Storia di un progetto a sostegno della maternità nel territorio del Rhodense

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Qualche tempo fa ho scritto un articolo in merito alle ombre della maternità e a quanto sia ancora difficile oggi dire e dir-si che la maternità non è solo un momento di estrema gioia e felicità ma che può portare alla donna labilità emotiva, irritabilità, pianti, depressione.

Per alcune donne le aspettative rispetto alla vita familiare e sociale del dopo parto, spesso, idealizzate, si scontrano inevitabilmente con l’impegno concreto legato alle continue richieste di cura provenienti dal neonato, con i necessari cambiamenti delle abitudini coniugali e con la significativa riduzione dei rapporti sociali. Inoltre, la pressione sociale che tende prevalentemente a dipingere il dopo parto come momento esclusivo di gioie e soddisfazioni ostacola le donne sofferenti nella richiesta di aiuto o di sostegno: ciò è spesso dovuto alla vergogna e al timore di essere etichettate…come “ingrate alla vita che ha donato un bambino”…come “inadeguate a prendersi cura di un neonato”…e potrei continuare.
Le madri, inoltre, hanno il timore che, se rivelano pensieri negativi, qualcuno potrà portar via il loro bambino, che non saranno più autonome ma saranno totalmente a carico della loro famiglia oppure che saranno considerate come persone deboli e fragili.

E’ molto importante, pertanto, iniziare a pensare di creare spazi e tempi in cui le neo madri affaticate, stanche, che hanno bisogno di confrontarsi con donne che sono nella loro stessa situazione, possano sentirsi libere di raccontare quello che stanno vivendo.

Si legge sulla “Rivista italiana di Educazione familiare” (n. 1, 2011), un’interessante testimonianza di una neomadre: Quando è nato il mio bambino…tutte le paure trattenute in gravidanza sono scappate fuori, sono entrata in una depressione profonda, ho sentito un’enorme solitudine e un grande desiderio di avere anche io una mamma che mi accudisse e si prendesse cura di me, che mi prendevo cura del mio bambino. Ho pensato di non essere affatto una brava madre e tutte le informazioni che avevo acquisito sull’essere genitori o sui bambini, le mie aspettative sulla madre che avrei voluto essere, sono diventate un’arma che mi si è ritorta contro perché avvertivo la grande distanza tra il genitore ideale…e ciò che ero veramente (fragile, impaurita, con una gran voglia di scappare via da questa responsabilità. Il parlare con altre madri aprendomi e rivelandomi mi ha fatto scoprire un universo di donne con sentimenti simili ai miei (dei quali spesso mi vergognavo) e mi ha aiutata ad uscire dalla crisi.
Sono significative queste ultime parole. Questa madre ricorda di essere riuscita a superare un momento difficile grazie ad altre madri e grazie al confronto con la loro esperienza. Una madre nasce insicura, impaurita, stanca…tutte le madri nascono così…Dirselo è sano. Può essere doloroso, ma è sano.

E’ importante che le neomadri diano sfogo al loro pianto…le lacrime non sono un difetto, un punto di debolezza…Le lacrime si possono tradurre in parole…ci vuole, però, tanto sostegno perché ciò accada.
Possiamo allora pensare di promuovere dei progetti territoriali che abbiano la finalità di creare, mantenere e solidificare una rete tra le famiglie con bambini molto piccoli.

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Sul mio territorio, prima nel comune di Rho e poi anche in quello di Arese, è nato ed è portato avanti un progetto che nasce a sostegno della maternità e della fatica delle neo madri, con l’obiettivo di accrescere le reti sociali delle donne che hanno un bambino molto piccolo e si sentono sole in questo momento molto delicato della loro vita.
Questo progetto è nato grazie ad alcune donne, che sono anche madri, che ad un certo momento hanno deciso di fare rete tra loro per superare la solitudine e la difficoltà dell’avere un neonato di cui prendersi cura. Barbara, Gloria, Federica, Daniela, Veronica erano madri che ad un certo momento si sono sentite slegate da un contesto di comunità e di relazione…hanno sentito il bisogno di uscire da un difficile momento di isolamento e, lentamente ma con tenacia, hanno saputo creare un tempo in cui le donne che da poco vivono l’esperienza della maternità potessero condividere esperienze ed emozioni, stando insieme e tirando fuori vissuti simili.

Queste madri, queste donne, hanno dato vita, prima da sole e poi aiutate da una collega educatrice, Marta, al progetto che oggi è conosciuto come “La colazione delle mamme” e che è frequentato da un gran numero di donne.
Hanno iniziato a vedersi in un caffè di Rho per fare colazione e condividere i vissuti…poi da tre o quattro che erano sono diventate molte di più e grazie a Marta, operatrice di #oltreiperimetri (un progetto lanciato in nove comuni del rhodense e pensato per le famiglie e le persone che si trovano in un momento difficile in ragione di eventi naturali della vita, proprio come la maternità) hanno trovato uno spazio in cui incontrarsi che fosse più tranquillo di un bar e che è
per loro per due ore a settimana.
Grazie a queste donne, tante altre si sono sentite sollevate dall’isolamento, hanno imparato ad essere una risorsa l’una per l’atra, hanno creato occasioni di condivisioni emotive oltrechè di aiuto pratico…si sono confrontate, sono indubbiamente cresciute, si sono scambiate esperienze e hanno promosso dialoghi sul tema della maternità e del femminile.

