Qualche riflessione sul pianto dei bambini

Cosa accade quando, di fronte a voi, un bambino scoppia in un pianto disperato? Cosa sentite dentro? Molti di voi, probabilmente, risponderanno che, se un bambino piange, la prima cosa che fanno è trovare il modo di calmarlo. Cercano di fare in modo che smetta di piangere. E cosa rispondono le educatrici e gli educatori che si prendono cura dei bambini molto piccoli? Probabilmente lo stesso. Aggiungono, forse, che cercherebbero di capire per quale motivo il bambino sta piangendo e, di conseguenza, proverebbero a soddisfare il suo bisogno.

Qualche mese fa ho avuto la fortuna di partecipare a un training formativo molto utile, condotto da due splendide persone e grandi professioniste, Chiara Degli Esposti e Ornella Cavalluzzi, che hanno ideato il Metodo “in Relazione”, in cui si pongono al centro le emozioni e l’emotività di chi si occupa di educazione.
Nel corso della formazione, ad un certo momento, si sono fatte delle riflessioni sul pianto.
Che cos’è il pianto? E’ la prima modalità espressiva del neonato e l’unica modalità che ha di esprimere prima i bisogni e poi i desideri. Ed è la modalità che l’uomo utilizza, anche a linguaggio verbale ben acquisito, per esprimere emozioni non facilmente traducibili in parole.
Durante il pianto, la secrezione delle ghiandole lacrimali aumenta; queste, in condizione di quiete, producono una piccola quantità di liquido per mantenere idratata la cornea ed allontanare i corpi estranei, quando, però, la lacrimazione diventa abbondante e si piange, l’occhio si arrossa e le palpebre si gonfiano, come se il “lavaggio” fosse andato oltre le intenzioni.
Dal punto di vista fisiologico il pianto rappresenta uno stato di eccitazione seguito da un rilassamento. Tutti abbiamo provato la sensazione di profonda calma e tranquillità che invade il nostro corpo dopo aver pianto con intensità: il motivo di questo risiede nel fatto che il nostro organismo attraverso il pianto libera ossitocina, che agisce come un anestetico naturale. Quando si piange per dare sfogo a un’emozione si eliminano, inoltre, quelle sostanze tossiche in eccesso che il corpo produce in condizioni di stress.

Se è così…allora…perché affannarsi perché un bambino smetta di piangere?
Quando piange, infatti, un bambino, proprio come un adulto, libera la tensione che ha accumulato e può superare sensazioni di spavento, fatica, frustrazione. Scrive Aletha Solter in un meraviglioso libro che ho conosciuto grazie e Chiara ed Ornella, Lacrime e capricci. Cosa fare quando i bambini piangono., che è importante dare ascolto ai bambini che piangono. E’ importante accogliere il pianto. Il bambino che piange, quindi, non va ignorato, né distratto, né punito. Va accolto.

E’ tutt’altro che semplice mettersi in ascolto del pianto di un bambino, perché questo, spesso, suscita nell’adulto ansia, frustrazione, senso di colpa, che fanno sì che si chieda al bambino (a volte anche con insistenza) di smettere di piangere. Quando sentiamo un bambino piangere si crea in noi uno stress che è difficile placare o tenere sotto controllo e questo ci porta a pensare che se smetterà starà meglio. Ma, in realtà, saremo noi adulti a stare meglio se il bambino smetterà di piangere perché finiremo di essere sottoposti a tanto stress. E lui? Come si sentirà se non avrà potuto dare sfogo a tutte le tensioni che stava cercando di liberare? Siamo certi che si sentirà meglio?

