Affrontare il tema della morte con i bambini

Non mi risulta facile scrivere questo articolo perché credo che sia  straziante dover spiegare ad un bambino che una persona a lui cara non c’è più…crea disagio, fa paura. A me in primis.

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La morte e la sua scoperta, però, sono una tappa dello sviluppo dei bambini e vanno affrontate perché essi possano vivere la vita in modo sano; può morire un animale che è loro molto caro, può appassire una pianta, possono vedere un cartone animato in cui muore qualcuno…la morte è presente nella vita dei bambini, non possiamo negarlo e nemmeno nasconderlo.

A tutti i genitori, così come a tutti gli educatori è accaduto, almeno una volta nella vita, di sentirsi chiedere da un bambino: “E’ morto e vuol dire che non lo vedrò più? Sarà per sempre così? Tornerà, vero?”. E’ una domanda che spiazza. Ma non possiamo mentire. In nessun modo.
I bambini hanno le risorse per affrontare la morte ed accettarla; siamo noi adulti che temiamo che, di fronte a un evento tanto doloroso, restino traumatizzati, cadano in uno stato di depressione. E, di conseguenza, cerchiamo, fin quando è possibile, di non affrontare l’argomento…”Il nonno si è addormentato”…”Il nonno ora si trova in un posto bellissimo ma tornerà a trovarti tutte le volte che vorrai”…sono frasi che è facile sentire pronunciare in occasione di un lutto.

Il miglior modo per superare un’esperienza di morte, però, è parlarne, rispondere alle domande, farne, raccontare quello che fa paura, piangere per poi ripartire forti.

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E’ molto importante aiutare i bambini a comunicare e ad elaborare le emozioni che una perdita può provocare. I bambini piccoli credono che una persona a cui hanno voluto bene, anche se è morta, possa vederli, sentirli, annusarli, che si muova; è difficile per loro pensare che una persona cara che è morta non esista più, non si possa toccare, vedere, non abbia più un cervello con cui pensarli. E’ un tipo di consapevolezza che può dare molto dolore. I bambini piccoli rimangono spesso affascinati se vedono il corpo morto di un insetto, di una lucertola…può essere, allora, l’occasione per spiegare loro il concetto di corpo che non funziona più e quello di morte. Un’occasione lieve ma che può aiutare noi adulti più di quanto immaginiamo.

Proteggere un bambino dalla verità che un nonno o un genitore sta morendo significa di privarlo del poco tempo che gli rimane per separarsi da lui, per dirgli tutto ciò che, a modo suo, ha bisogno di dire. Questi ultimi scambi sono fondamentali per facilitare il successivo processo di elaborazione del lutto e restano tra i ricordi del bambino, come un tesoro. Richiamare alla memoria quelle ultime conversazioni piene di amore attiverà in lui il rilascio di oppiacei nel cervello, come quando il genitore era ancora con lui.

Succede spesso che i bambini parlino della possibilità di ricongiungersi alla persona scomparsa…Non è raro sentire un bambino che ha perso un genitore dire: “Vorrei morire, per poter stare con il mio papà…”. Il fatto che un bambino possa desiderare di morire per ricongiungersi al genitore che non c’è più può risultare scioccante per noi adulti, ma è importante non dimenticare che questa è solo una fantasia e non corrisponde a un pericolo reale (ad esempio che il bambino si uccida)…E’ bene, sempre e comunque, lasciare che il bambino verbalizzi quello che sente in un momento tanto tragico.
E’ inutile pensare di doverlo proteggere in ogni modo dal dolore; se l’altro genitore ha bisogno di esprimerlo questo dolore, lo faccia! Perché se lo cela, è facile che il bambino lo percepisca comunque e pensi che non vi sia spazio per il proprio dolore; il genitore deve permettersi di parlare del dolore, del proprio dolore, perché così facendo si mostra abbastanza forte da poter affrontare il tema della morte e, quindi, abbastanza forte da poter proteggere il bambino. Se il gioco si capovolge e il genitore cerca di proteggere il bambino non parlandogli della persona che è morta, in realtà sta solo proteggendo se stesso. Parlare della perdita non è mai fonte di inibizione del processo di elaborazione del lutto da parte del bambino, né costituisce un freno.