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Grazie ad un’amica, Sara, la scorsa estate, sono venuta a conoscenza del progetto e del fatto che lo si voleva estendere su altri comuni del Rhodense.
Per me l’esperienza della maternità è stata molto dura, soprattutto la prima volta. Mi sono sentita sola…vivevo in una città che non era la mia…ero senza rete familiare e con una rete amicale debole. Avevo bisogno di sostegno che non c’era, di sostegno alla relazione con mia figlia e all’elaborazione delle emozioni ad essa connesse…Non c’era nulla e la mia fatica è stata immensa. Tante volte piangevo disperata perché avrei voluto tornare alla vita di quando non ero madre. E mia figlia era stata cercata, desiderata, voluta con tutta la nostra anima.

Quando ho saputo dell’esistenza del progetto “Colazione delle mamme” e del fatto che lo si voleva portare in altri comuni del territorio ho provato una gioia grandissima e subito ho accettato di prestare collaborazione per far sì che potesse arrivare ad Arese, il comune in cui vivo. Arese è un comune molto piccolo…i cittadini sono molto attivi sul territorio, è forte lo spirito di appartenenza delle persone al luogo in cui vivono; mancava, però, un’iniziativa del genere e se ne sentiva forte il bisogno.

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Insieme a Sara e a Valentina, oltrechè a Marta e alle donne che hanno ideato “La colazione delle mamme” a Rho, abbiamo lavorato perché il progetto potesse concretizzarsi anche ad Arese. E da febbraio 2019, grazie anche all’Amministrazione Comunale che ha creduto in questa idea, abbiamo uno spazio, per due ore a settimana, come a Rho, in cui accogliamo le neo madri con i loro bambini.
Non accade più, nemmeno in un territorio come il nostro, piccolo e dove si dà molta rilevanza agli aspetti del sociale, che l’esperienza della genitorialità sia considerata una normale fase della vita, supportata da un sapere tramandato di generazione in generazione e maggiormente fruibile grazie a una intensa rete di scambi sociali. La maggiore consapevolezza della scelta di diventare genitori comporta indubbiamente dei vantaggi, ma anche un notevole aumento di ansie e paure, che spesso non trovano un adeguato contenimento in ambito sociale.
Per questo è bene favorire che le donne, nel primo periodo di vita del figlio, cerchino il contatto con altre donne che abbiano vissuto l’esperienza della maternità, con cui scambiare informazioni, condividere timori, avere incoraggiamenti. Il confronto rispetto alle conoscenze e alle esperienze, fondamentali per contenere le fisiologiche ansie genitoriali, deve in qualche modo essere ricostituito.
I nuovi genitori sentono il bisogno di saper decodificare i segnali comportamentali del proprio bambino: senza questa capacità, soprattutto le madri, si sentono incompetenti e provano una sensazione di privazione che procura una forte ansia e rischia di influenzare negativamente la relazione con il neonato. E’ importante, e questo costituisce il fattore principale di qualsiasi prevenzione, sostenere i genitori nello svolgimento del loro compito e fornire loro strumenti per essere “genitori efficaci”. Se si riesce a promuovere le risorse delle famiglie, questo avrà come conseguenza il facilitare lo sviluppo affettivo, cognitivo e sociale dei bambini.
E’ quindi necessario colmare quel “vuoto assistenziale”, nel quale si trovano le neo mamme, creando un luogo e un tempo dove genitori e neonati possano ricevere attenzione, sostegno collettivo ed individuale.
Il nostro progetto nasce con queste premesse.

E’ possibile un’alleanza educativa genuina tra servizi e famiglie?

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E’ possibile oggi un’alleanza efficace tra scuola/servizio educativo e famiglia? Come è possibile attuare quest’alleanza?

Sempre di più assistiamo, nei nostri servizi a una contrapposizione (se non a un’aperta polemica) tra i genitori e chi si occupa di educazione o gli insegnanti. Ne è testimone un filone mass-mediatico che, con uno sguardo che sempre più spesso è giudicante, dà voce a denunce, minacce, passaggi ad atti violenti di cui, è evidente, fanno le spese soprattutto i bambini e i ragazzi.

E’ molto importante, però, che gli adulti di riferimento attivino un dialogo proficuo tra loro al fine di creare una solida alleanza in grado di realizzare un progetto educativo condiviso.

Al giorno d’oggi la famiglia, in cui sempre più spesso entrambi i genitori lavorano e in cui i nonni non sono disponibili, o non lo sono sempre, coinvolge sin dalla primissima infanzia dei figli altre agenzie educative nel presidio della crescita quotidiana. Sempre di più si delegano a istituzioni parafamiliari funzioni di accudimento primario, istituendo, così, molto più precocemente che in passato, il bisogno di un’alleanza relazionale ed educativa tra la famiglia e l’agenzia educativa.
Questa precocità della delega, al servizio educativo prima e alla scuola in un secondo momento, di funzioni tipiche dei genitori può far sì che nella famiglia si sviluppi un senso di colpa a volte anche forte. Di conseguenza, anziché procedere nella medesima direzione e trovare strategie comuni, ci si trova, sempre più di frequente, davanti a genitori arroccati su posizioni aggressive per far fronte alla frustrazione che può generarsi in seguito alla delega di molte delle loro funzioni educative.

