Il “gruppo misto” al nido

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Il tema dei gruppi misti al nido è oggetto di ricerca fin dagli anni Ottanta, per un interesse pedagogico da un lato ed esigenze organizzative dall’altro lato.
I primi nidi nascono a tre sezioni: piccoli/lattanti medi/semidivezzi, grandi; alla metà degli anni ’80 in Toscana, si comincia a lavorare con gruppi costituiti da bambini di età eterogenea e si evince che:
• I lattanti seguono i grandi con lo sguardo e cercano di partecipare alle loro attività quando è possibile
• Il grande ha atteggiamento di tutoring nei confronti del piccolo: insegna come usare i giochi oppure rinuncia a contenderli, mostrando grande capacità di modificare la relazione a seconda dell’interlocutore
• Nei gruppi misti c’è un clima di maggiore calma, si verificano meno episodi di conflittualità
• I lattanti non sono a disagio per la situazione movimentata, anzi tendono a parteciparvi e i più grandi sperimentano modalità relazionali diverse e competenze più alte di fronte ai piccoli

Il gruppo misto, quindi, fa pensare a due concetti molto importanti: “cooperazione” e “conflitto”. Queste sono modalità dello stare insieme osservabili fin dai primi mesi di vita e già nei primi anni la comprensione dei rapporti all’interno della famiglia diventa strumento utile nella gestione delle proprie relazioni sociali: riconoscere il leader della situazione e allearsi con questo, tentar di influenzare il giudizio del leader per poterne godere a scapito degli altri, sapere come comunicare e differenziare la propria modalità di comunicazione a seconda dei destinatari per poter indurre azioni o per relazionarsi sembrano essere competenze ben sviluppate sin da molto presto.

Il modo di relazionarsi dei coetanei tra di loro dipende da una serie di fattori (il temperamento, la storia relazionale, i contesti in cui avvengono le interazioni). L’interazione tra bambini parte da una spinta esplorativa e si sviluppa verso intenzioni più complesse; ogni bambino o bambina impara dagli altri ed è fonte di conoscenza e di esperienza per gli altri. Si parla di cultura dei bambini all’interno dei servizi per l’infanzia quando il contesto permette ai bambini di incontrarsi, scontrarsi e costruire un patrimonio condiviso di gesti, piccole situazioni che nella loro ripetitività danno vita, nel quotidiano, a veri e propri linguaggi e valori condivisi..
La qualità delle relazioni tra coetanei, inoltre, è influenzata dal tipo di società in cui i bambini vivono, a cominciare dal tempo che trascorrono con le figure familiari e poi le educatrici e i compagni.

Rileviamo comportamenti interattivi nei bambini a partire dalla seconda metà del primo anno di vita: iniziano i giochi del dare e del prendere che sembrano finalizzati in parte all’oggetto in questione in parte alla relazione. Già intorno ai primi cestini dei tesori si intravedono sguardi incuriositi ai giochi toccati dagli altri: gli oggetti mediano la relazione e spesso concentrano l’attenzione di più bambini.
Quando i bambini iniziano a muoversi autonomamente la relazione si apre al contatto fisico di natura esplorativa e osserviamo le prime imitazioni; per passare dalle interazioni sporadiche a relazioni che hanno un significato nel tempo è necessaria la familiarità, cioè la convivenza in un certo contesto che si ripete con regolarità. Tuttavia iniziano anche i primi conflitti, lo scatenarsi di rabbie per dei comportamenti aggressivi che inizialmente hanno valore esplorativo e man mano sempre più intenzionalmente motivato da un interesse sociale. Comportamenti volti ad attirare l’interesse degli adulti o dei compagni, magari utilizzati come modo per entrare in relazione con l’altro o per concorrenza o gelosia.
Sono già osservabili comportamenti prosociali di aiuto, di consolazione e di tutoring quando i più grandi aiutano i più piccoli; in particolare è nel gioco di finzione che sono visibili strategie di assunzione e distribuzione dei ruoli per lo svolgimento di azioni condivise.

Oggi sappiamo che i bambini sono capaci di organizzarsi fra loro e di organizzare l’ambiente e in questo modo partecipano dei valori e dei contenuti della vita degli adulti rappresentandola, non imitandola, nella forma del gioco.