Intendiamoci…non è un problema che un genitore si senta a disagio, anche intenso, davanti alla sofferenza del suo bambino…è solo che preferirebbe non provarlo. Se, però, non si accettano le emozioni che una perdita può creare in un bambino e facciamo finta che vada comunque tutto bene, finiamo per non ascoltarlo, finiamo per non comprendere queste emozioni e può accadere che per farlo si senta sbagliato. Se il bambino è inibito nella sue emozioni, se non le sente come autorizzate e legittime, la conseguenza è che lui stesso imparerà a inibirle, a colpevolizzarsi per quello che prova, a sforzarsi di sostituire le emozioni autentiche con quelle autorizzate.

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I bambini, quando scoprono la morte, un po’ ne sono incuriositi e un po’ ne sono spaventati. Gli adulti, spesso, hanno l’illusione che non capiscano o che, se evitano di parlarne, non si pongano certe domande a cui, poi, è molto difficile rispondere. I bambini, come hanno dimostrato gli studi di J. Bowlby sulle reazioni alla perdita, soffrono e vivono il lutto in modo non molto diverso dagli adulti, anche se cambia la manifestazione esterna della sofferenza. Questa illusione è alimentata da fatto che i bambini piccoli non hanno le capacità cognitive per cogliere concetti complessi come la non reversibilità; inoltre i bambini, spesso, in caso di morte di una persona cara non piangono né parlano e questo può far pensare al fatto che non soffrano; in realtà, molto più semplicemente, elaborano il lutto in maniera diversa. Hanno bisogno di concretizzare concetti come l’irreversibilità ed è facile che accada che solo quando non vedranno la persona scomparsa non presentarsi ad appuntamenti importanti (come per esempio il loro compleanno) capiscano che non tornerà mai più.

La soluzione, però, non è non parlare della morte. Perché non è un modo per proteggere i bambini. Se non si parla loro della morte, li si costringe a farsi da soli un’idea su questo tema. Non rispondere alle domande sulla morte, vuol dire lasciare spazio all’immaginazione dei bambini e, quindi, anche alle paure più terribili. Può crearsi, così, un “effetto nuvola nera” (c’è qualcosa di talmente brutto che non si può sapere esattamente di cosa si tratta). E’ importante rispondere con sincerità a tutte le domande che fanno e parlare in maniera chiara e non evasiva, senza usare concetti che li possano confondere, come “è andato via”o “è partito”, dal momento che faticano a capire l’irreversibilità, cioè cosa significa che chi è morto non tornerà più.

Può essere d’aiuto far percepire che il rapporto con la persona morta continua in qualche forma, perché può rendere la separazione meno drammatica e più comprensibile per un bambino che non riesce a rappresentarsi il concetto di irreversibilità. Possono essere di aiuto le storie e le favole, anche inventate ad hoc. Si può dire, per esempio, che il genitore scomparso vive piccolo piccolo nel cuore del bambino e che gli dà un bacio tutte le notti mentre dorme; questo po’ essere un modo per dirgli che il genitore che non c’è più in qualche modo rimane con lui e, quindi, facilitare l’accettazione della morte. Anche portare il bambino al cimitero può aiutare a spiegare e a dare continuità al rapporto.

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Termino citando un libro tenero…delicato…che a volte può essere di aiuto…
E’ un libro di Roberto Parmeggiani, dal titolo “La nonna addormentata”, in cui l’autore ci conduce con incredibile tatto attraverso i suoi ricordi di bambino, raccontandoci la lenta scomparsa di sua nonna. Addormentata a lungo per via di una malattia, un bel giorno la nonna viene svegliata dal bacio di un principe che la porta via con sé. Tornerà ad essere spensierata e felice e a fare tutte quelle cose che le piacevano tanto e che per lungo tempo non aveva più potuto compiere.
E’ presente la metafora del viaggio, ma resta tale e non si trasforma in bugia, perché al lettore bambino è molto chiaro il concetto di distacco materiale dall’amata nonna, senza che si senta da lei abbandonato o trascurato. Il protagonista della storia, infatti, è molto lieto che la sua nonna non sia più costretta a stare a letto per tutto il tempo e possa invece godersi nuovamente la felicità. E la circostanza di averla salutata ogni giorno per settimane lo rassicura sulla persistenza del rapporto affettivo tra loro nonostante la lontananza.
Leggetelo insieme al vostro bambino se siete nella circostanza di dover parlare con lui della morte di un nonno…Vi aiuterà.