E’ difficile, quindi, realizzare l’alleanza tra la famiglia e l’agenzia educativa a cui questa affida il proprio bambino, anche se da molti genitori è ritenuta necessaria e molto utile. Le famiglie spesso lamentano di sentirsi escluse dalla vita dei servizi e, d’altra parte, chi in questi servizi ci lavora lamenta l’assenteismo delle famiglie.

Quali strategie allora possiamo adottare noi pedagogisti ed educatori?

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Credo che la prima cosa su cui lavorare sia l’avere una percezione chiara della famiglia, perché questo condiziona il nostro modo di essere in relazione con essa. In un testo che amo spesso citare (“in Relazione”, O. Cavalluzzi-C. Degli Esposti) si legge che quando un educatore incontra un bambino che piange con insistenza per avere un giocattolo, è facile che pensi che questo sia un bambino “viziato” dalla sua famiglia e che questa sia in difficoltà nel saper dire di no al proprio figlio attraverso regole e confini. Assumendo questa postura, però, l’educatore esprime un giudizio di valore piuttosto negativo e non riesce a porre i presupposti per stringere alleanza con la famiglia. Non si intravede un procedere verso l’altro e le sue possibili fatiche.
Se, però, lo stesso educatore prova a pensare alla famiglia di questo bambino come un “sistema”, guardando oltre i singoli, cercando di cogliere le relazioni che ci sono all’interno di essa e di guardare più in profondità sarà più facile, per lui, iniziare un dialogo sincero e metterà i genitori in condizione di aprirsi. Se non penserà che quel bambino è soltanto un “bambino viziato” ma lo considererà come un bambino che tutti i giorni vive all’interno di una famiglia in cui si mettono in atto delle dinamiche di un certo tipo per i più svariati motivi non si porrà in posizione giudicante ma potrà entrare in una relazione autentica con la famiglia in questione e andare con essa nella medesima direzione a favore di tutti.

Il primo passo deve essere fatto da noi operatori dei servizi, educatori ed insegnanti. Per portare la famiglia dalla nostra parte, per poter stringere quell’alleanza che tanto desideriamo e che, spesso, ci sembra un traguardo impossibile da raggiungere è importante, in primo luogo, mettere da parte i pre-giudizi e poi allargare gli orizzonti, tenendo presente che i nostri utenti (bambini, ragazzini, adolescenti, adulti…) vivono all’interno di un contesto familiare, a cui sono inevitabilmente legati.

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Le famiglie che si affacciano ai nostri servizi, oggi hanno un carico di vita piuttosto complesso, soprattutto dal punto di vista emotivo; noi pedagogisti ed educatori, pertanto, dobbiamo interrogarci sul come poter accoglierle al meglio. Se tentiamo di indirizzare le famiglie verso un comportamento educativo che noi riteniamo “corretto”, la relazione è sbilanciata dal momento che c’è chi parla e dà suggerimenti perché sa e chi ascolta perché non sa; così facendo intendiamo la famiglia come un contenitore da riempire, ma siamo davvero certi che sia così? La famiglia oggi è una realtà molto complessa e ogni famiglia è unica, pertanto non possiamo pensare di proporre strategie educative che siano universalmente valide se vogliamo stringere solide alleanze. E’, invece, fondamentale conoscere e riflettere sulle regole e sui principi che definiscono il sistema familiare e conoscere i confini del proprio ruolo di pedagogista o educatore o insegnante.

Faccio un esempio.
In un nido c’è un bambino che mette in atto speso comportamenti aggressivi nei confronti degli altri bambini; pertanto si decide di chiedere un incontro ai genitori. Così facendo, ancor prima di iniziare il colloquio, si comunica alla famiglia che qualcosa non va ed è facile che l’educatrice che lo propone pensi a problematiche comportamentali del bambino o a un momento di disagio in famiglia e pensi che il genitore che affronterà il colloquio potrebbe non voler prendere in considerazione il problema o minimizzarlo. Ipotizziamo che il genitore che affronta il colloquio si metta sul chi va là e rifletta su quanto è stato detto dall’educatrice. La sua reazione successiva sarà differente a seconda della situazione che la famiglia sta attraversando. Se la coppia genitoriale sta vivendo, per esempio, una crisi, è facile che il genitore che ha preso parte al colloquio manipoli le parole dell’educatrice per colpire l’altro, enfatizzando la sua responsabilità in quanto sta accadendo al bambino e, pertanto, è possibile, che l’intervento dell’educatrice non porti ad un’alleanza con la famiglia ma peggiori le cose rendendo il bambino ancora più aggressivo. Se, invece, la coppia genitoriale è fragile, può accadere che i genitori si alleino contro l’educatrice pensando che essa stia attaccando il loro sistema valoriale.
E’ pertanto molto importante che, quando si cerca il dialogo con le famiglie, si tenga presente che si sta entrando nella loro sfera privata e che non è detto che desiderino condividere con noi pensieri ed emozioni; l’educatore deve fare in modo che un colloquio con una famiglia non diventi il pretesto per scaricare su di essa le possibili difficoltà che sta vivendo con il bambino/ragazzino/adolescente ma deve cercare di incontrare le famiglie astenendosi da qualsiasi forma di giudizio, assumendo una postura accogliente e rispettando ciò che desiderano o non desiderano condividere.