Il chiedere a un bambino di smettere di piangere è anche un fatto di cultura. Nella nostra cultura occidentale il pianto è considerato sconveniente, a tutte le età, nonostante sia uno straordinario meccanismo di liberazione dalle tensioni e dallo stress e un modo non mediato e ragionato di essere in contatto con se stessi e con le proprie emozioni.
Non è sempre stato così e non è così ovunque.
Nella Grecia Antica, ad esempio, i grandi eroi omerici dell’Iliade e dell’Odissea non si vergognavano di piangere. Erano la viltà in guerra, il mancato rispetto dei patti, la violazione dei codici d’onore eroici o l’assenza di amor patrio che ne potevano macchiare la reputazione, non certo un pianto (di rabbia, commozione, disperazione…) che appariva invece come una spontanea manifestazione di vitalismo. Le lacrime, infatti, erano sentite dalla sensibilità dell’epoca eroica come un liquido vitale, al pari del sangue: un antidoto all’inerzia e all’aridità della morte.
Ci sono poi molte culture in cui il pianto ha un valore sociale. Ne sono una testimonianza tutti quei popoli di discendenza greca dove, per esempio, il valore di piangere per un defunto è tale da diventare, in certi casi, più importante del rito funerario stesso. In questa circostanza un coro di donne viene retribuito dalla famiglia del defunto per piangerlo e ricordarne la figura attraverso “frasi fatte”. Più grande è il coro delle piangenti, maggiore è l’importanza del trapassato.

I bambini nascono piangendo ma disimparano a piangere molto presto, a causa dei condizionamenti e dei meccanismi di controllo che i genitori (ma anche certi educatori, ahimè) mettono in atto per distrarli dal piangere.
Sostenere il pianto disperato e la rabbia di un bambino è una delle cose più difficili che mi sia mai capitata di fare, ma è di ascolto sincero e consapevole che i bambini hanno bisogno; distoglierli dal piangere o dall’arrabbiarsi sarebbe far loro una grande ingiustizia. E si contribuirebbe, in loro, alla creazione di un falso Sè.
Quando sono al nido e uno dei bambini che è con me piange, adesso, grazie alle riflessioni fatte dopo l’incontro con Chiara e Ornella, non cerco più di interrompere questo pianto, anche se per me questo è ancora molto faticoso e mi richiede tanta concentrazione. Cerco di mettermi in ascolto ed accolgo il pianto. Questo non vuol dire che “lascio piangere” il bambino, perché ciò significherebbe, da parte mia, assumere un atteggiamento passivo che il bambino percepirebbe e che sarebbe tutt’altro che di giovamento.
Attraverso il contatto fisico, l’abbraccio, le parole di conforto cerco di fare in modo che comprenda che io sono lì con lui e lo sto guardando senza giudicarlo; se ha bisogno di piangere, di liberare la sua ansia, le sue incertezze, è giusto che lo faccia ed è giusto incoraggiarlo in questo agito. In questo modo si sente compreso ed accettato e procede sereno nella crescita. Il pianto continuamente represso per un bisogno dell’adulto, invece, a lungo andare rende il bambino nervoso, incapace di concentrarsi, può causare dei malesseri. I bambini, a forza di piangere e non venire ascoltati, ad un certo punto smettono perchè si rassegnano al non ricevere riposte. Se, invece, rispondiamo al pianto con l’accoglienza di questo, il bambino avrà la conferma che il suo pianto, così come il sorriso, i suoi gesti, le sue espressioni, ha una qualche utilità, stabilisce un dialogo, lo pone nel ruolo di protagonista, gli dà fiducia in sé stesso e negli altri perché i suoi sforzi di comunicare non sono vani.

Se siete con un bambino che piange, fate uno sforzo e ditegli: “Piangi pure, caro, se vuoi farlo”…Questo potrà inizialmente spiazzarlo ma poi sarà per lui di grande conforto perché sentirà che state accogliendo un suo bisogno e lo accettate in modo autentico e incondizionato.

(Questo articolo è stato scritto dopo che ho partecipato al training inRelazione, condotto da Chiara Degli Esposti e Ornella Cavalluzzi, che ringrazio e a cui sono debitrice di preziosi insegnamenti, e in seguito alla lettura del loro libro “inRelazione. Come il benessere degli insegnanti favorisce l’apprendimento a scuola”)

 

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