E’ possibile un’alleanza educativa genuina tra servizi e famiglie?

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E’ possibile oggi un’alleanza efficace tra scuola/servizio educativo e famiglia? Come è possibile attuare quest’alleanza?

Sempre di più assistiamo, nei nostri servizi a una contrapposizione (se non a un’aperta polemica) tra i genitori e chi si occupa di educazione o gli insegnanti. Ne è testimone un filone mass-mediatico che, con uno sguardo che sempre più spesso è giudicante, dà voce a denunce, minacce, passaggi ad atti violenti di cui, è evidente, fanno le spese soprattutto i bambini e i ragazzi.

E’ molto importante, però, che gli adulti di riferimento attivino un dialogo proficuo tra loro al fine di creare una solida alleanza in grado di realizzare un progetto educativo condiviso.

Al giorno d’oggi la famiglia, in cui sempre più spesso entrambi i genitori lavorano e in cui i nonni non sono disponibili, o non lo sono sempre, coinvolge sin dalla primissima infanzia dei figli altre agenzie educative nel presidio della crescita quotidiana. Sempre di più si delegano a istituzioni parafamiliari funzioni di accudimento primario, istituendo, così, molto più precocemente che in passato, il bisogno di un’alleanza relazionale ed educativa tra la famiglia e l’agenzia educativa.
Questa precocità della delega, al servizio educativo prima e alla scuola in un secondo momento, di funzioni tipiche dei genitori può far sì che nella famiglia si sviluppi un senso di colpa a volte anche forte. Di conseguenza, anziché procedere nella medesima direzione e trovare strategie comuni, ci si trova, sempre più di frequente, davanti a genitori arroccati su posizioni aggressive per far fronte alla frustrazione che può generarsi in seguito alla delega di molte delle loro funzioni educative.

E’ difficile, quindi, realizzare l’alleanza tra la famiglia e l’agenzia educativa a cui questa affida il proprio bambino, anche se da molti genitori è ritenuta necessaria e molto utile. Le famiglie spesso lamentano di sentirsi escluse dalla vita dei servizi e, d’altra parte, chi in questi servizi ci lavora lamenta l’assenteismo delle famiglie.

Quali strategie allora possiamo adottare noi pedagogisti ed educatori?

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Credo che la prima cosa su cui lavorare sia l’avere una percezione chiara della famiglia, perché questo condiziona il nostro modo di essere in relazione con essa. In un testo che amo spesso citare (“in Relazione”, O. Cavalluzzi-C. Degli Esposti) si legge che quando un educatore incontra un bambino che piange con insistenza per avere un giocattolo, è facile che pensi che questo sia un bambino “viziato” dalla sua famiglia e che questa sia in difficoltà nel saper dire di no al proprio figlio attraverso regole e confini. Assumendo questa postura, però, l’educatore esprime un giudizio di valore piuttosto negativo e non riesce a porre i presupposti per stringere alleanza con la famiglia. Non si intravede un procedere verso l’altro e le sue possibili fatiche.
Se, però, lo stesso educatore prova a pensare alla famiglia di questo bambino come un “sistema”, guardando oltre i singoli, cercando di cogliere le relazioni che ci sono all’interno di essa e di guardare più in profondità sarà più facile, per lui, iniziare un dialogo sincero e metterà i genitori in condizione di aprirsi. Se non penserà che quel bambino è soltanto un “bambino viziato” ma lo considererà come un bambino che tutti i giorni vive all’interno di una famiglia in cui si mettono in atto delle dinamiche di un certo tipo per i più svariati motivi non si porrà in posizione giudicante ma potrà entrare in una relazione autentica con la famiglia in questione e andare con essa nella medesima direzione a favore di tutti.