Questo atteggiamento rappresenta il primo passo per creare un’alleanza solida e duratura. E genuina.

Se noi pedagogisti ed educatori comprendiamo che il nostro ruolo non è quello di dispensatori di consigli pedagogici (anche se spesso ci viene richiesto di farlo) ma che siamo persone competenti dal punto di vista della relazione (siamo i “professionisti della relazione di aiuto”) e che dobbiamo accompagnare le famiglie nel percorso educativo con i loro figli senza sostituirci a loro ma aiutandole a trovare da sé le soluzioni educative migliori per le loro fatiche, allora riusciremo ad allearci con esse e i primi a trarne giovamento saranno proprio i bambini/ragazzi.

Faccio un altro esempio.
La riunione di inizio anno in un servizio educativo per l’infanzia è generalmente un momento in cui si presenta l’équipe e si illustrano i progetti futuri. E’, spesso, anche questo un momento in cui c’è chi parla perché sa e c’è chi ascolta perché non sa. E quando chi sa ha finito di parlare si torna tutti a casa con una lista un po’ arida di informazioni che in pochi giorni si inizierà a dimenticare. Perché, come ho detto, prima le famiglie non sono contenitori da riempire ma sono costituite da individui che, proprio come noi operatori, hanno una storia, che magari vogliono anche raccontare. Individui che provano emozioni e, se noi operatori desideriamo stringere alleanza con loro, non possiamo non tenere conto di questo. Dobbiamo, pertanto, sintonizzarci su ciò che questi genitori provano e aiutarli ad esprimerlo per poi condividere con loro un genuino ed autentico percorso educativo. Possiamo, allora, lasciare da parte i racconti sui nostri bei progetti…per questo possiamo rinviarli alla lettura delle nostre “carte dei servizi”…Restituiamo valore alle emozioni…Lasciamo che le famiglie ci raccontino di sé, dei loro bambini, di come vivono l’ingresso al nido…Questo è un modo per promuovere realmente partecipazione e alleanza. L’educazione emozionale rende l’apprendimento più profondo e più consapevole…Noi pedagogisti ed educatori dobbiamo non solo mostrare le nostre conoscenze e competenze ma anche, e soprattutto, essere in grado di costruire relazioni, esprimere e far esprimere emozioni, saper entrare in sintonia con gli altri.

I servizi educativi hanno bisogno delle famiglie e le famiglie hanno bisogno dei servizi educativi.

Concludo con una frase di Bettelheim, letta nel libro I figli del sogno:

[…] ogni società, educando la futura generazione, pone al bambino, in ogni stadio dello sviluppo, particolari esigenze che derivano dallo specifico modo di vita di quella società. Tali esigenze raggiungono il bambino mediante gli atteggiamenti che egli incontra nelle persone che si prendono cura di lui; atteggiamenti che insieme lo mettono in grado e lo costringono a risolvere i problemi posti dal suo sviluppo.

E questi problemi non sono altro che i conflitti che la società permette o esige. È proprio il modo in cui si risolve questo conflitto che lo porta sempre più vicino a diventare un membro vitale ed efficiente di quella società […]

e […] nessun sistema educativo può essere compreso separatamente dalla società in cui serve.

E’ davvero importante, allora, lavorare tutti insieme e percorrere a stretto contatto il percorso educativo che vogliamo che i nostri bambini seguano.

La fatica dell’educare. Il burnout e le strategie di prevenzione

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Sabato 19 gennaio ho avuto il privilegio di partecipare al Convegno “La fatica dell’educare”, patrocinato dall’Assessorato alla Persona, Scuola e Comunità Solidale di Roma Capitale e organizzato dal Team inRelazione in collaborazione con la cattedra del professor Raffone dell’Universita’ La Sapienza di Roma. Il convegno, non a caso, io credo, si è tenuto in un luogo meraviglioso, dove si è respirata tanta bellezza, la Promoteca del Campidoglio.

Si è parlato di burnout e di quanto sia importante la sua prevenzione.

Sono sempre più frequenti, nella cronaca, i racconti di episodi di maltrattamento di bambini o utenti “fragili” (anziani, disabili,…) da parte di educatrici o insegnanti. Racconti che, ogni volta, mi lasciano incredula. Attonita.

E’ doloroso pensare, in queste circostanze, alla paura che hanno provato i bambini maltrattati. È doloroso sentirsi parte di un “brutto mondo” perché si fa lo stesso mestiere. È doloroso percepire i pregiudizi delle famiglie e il loro peso.

Io sono una pedagogista. Prima ancora un’educatrice. Lavoro in un nido. E sono molto fiera del mestiere che faccio; lo amo molto e mi dà tante soddisfazioni.

Ho studiato per diventare ciò che sono. Ho fatto un lungo percorso, millemila ore di tirocinio con insegnanti che, in università, mi avrebbero fermata se si fossero resi conto che non ero motivata a sufficienza. Perché educare è fatica e senza una motivazione profonda non si può fare questo mestiere.

E come me, tante…tantissime colleghe, che rispettano i bambini, li ascoltano, partecipano con entusiasmo alle loro giornate.

Fa male sentire racconti di botte, grida, vessazioni.