La gestione di gruppi di bambini è una tra le competenze educative più complesse che, in genere, matura con l’esperienza sul campo e, soprattutto, con una formazione specifica sulla relazione tra pari. Da parte dei genitori, di solito, la scelta del nido nasce anche per volontà di far socializzare i propri figli, intendendo per socializzazione sia lo stare insieme ad altri con interessi, emozioni e curiosità simili, sia l’acquisizione di regole sociali di convivenza. Da parte degli educatori professionali la gestione di gruppi presuppone, oltre alla conoscenza dello sviluppo delle competenze relazionali nei primi tre anni di vita, la progettazione di luoghi che siano adatti alla vita di gruppi, in termini di spazi, tempi e attività. Nascono, allora, alcuni spunti di riflessione. Nelle relazioni “a due” l’adulto è così coinvolto che di rado tiene a mente che tutti i bambini presenti in qual contesto sono esposti alle interazioni che l’educatrice intrattiene con ciascuno: molte “regole del gioco” si apprendono attraverso l’osservazione degli altri. L’adulto è riferimento sociale non solo diretto ma anche indiretto e l’esperienza che ogni bambino fa insieme all’educatore in un contesto di gruppo è anche esperienza del gruppo.
Quando si lavora con un gruppo di bambini è importante cercare di interagire con il gruppo nella sua complessità mettendosi in ascolto di tutti i membri del gruppo. In questo modo si riconosce ciascuno come membro del gruppo e l’interdipendenza reciproca; i gruppi di bambini, al di là delle differenze di genere, culturali o di abilità, possono trovare un adulto in grado di creare un luogo di vita di benessere per il gruppo, ove l’individuo mantiene i suoi spazi e il riconoscimento dei propri bisogni, perché l’adulto è attento a ciascuno e non percepisce gli altri come ostacoli per il raggiungimento del benessere individuale. Normalmente pensiamo che il gruppo limiti l’individuo, sottraendogli attenzione privilegiata o esperienze di apprendimento individualizzato; quando, però, parliamo di gruppi all’interno di contesti educativi, stiamo parlando di identità che sono molto più della somma delle parti del gruppo. Più persone insieme, anche persone molto piccole, sono orientate ad imparare un modo particolare di stare insieme. Inoltre, la cultura dei pari al nido non nasce in modo parallelo alla cultura del gruppo degli adulti: il modo in cui gli educatori si rappresentano il gruppo di bambini cambia il modo di relazionarsi al gruppo, la capacità dell’adulto di gestire le interazioni, di pensare a ogni singolo dentro a un gruppo, cambia il modo di relazionarsi dei bambini con gli adulti e tra di loro.

Al nido, ogni giorno, ogni bambino vive esperienze di gruppo, differenziate sia per qualità che per quantità e i gruppi sono coordinati e gestiti da un numero di educatrici che varia nel corso della giornata (difficilmente – per fortuna! – le educatrici lavorano in modo continuato con i bambini per tutto il tempo che in media un bambino sta al nido).
La qualità delle relazioni fra educatrici e ciascun bambino è strettamente connessa alla qualità di funzionamento di un gruppo di lavoro; riflettere sui gruppi di bambini significa, infatti, anche riflettere sulla sulle relazioni tra educatore e bambini e sulle relazioni tra educatori, coordinatore e ausiliari. Il lavoro dì équipe è una condizione necessaria per dare significato pedagogico sia alle diverse tipologie di gruppi sia al lavoro del nido nel suo complesso.

I momenti di relazione spontanea tra bambini hanno luogo in numero particolarmente considerevole, momenti relazionali che avvengono attraverso lo sguardo e sempre attraverso lo sguardo vengono mantenuti; lo sguardo (l’osservare quello che accade tutt’intorno) è una modalità relazionale che viene usata molto spesso dai bambini per tenere il contatto con l’altro e viene usato come modalità che favorisce e sostiene l’imitazione e l’apprendimento.
Vi sono, poi, numerosi momenti di relazione spontanea tra bambini che hanno come contenuto la conferma, ripresa ed elaborazione delle regole: frequenti sono gli scambi tra bambini in cui uno recupera certe regole e le fa presenti all’altro precisando che una certa cosa non si fa o si fa diversamente, comportamento che induce il secondo a recuperare e a rielaborare la regole stessa.

I gruppi misti al nido diventano un’importante occasione per sperimentare relazioni ricche e complesse, sicuramente ecologiche rispetto a quanto avviene nei gruppi sociali naturali. E’ chiaro che in questa prospettiva le capacità riflessive e la consapevolezza del proprio stile educativo diventano strumenti di lavoro del fare educativo imprescindibili.
L’esperienza di questi anni, mi porta a dire che lavorare con il gruppo misto favorisce ampie possibilità di relazione e costruzione di rapporti, sia tra coetanei che tra bambini di età diverse: permette ad esempio l’imitazione del piccolo verso il grande (ma anche il contrario) così come la cura del grande nei confronti del piccolo. Inoltre, è frequente che il piccolo, avendo più modelli da cui attingere (gli adulti e i pari), imiti il gioco e l’azione del grande, provando, sbagliando e riprovando e queste esperienze lo condurranno più agevolmente all’autonomia. Inoltre il piccolo è affascinato dai bambini più grandi mostrando nei loro confronti un grande interesse che si esprime attraverso sorrisi, sguardi intensi e desiderio di entrare nei loro giochi. Anche i grandi però cercano i più piccoli: hanno infatti la possibilità di “regredire”, per consolidare le loro conquiste e il piacere di un’autonomia già raggiunta, sviluppando verso di loro forme di responsabilizzazione e di cura.

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