Il primo passo deve essere fatto da noi operatori dei servizi, educatori ed insegnanti. Per portare la famiglia dalla nostra parte, per poter stringere quell’alleanza che tanto desideriamo e che, spesso, ci sembra un traguardo impossibile da raggiungere è importante, in primo luogo, mettere da parte i pre-giudizi e poi allargare gli orizzonti, tenendo presente che i nostri utenti (bambini, ragazzini, adolescenti, adulti…) vivono all’interno di un contesto familiare, a cui sono inevitabilmente legati.

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Le famiglie che si affacciano ai nostri servizi, oggi hanno un carico di vita piuttosto complesso, soprattutto dal punto di vista emotivo; noi pedagogisti ed educatori, pertanto, dobbiamo interrogarci sul come poter accoglierle al meglio. Se tentiamo di indirizzare le famiglie verso un comportamento educativo che noi riteniamo “corretto”, la relazione è sbilanciata dal momento che c’è chi parla e dà suggerimenti perché sa e chi ascolta perché non sa; così facendo intendiamo la famiglia come un contenitore da riempire, ma siamo davvero certi che sia così? La famiglia oggi è una realtà molto complessa e ogni famiglia è unica, pertanto non possiamo pensare di proporre strategie educative che siano universalmente valide se vogliamo stringere solide alleanze. E’, invece, fondamentale conoscere e riflettere sulle regole e sui principi che definiscono il sistema familiare e conoscere i confini del proprio ruolo di pedagogista o educatore o insegnante.

Faccio un esempio.
In un nido c’è un bambino che mette in atto speso comportamenti aggressivi nei confronti degli altri bambini; pertanto si decide di chiedere un incontro ai genitori. Così facendo, ancor prima di iniziare il colloquio, si comunica alla famiglia che qualcosa non va ed è facile che l’educatrice che lo propone pensi a problematiche comportamentali del bambino o a un momento di disagio in famiglia e pensi che il genitore che affronterà il colloquio potrebbe non voler prendere in considerazione il problema o minimizzarlo. Ipotizziamo che il genitore che affronta il colloquio si metta sul chi va là e rifletta su quanto è stato detto dall’educatrice. La sua reazione successiva sarà differente a seconda della situazione che la famiglia sta attraversando. Se la coppia genitoriale sta vivendo, per esempio, una crisi, è facile che il genitore che ha preso parte al colloquio manipoli le parole dell’educatrice per colpire l’altro, enfatizzando la sua responsabilità in quanto sta accadendo al bambino e, pertanto, è possibile, che l’intervento dell’educatrice non porti ad un’alleanza con la famiglia ma peggiori le cose rendendo il bambino ancora più aggressivo. Se, invece, la coppia genitoriale è fragile, può accadere che i genitori si alleino contro l’educatrice pensando che essa stia attaccando il loro sistema valoriale.
E’ pertanto molto importante che, quando si cerca il dialogo con le famiglie, si tenga presente che si sta entrando nella loro sfera privata e che non è detto che desiderino condividere con noi pensieri ed emozioni; l’educatore deve fare in modo che un colloquio con una famiglia non diventi il pretesto per scaricare su di essa le possibili difficoltà che sta vivendo con il bambino/ragazzino/adolescente ma deve cercare di incontrare le famiglie astenendosi da qualsiasi forma di giudizio, assumendo una postura accogliente e rispettando ciò che desiderano o non desiderano condividere.

Questo atteggiamento rappresenta il primo passo per creare un’alleanza solida e duratura. E genuina.

Se noi pedagogisti ed educatori comprendiamo che il nostro ruolo non è quello di dispensatori di consigli pedagogici (anche se spesso ci viene richiesto di farlo) ma che siamo persone competenti dal punto di vista della relazione (siamo i “professionisti della relazione di aiuto”) e che dobbiamo accompagnare le famiglie nel percorso educativo con i loro figli senza sostituirci a loro ma aiutandole a trovare da sé le soluzioni educative migliori per le loro fatiche, allora riusciremo ad allearci con esse e i primi a trarne giovamento saranno proprio i bambini/ragazzi.