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Tante persone…anche colleghe…sostengono che la soluzione a queste brutture siano le telecamere. Credetemi, non è così. Le telecamere possono essere un ottimo strumento di propaganda politica (e, infatti, persone che di pedagogia non ne sanno nulla stanno discutendo in Parlamento di un disegno di legge che vuole renderle obbligatorie nei nostri servizi per l’infanzia) ma non servono a prevenire i casi di maltrattamento. Potranno, forse, tamponare una situazione di emergenza ma non sono una soluzione definitiva.

Non credo che ci siano “cattive educatrici”. Ci sono, però, educatrici che, a un certo momento, iniziano a stare male. Non riescono più a emozionarsi. Si sentono inutili e inadeguate. Non trovano più soddisfazioni personali nella professione. Sono vittime del Burnout, uno stato di esaurimento fisico, emotivo e mentale che deriva dal coinvolgimento prolungato nel tempo in situazioni lavorative emotivamente impegnative, proprio come quella che si verifica in un servizio educativo in cui ci si prende cura dei bambini.

Non sto sostenendo che tutte le educatrici, prima o poi, nella loro vita lavorativa, saranno assalite dal burnout…anzi…molte non ne saranno neppure sfiorate. Non dobbiamo però pensare che a noi non accadrà mai. È in agguato. È importante, quindi, focalizzarci sulle strategie di prevenzione.

Il burnout è una forma molto seria di stress cronico, in grado di compromettere la capacità lavorativa di una persona. Chi lavora nei servizi per l’infanzia è a rischio. Diciamolo. Diciamocelo. Riflettiamoci su. Con molta attenzione e coscienza. E, soprattutto, senza paura.

Nei servizi che si occupano di infanzia sono tanti gli zoccoli duri: c’è il problema di un eccessivo numero di bambini per educatrice/insegnante (1/28 è un numero molto alto, ma è quello consentito dalla legge nella scuola dell’infanzia); c’è il problema della precarietà, delle difficoltà relazionali tra colleghe, dello scarso riconoscimento all’esterno, dei rapporti con le famiglie che, sempre più spesso, sono difficili e problematici.

Ogni educatrice, inoltre, quando inizia il suo lavoro ha delle aspettative sull’importanza dei propri compiti e sul ruolo sociale che ha, aspettative che possono essere anche molto elevate. È possibile, però, che nella realtà si scontri con il mancato riconoscimento della propria professionalità da parte dei genitori, con l’idea di una paga (giustamente o ingiustamente) percepita come inadeguata per il delicato lavoro che si svolge, col trovarsi a dover sacrificare alcuni aspetti importanti della propria vita per il lavoro. E se non si hanno le risorse (interne ed esterne) per far fronte in maniera razionale a questo iato tra aspettative e realtà, si può facilmente andare incontro al burnout.

Si legge ad un certo punto, nel libro “inRelazione”: Gli antichi greci articolavano la conoscenza in “episteme”, “techne” e “phronesis”, vale a dire “conoscenze certe”, “abilità tecniche” e “saggezza pratica”. Sono sempre state enfatizzate l’episteme e la techne, mentre è stata messa a margine la phronesis, le abilità emotive che, se ben sviluppate, hanno la capacità di moderare e di limitare l’effetto dello stesso tipico del nostro ambiente lavorativo.

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Il metodo inRelazione è un percorso di formazione che ha proprio l’obiettivo di incrementare le competenze emotive e relazionali di chi fa un lavoro di natura educativa. E’ un percorso impegnativo; copre l’arco di un interno fine settimana e tutte sappiamo quanto abbiamo bisogno del sabato e della domenica per ricaricarci e riprenderci dalle fatiche della settimana. E’, però, anche un percorso che ti aiuta a prendere coscienza di te, della tua fragilità, delle tue fatiche di professionista che lavora con i bambini. Contribuisce a renderti più solida dal punto di vista emotivo e relazionale, aiutandoti a rinforzare il Sè e dandoti strumenti e occasioni per entrare in contatto con il tuo “bambino interiore”, per ritrovare la giusta motivazione e migliorare la qualità del lavoro con i bambini.

Quando ho partecipato al training, nel settembre 2018, ero molto affaticata nonostante l’anno educativo fosse appena agli inizi. Ero alle prese con un ambientamento che sentivo impegnativo e non ero certa di avere le risorse per portarlo a termine come avrei voluto.
La formazione mi aiutato a “centrarmi” nuovamente. Ed ho cambiato sguardo su ciò che mi stata accadendo nel lavoro.
Ho capito che, per poter procedere, dovevo ascoltare le emozioni che quella situazione lavorativa aveva fatto nascere in me. Frustrazione, senso di ansia, affanno. Ho capito che dovevo mettere in campo le mie emozioni nella relazione con quella bambina che stava affrontando l’ambientamento. Non dovevo metterle da parte queste emozioni.
Solo così, infatti, questa relazione sarebbe diventata autentica e di qualità. Ho capito che potevo portare la mia fatica, la frustrazione, la difficoltà a tollerare il pianto disperato.
Si pensa che quando si sente la fatica nella relazione, sia colpa dell’altro, che è strano, sbagliato. Ma siamo sicuri che sia così? Nel nostro lavoro ci misuriamo con le difficoltà, le fatiche, perché anche noi educatrici siamo persone con dei limiti e dei difetti e con aspetti problematici nel nostro Sè. Non è facile arrivare ad essere consapevoli di questo, ma, quando accade, assumiamo una postura che ci porta ad accogliere il nostro vissuto e a scegliere, in base ad esso, come rispondere nel modo migliore alla situazione che stiamo vivendo, con il rispetto dei vissuti e dei bisogni della persona con cui siamo entrate in relazione.

