problemi non sono altro che i conflitti che la società permette o esige. È proprio il modo in cui si risolve questo conflitto che lo porta sempre più vicino a diventare un membro vitale ed efficiente di quella società […]

e […] nessun sistema educativo può essere compreso separatamente dalla società in cui serve.

E’ davvero importante, allora, lavorare tutti insieme e percorrere a stretto contatto il percorso educativo che vogliamo che i nostri bambini seguano.

La fatica dell’educare. Il burnout e le strategie di prevenzione

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Sabato 19 gennaio ho avuto il privilegio di partecipare al Convegno “La fatica dell’educare”, patrocinato dall’Assessorato alla Persona, Scuola e Comunità Solidale di Roma Capitale e organizzato dal Team inRelazione in collaborazione con la cattedra del professor Raffone dell’Universita’ La Sapienza di Roma. Il convegno, non a caso, io credo, si è tenuto in un luogo meraviglioso, dove si è respirata tanta bellezza, la Promoteca del Campidoglio.

Si è parlato di burnout e di quanto sia importante la sua prevenzione.

Sono sempre più frequenti, nella cronaca, i racconti di episodi di maltrattamento di bambini o utenti “fragili” (anziani, disabili,…) da parte di educatrici o insegnanti. Racconti che, ogni volta, mi lasciano incredula. Attonita.

E’ doloroso pensare, in queste circostanze, alla paura che hanno provato i bambini maltrattati. È doloroso sentirsi parte di un “brutto mondo” perché si fa lo stesso mestiere. È doloroso percepire i pregiudizi delle famiglie e il loro peso.

Io sono una pedagogista. Prima ancora un’educatrice. Lavoro in un nido. E sono molto fiera del mestiere che faccio; lo amo molto e mi dà tante soddisfazioni.

Ho studiato per diventare ciò che sono. Ho fatto un lungo percorso, millemila ore di tirocinio con insegnanti che, in università, mi avrebbero fermata se si fossero resi conto che non ero motivata a sufficienza. Perché educare è fatica e senza una motivazione profonda non si può fare questo mestiere.

E come me, tante…tantissime colleghe, che rispettano i bambini, li ascoltano, partecipano con entusiasmo alle loro giornate.

Fa male sentire racconti di botte, grida, vessazioni.

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Tante persone…anche colleghe…sostengono che la soluzione a queste brutture siano le telecamere. Credetemi, non è così. Le telecamere possono essere un ottimo strumento di propaganda politica (e, infatti, persone che di pedagogia non ne sanno nulla stanno discutendo in Parlamento di un disegno di legge che vuole renderle obbligatorie nei nostri servizi per l’infanzia) ma non servono a prevenire i casi di maltrattamento. Potranno, forse, tamponare una situazione di emergenza ma non sono una soluzione definitiva.

Non credo che ci siano “cattive educatrici”. Ci sono, però, educatrici che, a un certo momento, iniziano a stare male. Non riescono più a emozionarsi. Si sentono inutili e inadeguate. Non trovano più soddisfazioni personali nella professione. Sono vittime del Burnout, uno stato di esaurimento fisico, emotivo e mentale che deriva dal coinvolgimento prolungato nel tempo in situazioni lavorative emotivamente impegnative, proprio come quella che si verifica in un servizio educativo in cui ci si prende cura dei bambini.

Non sto sostenendo che tutte le educatrici, prima o poi, nella loro vita lavorativa, saranno assalite dal burnout…anzi…molte non ne saranno neppure sfiorate. Non dobbiamo però pensare che a noi non accadrà mai. È in agguato. È importante, quindi, focalizzarci sulle strategie di prevenzione.

Il burnout è una forma molto seria di stress cronico, in grado di compromettere la capacità lavorativa di una persona. Chi lavora nei servizi per l’infanzia è a rischio. Diciamolo. Diciamocelo. Riflettiamoci su. Con molta attenzione e coscienza. E, soprattutto, senza paura.

Nei servizi che si occupano di infanzia sono tanti gli zoccoli duri: c’è il problema di un eccessivo numero di bambini per educatrice/insegnante (1/28 è un numero molto alto, ma è quello consentito dalla legge nella scuola dell’infanzia); c’è il problema della precarietà, delle difficoltà relazionali tra colleghe, dello scarso riconoscimento all’esterno, dei rapporti con le famiglie che, sempre più spesso, sono difficili e problematici.

Ogni educatrice, inoltre, quando inizia il suo lavoro ha delle aspettative sull’importanza dei propri compiti e sul ruolo sociale che ha, aspettative che possono essere anche molto elevate. È possibile, però, che nella realtà si scontri con il mancato riconoscimento della propria professionalità da parte dei genitori, con l’idea di una paga (giustamente o ingiustamente) percepita come inadeguata per il delicato lavoro che si svolge, col trovarsi a dover sacrificare alcuni aspetti importanti della propria vita per il lavoro. E se non si hanno le risorse (interne ed esterne) per far fronte in maniera razionale a questo iato tra aspettative e realtà, si può facilmente andare incontro al burnout.