Faccio un altro esempio.
La riunione di inizio anno in un servizio educativo per l’infanzia è generalmente un momento in cui si presenta l’équipe e si illustrano i progetti futuri. E’, spesso, anche questo un momento in cui c’è chi parla perché sa e c’è chi ascolta perché non sa. E quando chi sa ha finito di parlare si torna tutti a casa con una lista un po’ arida di informazioni che in pochi giorni si inizierà a dimenticare. Perché, come ho detto, prima le famiglie non sono contenitori da riempire ma sono costituite da individui che, proprio come noi operatori, hanno una storia, che magari vogliono anche raccontare. Individui che provano emozioni e, se noi operatori desideriamo stringere alleanza con loro, non possiamo non tenere conto di questo. Dobbiamo, pertanto, sintonizzarci su ciò che questi genitori provano e aiutarli ad esprimerlo per poi condividere con loro un genuino ed autentico percorso educativo. Possiamo, allora, lasciare da parte i racconti sui nostri bei progetti…per questo possiamo rinviarli alla lettura delle nostre “carte dei servizi”…Restituiamo valore alle emozioni…Lasciamo che le famiglie ci raccontino di sé, dei loro bambini, di come vivono l’ingresso al nido…Questo è un modo per promuovere realmente partecipazione e alleanza. L’educazione emozionale rende l’apprendimento più profondo e più consapevole…Noi pedagogisti ed educatori dobbiamo non solo mostrare le nostre conoscenze e competenze ma anche, e soprattutto, essere in grado di costruire relazioni, esprimere e far esprimere emozioni, saper entrare in sintonia con gli altri.

I servizi educativi hanno bisogno delle famiglie e le famiglie hanno bisogno dei servizi educativi.

Concludo con una frase di Bettelheim, letta nel libro I figli del sogno:

[…] ogni società, educando la futura generazione, pone al bambino, in ogni stadio dello sviluppo, particolari esigenze che derivano dallo specifico modo di vita di quella società. Tali esigenze raggiungono il bambino mediante gli atteggiamenti che egli incontra nelle persone che si prendono cura di lui; atteggiamenti che insieme lo mettono in grado e lo costringono a risolvere i problemi posti dal suo sviluppo.

E questi problemi non sono altro che i conflitti che la società permette o esige. È proprio il modo in cui si risolve questo conflitto che lo porta sempre più vicino a diventare un membro vitale ed efficiente di quella società […]

e […] nessun sistema educativo può essere compreso separatamente dalla società in cui serve.

E’ davvero importante, allora, lavorare tutti insieme e percorrere a stretto contatto il percorso educativo che vogliamo che i nostri bambini seguano.

La fatica dell’educare. Il burnout e le strategie di prevenzione

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Sabato 19 gennaio ho avuto il privilegio di partecipare al Convegno “La fatica dell’educare”, patrocinato dall’Assessorato alla Persona, Scuola e Comunità Solidale di Roma Capitale e organizzato dal Team inRelazione in collaborazione con la cattedra del professor Raffone dell’Universita’ La Sapienza di Roma. Il convegno, non a caso, io credo, si è tenuto in un luogo meraviglioso, dove si è respirata tanta bellezza, la Promoteca del Campidoglio.

Si è parlato di burnout e di quanto sia importante la sua prevenzione.

Sono sempre più frequenti, nella cronaca, i racconti di episodi di maltrattamento di bambini o utenti “fragili” (anziani, disabili,…) da parte di educatrici o insegnanti. Racconti che, ogni volta, mi lasciano incredula. Attonita.

E’ doloroso pensare, in queste circostanze, alla paura che hanno provato i bambini maltrattati. È doloroso sentirsi parte di un “brutto mondo” perché si fa lo stesso mestiere. È doloroso percepire i pregiudizi delle famiglie e il loro peso.

Io sono una pedagogista. Prima ancora un’educatrice. Lavoro in un nido. E sono molto fiera del mestiere che faccio; lo amo molto e mi dà tante soddisfazioni.