Ci vuole tanta concentrazione per riuscire ad assumere una postura di questo genere…così è stato per me…Forse mi ha aiutata l’esperienza che ho maturato in tanti anni di lavoro con i bambini, le formazioni passate, il bisogno di sentirmi bene nel mio contesto lavorativo…
Quando ho ripreso il lavoro dopo il fine settimana di formazione ho sentito che ero pronta per guardare a quell’ambientamento con occhi differenti. Mi ha aiutata il sintonizzarmi con lo stato emotivo della bambina in ambientamento…con la sofferenza per l’allontanamento della madre, con la fatica a stare in un luogo nuovo e poco conosciuto, con persone anch’esse nuove e poco conosciute…L’ho abbracciata tanto, le ho raccontato del gruppo di bambini di cui avrebbe fatto parte, le ho fatto vedere le fotografie dell’anno precedente…Ad un certo punto non era più importante, per me, che smettesse di piangere. Era importante che sentisse che accoglievo il suo pianto e che lo avrei accolto finchè ne avesse avuto il bisogno. Questo mi ha fatto sentire meglio…
Se ti focalizzi sul voler far cessare un pianto disperato di un bambino che sta male, può nascere dentro di te un grande senso di frustrazione e un elevato livello di stress; se, al contrario, lasci che il bambino si esprima con la modalità di cui sente la necessità, che può essere anche il pianto, piano piano ti accorgerai che lui si sente meglio e, con lui, accadrà anche a te di sentirti meglio.

Ci si deve, quindi, focalizzare sulla qualità della relazione: in questo modo si può prevenire il burnout. Perché le relazioni siano di qualità in un contesto educativo è importante mettere in campo una buona capacità di ascolto, esterno ma anche interno: bisogna saper mettersi in contatto con l’altro e, contemporaneamente con sé stessi; perché questo succeda bisogna avere una buona consapevolezza di sé.

Questo ho appreso nel corso del training inRelazione. E credo che sia molto importante per essere una professionista migliore.

La “gestione creativa” dei conflitti tra i bambini e le bambine

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Tutti i giorni, più volte al giorno, sul lavoro, al nido, mi accade di assistere a un conflitto tra bambini. Un conflitto che nasce per il possesso di un oggetto; per avere più attenzioni dall’adulto; perché, in un gioco, si vuole ricoprire il ruolo che si è preso un compagno; perché qualcuno vuole imporre una condotta che, in quel momento, non si ha voglia di seguire. E potrei aggiungere esempi all’infinito.

Per un adulto, per i valori che ha dentro di se’, non è facile assistere a un conflitto senza pensare di intervenire per separare i litiganti. Se ci occupiamo della crescita dei bambini, però, vale la pena di fare qualche riflessione in merito. Cerchiamo di guardare al conflitto da un punto di vista differente da chi semplicemente pensa di metterne fine.

La vita è un conflitto continuo, in cui si alternano desideri e delusioni, aspirazioni e frustrazioni; il conflitto determina in noi pensieri e pensieri, notti insonni, gastriti e mal di stomaco. Siamo immersi nel conflitto sin da quando veniamo al mondo, quando dobbiamo affrontare l’angoscia del taglio del cordone ombelicale per poi iniziare il nostro lungo percorso di autonomia e della creazione della nostra identità. Tutte le scelte che facciamo comportano un conflitto, perché quando si sceglie una strada, inevitabilmente, se ne scarta un’altra, pur non avendo la certezza che la decisione presa sia quella giusta o la migliore per noi.

Per i bambini il conflitto è occasione di crescita (cognitiva, emotiva e sociale); siamo noi adulti a vivere con grande tensione le contrapposizioni che nascono tra loro (anche perché possono avere conseguenze “dolorose”)  e, quindi, ci poniamo l’obiettivo di interromperli quanto più velocemente possibile. Così facendo, però, priviamo i bambini e le bambine di esperienze utili alla loro vita è al loro sviluppo. Pensiamo allora di non cercare a tutti i costi di interrompere un conflitto tra bambini. Anche se siamo tentati di farlo.

Il conflitto è, inoltre, un’esperienza non tanto diversa da qualsiasi altra; è carico sì di significato ma nel qui ed ora. È una parte inevitabile del giocare insieme. Pertanto la reazione dell’adulto che vuole a tutti i costi metterne fine, disorienta i bambini, attribuisce contenuti presunti (e spesso errati) a episodi che per i bambini sono marginali, modificando così il valore che i bambini danno al conflitto.

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Se interveniamo noi adulti, infatti, il più delle volte, imponiamo una risoluzione del conflitto molto diversa da quella che i bambini avrebbero trovato naturalmente; oppure non permettiamo che i bambini trovino da se’ una mediazione attraverso le loro abilità. Ricordiamo, in proposito, che i bambini sono competenti e, pertanto, sono in grado di risolvere in autonomia anche situazioni complesse.