Si legge ad un certo punto, nel libro “inRelazione”: Gli antichi greci articolavano la conoscenza in “episteme”, “techne” e “phronesis”, vale a dire “conoscenze certe”, “abilità tecniche” e “saggezza pratica”. Sono sempre state enfatizzate l’episteme e la techne, mentre è stata messa a margine la phronesis, le abilità emotive che, se ben sviluppate, hanno la capacità di moderare e di limitare l’effetto dello stesso tipico del nostro ambiente lavorativo.

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Il metodo inRelazione è un percorso di formazione che ha proprio l’obiettivo di incrementare le competenze emotive e relazionali di chi fa un lavoro di natura educativa. E’ un percorso impegnativo; copre l’arco di un interno fine settimana e tutte sappiamo quanto abbiamo bisogno del sabato e della domenica per ricaricarci e riprenderci dalle fatiche della settimana. E’, però, anche un percorso che ti aiuta a prendere coscienza di te, della tua fragilità, delle tue fatiche di professionista che lavora con i bambini. Contribuisce a renderti più solida dal punto di vista emotivo e relazionale, aiutandoti a rinforzare il Sè e dandoti strumenti e occasioni per entrare in contatto con il tuo “bambino interiore”, per ritrovare la giusta motivazione e migliorare la qualità del lavoro con i bambini.

Quando ho partecipato al training, nel settembre 2018, ero molto affaticata nonostante l’anno educativo fosse appena agli inizi. Ero alle prese con un ambientamento che sentivo impegnativo e non ero certa di avere le risorse per portarlo a termine come avrei voluto.
La formazione mi aiutato a “centrarmi” nuovamente. Ed ho cambiato sguardo su ciò che mi stata accadendo nel lavoro.
Ho capito che, per poter procedere, dovevo ascoltare le emozioni che quella situazione lavorativa aveva fatto nascere in me. Frustrazione, senso di ansia, affanno. Ho capito che dovevo mettere in campo le mie emozioni nella relazione con quella bambina che stava affrontando l’ambientamento. Non dovevo metterle da parte queste emozioni.
Solo così, infatti, questa relazione sarebbe diventata autentica e di qualità. Ho capito che potevo portare la mia fatica, la frustrazione, la difficoltà a tollerare il pianto disperato.
Si pensa che quando si sente la fatica nella relazione, sia colpa dell’altro, che è strano, sbagliato. Ma siamo sicuri che sia così? Nel nostro lavoro ci misuriamo con le difficoltà, le fatiche, perché anche noi educatrici siamo persone con dei limiti e dei difetti e con aspetti problematici nel nostro Sè. Non è facile arrivare ad essere consapevoli di questo, ma, quando accade, assumiamo una postura che ci porta ad accogliere il nostro vissuto e a scegliere, in base ad esso, come rispondere nel modo migliore alla situazione che stiamo vivendo, con il rispetto dei vissuti e dei bisogni della persona con cui siamo entrate in relazione.

Ci vuole tanta concentrazione per riuscire ad assumere una postura di questo genere…così è stato per me…Forse mi ha aiutata l’esperienza che ho maturato in tanti anni di lavoro con i bambini, le formazioni passate, il bisogno di sentirmi bene nel mio contesto lavorativo…
Quando ho ripreso il lavoro dopo il fine settimana di formazione ho sentito che ero pronta per guardare a quell’ambientamento con occhi differenti. Mi ha aiutata il sintonizzarmi con lo stato emotivo della bambina in ambientamento…con la sofferenza per l’allontanamento della madre, con la fatica a stare in un luogo nuovo e poco conosciuto, con persone anch’esse nuove e poco conosciute…L’ho abbracciata tanto, le ho raccontato del gruppo di bambini di cui avrebbe fatto parte, le ho fatto vedere le fotografie dell’anno precedente…Ad un certo punto non era più importante, per me, che smettesse di piangere. Era importante che sentisse che accoglievo il suo pianto e che lo avrei accolto finchè ne avesse avuto il bisogno. Questo mi ha fatto sentire meglio…
Se ti focalizzi sul voler far cessare un pianto disperato di un bambino che sta male, può nascere dentro di te un grande senso di frustrazione e un elevato livello di stress; se, al contrario, lasci che il bambino si esprima con la modalità di cui sente la necessità, che può essere anche il pianto, piano piano ti accorgerai che lui si sente meglio e, con lui, accadrà anche a te di sentirti meglio.

Ci si deve, quindi, focalizzare sulla qualità della relazione: in questo modo si può prevenire il burnout. Perché le relazioni siano di qualità in un contesto educativo è importante mettere in campo una buona capacità di ascolto, esterno ma anche interno: bisogna saper mettersi in contatto con l’altro e, contemporaneamente con sé stessi; perché questo succeda bisogna avere una buona consapevolezza di sé.

Questo ho appreso nel corso del training inRelazione. E credo che sia molto importante per essere una professionista migliore.