Ho studiato per diventare ciò che sono. Ho fatto un lungo percorso, millemila ore di tirocinio con insegnanti che, in università, mi avrebbero fermata se si fossero resi conto che non ero motivata a sufficienza. Perché educare è fatica e senza una motivazione profonda non si può fare questo mestiere.

E come me, tante…tantissime colleghe, che rispettano i bambini, li ascoltano, partecipano con entusiasmo alle loro giornate.

Fa male sentire racconti di botte, grida, vessazioni.

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Tante persone…anche colleghe…sostengono che la soluzione a queste brutture siano le telecamere. Credetemi, non è così. Le telecamere possono essere un ottimo strumento di propaganda politica (e, infatti, persone che di pedagogia non ne sanno nulla stanno discutendo in Parlamento di un disegno di legge che vuole renderle obbligatorie nei nostri servizi per l’infanzia) ma non servono a prevenire i casi di maltrattamento. Potranno, forse, tamponare una situazione di emergenza ma non sono una soluzione definitiva.

Non credo che ci siano “cattive educatrici”. Ci sono, però, educatrici che, a un certo momento, iniziano a stare male. Non riescono più a emozionarsi. Si sentono inutili e inadeguate. Non trovano più soddisfazioni personali nella professione. Sono vittime del Burnout, uno stato di esaurimento fisico, emotivo e mentale che deriva dal coinvolgimento prolungato nel tempo in situazioni lavorative emotivamente impegnative, proprio come quella che si verifica in un servizio educativo in cui ci si prende cura dei bambini.

Non sto sostenendo che tutte le educatrici, prima o poi, nella loro vita lavorativa, saranno assalite dal burnout…anzi…molte non ne saranno neppure sfiorate. Non dobbiamo però pensare che a noi non accadrà mai. È in agguato. È importante, quindi, focalizzarci sulle strategie di prevenzione.

Il burnout è una forma molto seria di stress cronico, in grado di compromettere la capacità lavorativa di una persona. Chi lavora nei servizi per l’infanzia è a rischio. Diciamolo. Diciamocelo. Riflettiamoci su. Con molta attenzione e coscienza. E, soprattutto, senza paura.

Nei servizi che si occupano di infanzia sono tanti gli zoccoli duri: c’è il problema di un eccessivo numero di bambini per educatrice/insegnante (1/28 è un numero molto alto, ma è quello consentito dalla legge nella scuola dell’infanzia); c’è il problema della precarietà, delle difficoltà relazionali tra colleghe, dello scarso riconoscimento all’esterno, dei rapporti con le famiglie che, sempre più spesso, sono difficili e problematici.

Ogni educatrice, inoltre, quando inizia il suo lavoro ha delle aspettative sull’importanza dei propri compiti e sul ruolo sociale che ha, aspettative che possono essere anche molto elevate. È possibile, però, che nella realtà si scontri con il mancato riconoscimento della propria professionalità da parte dei genitori, con l’idea di una paga (giustamente o ingiustamente) percepita come inadeguata per il delicato lavoro che si svolge, col trovarsi a dover sacrificare alcuni aspetti importanti della propria vita per il lavoro. E se non si hanno le risorse (interne ed esterne) per far fronte in maniera razionale a questo iato tra aspettative e realtà, si può facilmente andare incontro al burnout.

Si legge ad un certo punto, nel libro “inRelazione”: Gli antichi greci articolavano la conoscenza in “episteme”, “techne” e “phronesis”, vale a dire “conoscenze certe”, “abilità tecniche” e “saggezza pratica”. Sono sempre state enfatizzate l’episteme e la techne, mentre è stata messa a margine la phronesis, le abilità emotive che, se ben sviluppate, hanno la capacità di moderare e di limitare l’effetto dello stesso tipico del nostro ambiente lavorativo.