Riflettiamo, a questo punto, su un nodo importante. Un bambino che risolve un conflitto è un bambino che riesce ad adattare i propri bisogni al contesto in cui si trova ad essere e all’interno del quale è maturato quel conflitto e, inoltre, riesce a comprendere che al mondo ci sono anche gli altri, con i loro bisogni e le loro emozioni. E con i loro punti di vista.

E’ importante, quindi, non tanto concentrarsi sul porre fine al conflitto, ma piuttosto invitare i litiganti a esprimere le emozioni che stanno provando (domandando, per esempio, “perché sei tanto arrabbiato”, “cosa ti dà più fastidio in questa situazione?”,…) e poi cercare di far sì che si mettano uno nei panni dell’altro (“secondo te perché il tuo compagno ce l’ha con te?”,”perché è tanto arrabbiato?”,…). L’adulto deve far capire ai bambini che sono in conflitto che tutti hanno una parte di ragione e che non è necessario che qualcuno soccomba perché, in questo modo, i litiganti sono pronti a un atto di autoregolazione e a giungere alla “gestione creativa del conflitto”. Il bambino che abbandona al compagno l’oggetto della contesa (un giocattolo che gli piace molto, per esempio) assume un atteggiamento conciliativo ma non soccombe, dato che ha ceduto ciò a cui ambiva di sua volontà. Non è vero che chi assume un atteggiamento conciliativo è il più debole; costui, infatti, ha la capacità di fare una rinuncia, agito che richiede molte risorse interne. Pertanto è molto importante che l’adulto metta da parte le proprie idee di giustizia, che sono molto lontane dal pensiero infantile. Riflettiamoci bene su questo punto.

il conflitto tra bambini è, inoltre, un’occasio e per appendere il linguaggio delle relazioni. La pedagogia moralista del passato leggeva il litigio come qualcosa di sconveniente per un “bravo bambino” ed è anche per questo retaggio che ancora oggi molti adulti faticano a gestirlo in maniera “creativa”. Il conflitto, invece, è un’esperienza che può trasformarsi in occasione di apprendimento: insegna a ricercare le proprie risorse interne, necessarie per risolverlo. È relazione, inoltre, perché ciascuno di noi lo sperimenta nella propria esperienza relazionale quotidiana. Grazie al conflitto e alla capacità di affrontarlo come un momento dello “stare con l’altro” facciamo quotidianamente esercizio di apertura e di accettazione reciproca. È, pertanto, fondamentale lasciare ai bambini la possibilita’ di litigare, perché litigare è un diritto. Il bambino che non sperimenta il conflitto facilmente diventerà un adulto che avrà difficoltà a riconoscere la differenza tra la violenza e la necessità legittima di esprimere le proprie opinioni e ad affrontare in maniera costruttiva le difficoltà relazionali.

Qualche riflessione sul pianto dei bambini

Cosa accade quando, di fronte a voi, un bambino scoppia in un pianto disperato? Cosa sentite dentro? Molti di voi, probabilmente, risponderanno che, se un bambino piange, la prima cosa che fanno è trovare il modo di calmarlo. Cercano di fare in modo che smetta di piangere. E cosa rispondono le educatrici e gli educatori che si prendono cura dei bambini molto piccoli? Probabilmente lo stesso. Aggiungono, forse, che cercherebbero di capire per quale motivo il bambino sta piangendo e, di conseguenza, proverebbero a soddisfare il suo bisogno.

Qualche mese fa ho avuto la fortuna di partecipare a un training formativo molto utile, condotto da due splendide persone e grandi professioniste, Chiara Degli Esposti e Ornella Cavalluzzi, che hanno ideato il Metodo “in Relazione”, in cui si pongono al centro le emozioni e l’emotività di chi si occupa di educazione.
Nel corso della formazione, ad un certo momento, si sono fatte delle riflessioni sul pianto.
Che cos’è il pianto? E’ la prima modalità espressiva del neonato e l’unica modalità che ha di esprimere prima i bisogni e poi i desideri. Ed è la modalità che l’uomo utilizza, anche a linguaggio verbale ben acquisito, per esprimere emozioni non facilmente traducibili in parole.
Durante il pianto, la secrezione delle ghiandole lacrimali aumenta; queste, in condizione di quiete, producono una piccola quantità di liquido per mantenere idratata la cornea ed allontanare i corpi estranei, quando, però, la lacrimazione diventa abbondante e si piange, l’occhio si arrossa e le palpebre si gonfiano, come se il “lavaggio” fosse andato oltre le intenzioni.
Dal punto di vista fisiologico il pianto rappresenta uno stato di eccitazione seguito da un rilassamento. Tutti abbiamo provato la sensazione di profonda calma e tranquillità che invade il nostro corpo dopo aver pianto con intensità: il motivo di questo risiede nel fatto che il nostro organismo attraverso il pianto libera ossitocina, che agisce come un anestetico naturale. Quando si piange per dare sfogo a un’emozione si eliminano, inoltre, quelle sostanze tossiche in eccesso che il corpo produce in condizioni di stress.

Se è così…allora…perché affannarsi perché un bambino smetta di piangere?
Quando piange, infatti, un bambino, proprio come un adulto, libera la tensione che ha accumulato e può superare sensazioni di spavento, fatica, frustrazione. Scrive Aletha Solter in un meraviglioso libro che ho conosciuto grazie e Chiara ed Ornella, Lacrime e capricci. Cosa fare quando i bambini piangono., che è importante dare ascolto ai bambini che piangono. E’ importante accogliere il pianto. Il bambino che piange, quindi, non va ignorato, né distratto, né punito. Va accolto.

