E’ possibile un’alleanza educativa genuina tra servizi e famiglie?

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E’ possibile oggi un’alleanza efficace tra scuola/servizio educativo e famiglia? Come è possibile attuare quest’alleanza?

Sempre di più assistiamo, nei nostri servizi a una contrapposizione (se non a un’aperta polemica) tra i genitori e chi si occupa di educazione o gli insegnanti. Ne è testimone un filone mass-mediatico che, con uno sguardo che sempre più spesso è giudicante, dà voce a denunce, minacce, passaggi ad atti violenti di cui, è evidente, fanno le spese soprattutto i bambini e i ragazzi.

E’ molto importante, però, che gli adulti di riferimento attivino un dialogo proficuo tra loro al fine di creare una solida alleanza in grado di realizzare un progetto educativo condiviso.

Al giorno d’oggi la famiglia, in cui sempre più spesso entrambi i genitori lavorano e in cui i nonni non sono disponibili, o non lo sono sempre, coinvolge sin dalla primissima infanzia dei figli altre agenzie educative nel presidio della crescita quotidiana. Sempre di più si delegano a istituzioni parafamiliari funzioni di accudimento primario, istituendo, così, molto più precocemente che in passato, il bisogno di un’alleanza relazionale ed educativa tra la famiglia e l’agenzia educativa.
Questa precocità della delega, al servizio educativo prima e alla scuola in un secondo momento, di funzioni tipiche dei genitori può far sì che nella famiglia si sviluppi un senso di colpa a volte anche forte. Di conseguenza, anziché procedere nella medesima direzione e trovare strategie comuni, ci si trova, sempre più di frequente, davanti a genitori arroccati su posizioni aggressive per far fronte alla frustrazione che può generarsi in seguito alla delega di molte delle loro funzioni educative.

E’ difficile, quindi, realizzare l’alleanza tra la famiglia e l’agenzia educativa a cui questa affida il proprio bambino, anche se da molti genitori è ritenuta necessaria e molto utile. Le famiglie spesso lamentano di sentirsi escluse dalla vita dei servizi e, d’altra parte, chi in questi servizi ci lavora lamenta l’assenteismo delle famiglie.

Quali strategie allora possiamo adottare noi pedagogisti ed educatori?

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Credo che la prima cosa su cui lavorare sia l’avere una percezione chiara della famiglia, perché questo condiziona il nostro modo di essere in relazione con essa. In un testo che amo spesso citare (“in Relazione”, O. Cavalluzzi-C. Degli Esposti) si legge che quando un educatore incontra un bambino che piange con insistenza per avere un giocattolo, è facile che pensi che questo sia un bambino “viziato” dalla sua famiglia e che questa sia in difficoltà nel saper dire di no al proprio figlio attraverso regole e confini. Assumendo questa postura, però, l’educatore esprime un giudizio di valore piuttosto negativo e non riesce a porre i presupposti per stringere alleanza con la famiglia. Non si intravede un procedere verso l’altro e le sue possibili fatiche.
Se, però, lo stesso educatore prova a pensare alla famiglia di questo bambino come un “sistema”, guardando oltre i singoli, cercando di cogliere le relazioni che ci sono all’interno di essa e di guardare più in profondità sarà più facile, per lui, iniziare un dialogo sincero e metterà i genitori in condizione di aprirsi. Se non penserà che quel bambino è soltanto un “bambino viziato” ma lo considererà come un bambino che tutti i giorni vive all’interno di una famiglia in cui si mettono in atto delle dinamiche di un certo tipo per i più svariati motivi non si porrà in posizione giudicante ma potrà entrare in una relazione autentica con la famiglia in questione e andare con essa nella medesima direzione a favore di tutti.

Il primo passo deve essere fatto da noi operatori dei servizi, educatori ed insegnanti. Per portare la famiglia dalla nostra parte, per poter stringere quell’alleanza che tanto desideriamo e che, spesso, ci sembra un traguardo impossibile da raggiungere è importante, in primo luogo, mettere da parte i pre-giudizi e poi allargare gli orizzonti, tenendo presente che i nostri utenti (bambini, ragazzini, adolescenti, adulti…) vivono all’interno di un contesto familiare, a cui sono inevitabilmente legati.

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Le famiglie che si affacciano ai nostri servizi, oggi hanno un carico di vita piuttosto complesso, soprattutto dal punto di vista emotivo; noi pedagogisti ed educatori, pertanto, dobbiamo interrogarci sul come poter accoglierle al meglio. Se tentiamo di indirizzare le famiglie verso un comportamento educativo che noi riteniamo “corretto”, la relazione è sbilanciata dal momento che c’è chi parla e dà suggerimenti perché sa e chi ascolta perché non sa; così facendo intendiamo la famiglia come un contenitore da riempire, ma siamo davvero certi che sia così? La famiglia oggi è una realtà molto complessa e ogni famiglia è unica, pertanto non possiamo pensare di proporre strategie educative che siano universalmente valide se vogliamo stringere solide alleanze. E’, invece, fondamentale conoscere e riflettere sulle regole e sui principi che definiscono il sistema familiare e conoscere i confini del proprio ruolo di pedagogista o educatore o insegnante.