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Il metodo inRelazione è un percorso di formazione che ha proprio l’obiettivo di incrementare le competenze emotive e relazionali di chi fa un lavoro di natura educativa. E’ un percorso impegnativo; copre l’arco di un interno fine settimana e tutte sappiamo quanto abbiamo bisogno del sabato e della domenica per ricaricarci e riprenderci dalle fatiche della settimana. E’, però, anche un percorso che ti aiuta a prendere coscienza di te, della tua fragilità, delle tue fatiche di professionista che lavora con i bambini. Contribuisce a renderti più solida dal punto di vista emotivo e relazionale, aiutandoti a rinforzare il Sè e dandoti strumenti e occasioni per entrare in contatto con il tuo “bambino interiore”, per ritrovare la giusta motivazione e migliorare la qualità del lavoro con i bambini.

Quando ho partecipato al training, nel settembre 2018, ero molto affaticata nonostante l’anno educativo fosse appena agli inizi. Ero alle prese con un ambientamento che sentivo impegnativo e non ero certa di avere le risorse per portarlo a termine come avrei voluto.
La formazione mi aiutato a “centrarmi” nuovamente. Ed ho cambiato sguardo su ciò che mi stata accadendo nel lavoro.
Ho capito che, per poter procedere, dovevo ascoltare le emozioni che quella situazione lavorativa aveva fatto nascere in me. Frustrazione, senso di ansia, affanno. Ho capito che dovevo mettere in campo le mie emozioni nella relazione con quella bambina che stava affrontando l’ambientamento. Non dovevo metterle da parte queste emozioni.
Solo così, infatti, questa relazione sarebbe diventata autentica e di qualità. Ho capito che potevo portare la mia fatica, la frustrazione, la difficoltà a tollerare il pianto disperato.
Si pensa che quando si sente la fatica nella relazione, sia colpa dell’altro, che è strano, sbagliato. Ma siamo sicuri che sia così? Nel nostro lavoro ci misuriamo con le difficoltà, le fatiche, perché anche noi educatrici siamo persone con dei limiti e dei difetti e con aspetti problematici nel nostro Sè. Non è facile arrivare ad essere consapevoli di questo, ma, quando accade, assumiamo una postura che ci porta ad accogliere il nostro vissuto e a scegliere, in base ad esso, come rispondere nel modo migliore alla situazione che stiamo vivendo, con il rispetto dei vissuti e dei bisogni della persona con cui siamo entrate in relazione.

Ci vuole tanta concentrazione per riuscire ad assumere una postura di questo genere…così è stato per me…Forse mi ha aiutata l’esperienza che ho maturato in tanti anni di lavoro con i bambini, le formazioni passate, il bisogno di sentirmi bene nel mio contesto lavorativo…
Quando ho ripreso il lavoro dopo il fine settimana di formazione ho sentito che ero pronta per guardare a quell’ambientamento con occhi differenti. Mi ha aiutata il sintonizzarmi con lo stato emotivo della bambina in ambientamento…con la sofferenza per l’allontanamento della madre, con la fatica a stare in un luogo nuovo e poco conosciuto, con persone anch’esse nuove e poco conosciute…L’ho abbracciata tanto, le ho raccontato del gruppo di bambini di cui avrebbe fatto parte, le ho fatto vedere le fotografie dell’anno precedente…Ad un certo punto non era più importante, per me, che smettesse di piangere. Era importante che sentisse che accoglievo il suo pianto e che lo avrei accolto finchè ne avesse avuto il bisogno. Questo mi ha fatto sentire meglio…
Se ti focalizzi sul voler far cessare un pianto disperato di un bambino che sta male, può nascere dentro di te un grande senso di frustrazione e un elevato livello di stress; se, al contrario, lasci che il bambino si esprima con la modalità di cui sente la necessità, che può essere anche il pianto, piano piano ti accorgerai che lui si sente meglio e, con lui, accadrà anche a te di sentirti meglio.

Ci si deve, quindi, focalizzare sulla qualità della relazione: in questo modo si può prevenire il burnout. Perché le relazioni siano di qualità in un contesto educativo è importante mettere in campo una buona capacità di ascolto, esterno ma anche interno: bisogna saper mettersi in contatto con l’altro e, contemporaneamente con sé stessi; perché questo succeda bisogna avere una buona consapevolezza di sé.

Questo ho appreso nel corso del training inRelazione. E credo che sia molto importante per essere una professionista migliore.