E’ tutt’altro che semplice mettersi in ascolto del pianto di un bambino, perché questo, spesso, suscita nell’adulto ansia, frustrazione, senso di colpa, che fanno sì che si chieda al bambino (a volte anche con insistenza) di smettere di piangere. Quando sentiamo un bambino piangere si crea in noi uno stress che è difficile placare o tenere sotto controllo e questo ci porta a pensare che se smetterà starà meglio. Ma, in realtà, saremo noi adulti a stare meglio se il bambino smetterà di piangere perché finiremo di essere sottoposti a tanto stress. E lui? Come si sentirà se non avrà potuto dare sfogo a tutte le tensioni che stava cercando di liberare? Siamo certi che si sentirà meglio?

Il chiedere a un bambino di smettere di piangere è anche un fatto di cultura. Nella nostra cultura occidentale il pianto è considerato sconveniente, a tutte le età, nonostante sia uno straordinario meccanismo di liberazione dalle tensioni e dallo stress e un modo non mediato e ragionato di essere in contatto con se stessi e con le proprie emozioni.
Non è sempre stato così e non è così ovunque.
Nella Grecia Antica, ad esempio, i grandi eroi omerici dell’Iliade e dell’Odissea non si vergognavano di piangere. Erano la viltà in guerra, il mancato rispetto dei patti, la violazione dei codici d’onore eroici o l’assenza di amor patrio che ne potevano macchiare la reputazione, non certo un pianto (di rabbia, commozione, disperazione…) che appariva invece come una spontanea manifestazione di vitalismo. Le lacrime, infatti, erano sentite dalla sensibilità dell’epoca eroica come un liquido vitale, al pari del sangue: un antidoto all’inerzia e all’aridità della morte.
Ci sono poi molte culture in cui il pianto ha un valore sociale. Ne sono una testimonianza tutti quei popoli di discendenza greca dove, per esempio, il valore di piangere per un defunto è tale da diventare, in certi casi, più importante del rito funerario stesso. In questa circostanza un coro di donne viene retribuito dalla famiglia del defunto per piangerlo e ricordarne la figura attraverso “frasi fatte”. Più grande è il coro delle piangenti, maggiore è l’importanza del trapassato.

I bambini nascono piangendo ma disimparano a piangere molto presto, a causa dei condizionamenti e dei meccanismi di controllo che i genitori (ma anche certi educatori, ahimè) mettono in atto per distrarli dal piangere.
Sostenere il pianto disperato e la rabbia di un bambino è una delle cose più difficili che mi sia mai capitata di fare, ma è di ascolto sincero e consapevole che i bambini hanno bisogno; distoglierli dal piangere o dall’arrabbiarsi sarebbe far loro una grande ingiustizia. E si contribuirebbe, in loro, alla creazione di un falso Sè.
Quando sono al nido e uno dei bambini che è con me piange, adesso, grazie alle riflessioni fatte dopo l’incontro con Chiara e Ornella, non cerco più di interrompere questo pianto, anche se per me questo è ancora molto faticoso e mi richiede tanta concentrazione. Cerco di mettermi in ascolto ed accolgo il pianto. Questo non vuol dire che “lascio piangere” il bambino, perché ciò significherebbe, da parte mia, assumere un atteggiamento passivo che il bambino percepirebbe e che sarebbe tutt’altro che di giovamento.
Attraverso il contatto fisico, l’abbraccio, le parole di conforto cerco di fare in modo che comprenda che io sono lì con lui e lo sto guardando senza giudicarlo; se ha bisogno di piangere, di liberare la sua ansia, le sue incertezze, è giusto che lo faccia ed è giusto incoraggiarlo in questo agito. In questo modo si sente compreso ed accettato e procede sereno nella crescita. Il pianto continuamente represso per un bisogno dell’adulto, invece, a lungo andare rende il bambino nervoso, incapace di concentrarsi, può causare dei malesseri. I bambini, a forza di piangere e non venire ascoltati, ad un certo punto smettono perchè si rassegnano al non ricevere riposte. Se, invece, rispondiamo al pianto con l’accoglienza di questo, il bambino avrà la conferma che il suo pianto, così come il sorriso, i suoi gesti, le sue espressioni, ha una qualche utilità, stabilisce un dialogo, lo pone nel ruolo di protagonista, gli dà fiducia in sé stesso e negli altri perché i suoi sforzi di comunicare non sono vani.

Se siete con un bambino che piange, fate uno sforzo e ditegli: “Piangi pure, caro, se vuoi farlo”…Questo potrà inizialmente spiazzarlo ma poi sarà per lui di grande conforto perché sentirà che state accogliendo un suo bisogno e lo accettate in modo autentico e incondizionato.

(Questo articolo è stato scritto dopo che ho partecipato al training inRelazione, condotto da Chiara Degli Esposti e Ornella Cavalluzzi, che ringrazio e a cui sono debitrice di preziosi insegnamenti, e in seguito alla lettura del loro libro “inRelazione. Come il benessere degli insegnanti favorisce l’apprendimento a scuola”)