Faccio un esempio.
In un nido c’è un bambino che mette in atto speso comportamenti aggressivi nei confronti degli altri bambini; pertanto si decide di chiedere un incontro ai genitori. Così facendo, ancor prima di iniziare il colloquio, si comunica alla famiglia che qualcosa non va ed è facile che l’educatrice che lo propone pensi a problematiche comportamentali del bambino o a un momento di disagio in famiglia e pensi che il genitore che affronterà il colloquio potrebbe non voler prendere in considerazione il problema o minimizzarlo. Ipotizziamo che il genitore che affronta il colloquio si metta sul chi va là e rifletta su quanto è stato detto dall’educatrice. La sua reazione successiva sarà differente a seconda della situazione che la famiglia sta attraversando. Se la coppia genitoriale sta vivendo, per esempio, una crisi, è facile che il genitore che ha preso parte al colloquio manipoli le parole dell’educatrice per colpire l’altro, enfatizzando la sua responsabilità in quanto sta accadendo al bambino e, pertanto, è possibile, che l’intervento dell’educatrice non porti ad un’alleanza con la famiglia ma peggiori le cose rendendo il bambino ancora più aggressivo. Se, invece, la coppia genitoriale è fragile, può accadere che i genitori si alleino contro l’educatrice pensando che essa stia attaccando il loro sistema valoriale.
E’ pertanto molto importante che, quando si cerca il dialogo con le famiglie, si tenga presente che si sta entrando nella loro sfera privata e che non è detto che desiderino condividere con noi pensieri ed emozioni; l’educatore deve fare in modo che un colloquio con una famiglia non diventi il pretesto per scaricare su di essa le possibili difficoltà che sta vivendo con il bambino/ragazzino/adolescente ma deve cercare di incontrare le famiglie astenendosi da qualsiasi forma di giudizio, assumendo una postura accogliente e rispettando ciò che desiderano o non desiderano condividere.

Questo atteggiamento rappresenta il primo passo per creare un’alleanza solida e duratura. E genuina.

Se noi pedagogisti ed educatori comprendiamo che il nostro ruolo non è quello di dispensatori di consigli pedagogici (anche se spesso ci viene richiesto di farlo) ma che siamo persone competenti dal punto di vista della relazione (siamo i “professionisti della relazione di aiuto”) e che dobbiamo accompagnare le famiglie nel percorso educativo con i loro figli senza sostituirci a loro ma aiutandole a trovare da sé le soluzioni educative migliori per le loro fatiche, allora riusciremo ad allearci con esse e i primi a trarne giovamento saranno proprio i bambini/ragazzi.

Faccio un altro esempio.
La riunione di inizio anno in un servizio educativo per l’infanzia è generalmente un momento in cui si presenta l’équipe e si illustrano i progetti futuri. E’, spesso, anche questo un momento in cui c’è chi parla perché sa e c’è chi ascolta perché non sa. E quando chi sa ha finito di parlare si torna tutti a casa con una lista un po’ arida di informazioni che in pochi giorni si inizierà a dimenticare. Perché, come ho detto, prima le famiglie non sono contenitori da riempire ma sono costituite da individui che, proprio come noi operatori, hanno una storia, che magari vogliono anche raccontare. Individui che provano emozioni e, se noi operatori desideriamo stringere alleanza con loro, non possiamo non tenere conto di questo. Dobbiamo, pertanto, sintonizzarci su ciò che questi genitori provano e aiutarli ad esprimerlo per poi condividere con loro un genuino ed autentico percorso educativo. Possiamo, allora, lasciare da parte i racconti sui nostri bei progetti…per questo possiamo rinviarli alla lettura delle nostre “carte dei servizi”…Restituiamo valore alle emozioni…Lasciamo che le famiglie ci raccontino di sé, dei loro bambini, di come vivono l’ingresso al nido…Questo è un modo per promuovere realmente partecipazione e alleanza. L’educazione emozionale rende l’apprendimento più profondo e più consapevole…Noi pedagogisti ed educatori dobbiamo non solo mostrare le nostre conoscenze e competenze ma anche, e soprattutto, essere in grado di costruire relazioni, esprimere e far esprimere emozioni, saper entrare in sintonia con gli altri.

I servizi educativi hanno bisogno delle famiglie e le famiglie hanno bisogno dei servizi educativi.

Concludo con una frase di Bettelheim, letta nel libro I figli del sogno:

[…] ogni società, educando la futura generazione, pone al bambino, in ogni stadio dello sviluppo, particolari esigenze che derivano dallo specifico modo di vita di quella società. Tali esigenze raggiungono il bambino mediante gli atteggiamenti che egli incontra nelle persone che si prendono cura di lui; atteggiamenti che insieme lo mettono in grado e lo costringono a risolvere i problemi posti dal suo sviluppo.

E questi problemi non sono altro che i conflitti che la società permette o esige. È proprio il modo in cui si risolve questo conflitto che lo porta sempre più vicino a diventare un membro vitale ed efficiente di quella società […]

e […] nessun sistema educativo può essere compreso separatamente dalla società in cui serve.

E’ davvero importante, allora, lavorare tutti insieme e percorrere a stretto contatto il percorso educativo che vogliamo che i nostri bambini seguano.

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