Verso una deriva educativa?

Scuole e asili sono chiusi. Ormai è un mese. Bambini e ragazzi sono a casa. Inizialmente si incontravano, in casa di qualcuno, nei parchi durante le prime giornate tiepide.
Da parecchi giorni, però, le relazioni hanno preso una piega diversa. I nostri bambini e i nostri ragazzi non vedono i loro amici, li sentono via chat, via Skype, o via qualsiasi altra modalità legata alla tecnologia. I corpi, però stanno a distanza. E trascorrono tutta la giornata con i genitori che, se va bene, si destreggiano con lo smartworking e, se va male, hanno un parente o un amico in ospedale.

Le relazioni hanno preso una piega diversa. Inevitabilmente. Non si tratta di perdere giorni, non fare lezione per chi va a scuola, di non portare a termine i progetti, di non finire il programma, bensì, ahimè, di smarrire progressi frutto di fatiche condivise in anni e anni di impegno di insegnanti, educatori, famiglie e, soprattutto, bambini e ragazzi. È un patrimonio inestimabile.
I servizi educativi, gli asili, le scuole sono per i bambini e per i ragazzi, corpo, sostanza, vita, parte di sé.

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Questi giorni perduti, questa tempi e luoghi non vissuti, questa lontananza educativa pesano come macigni. Stare a casa con mamma e papà, fare attività con loro (magari per meno di mezz’ora perché comunque i genitori lavorano o i bambini e i ragazzi non riescono, in questo periodo, a concentrarsi a lungo), vedere su cellulari e tablet educatori ed insegnanti serve a non perdere il contatto con i servizi educativi o la scuola, ma non è sufficiente. E’ tanta roba senza dubbio. Essenziale e vitale come l’aria che si respira. Ma quando manca l’aria…

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Le prove nella vita (e quella che stiamo affrontando è indubbiamente una delle più grandi che mai abbiamo vissuto o vivremo) ci fanno scoprire chi siamo veramente, fanno “abbassare la cresta” a chi pensa di averla perchè la prova è per tutti e tutti nella prova sono uguali. Certamente non è il caso ora di sfoderare il detto “mal comune mezzo gaudio”, piuttosto ognuno deve metterci del suo e dare il massimo affichè il gruppo superi la prova.

Cosa possiamo fare noi che ci occupiamo di educazione?
Non certo chiedere a gran voce di riaprire le scuole rischiando il contagio e neppure pensare di andare a svolgere il nostro lavoro nelle case..il virus non si ferma certamente sulle soglie.
Non c’è soluzione? Siamo destinati ad assistere ad una delle più grosse derive educative dell’ultimo secolo?

I bambini, del resto, i bambini dei “nostri” servizi, i bambini tutti, non vengono mai menzionati nei decreti…almeno…non ho mai letto nulla che si riferisca a loro, ma se sbaglio sono pronta a fare ammenda. Non sono, però, scomparsi. Sono chiusi nelle loro case…a volte li vediamo sui terrazzi, perché è stata data la possibilità di uscire di casa solo a chi deve andare al lavoro, a chi deve fare la spesa (uno solo alla volta) o a chi ha gravi motivi comprovati. Lasciare che i bambini abbiano, anche solo per pochi minuti al giorno, la possibilità di essere immersi nel mondo, di rimanere in contatto con ciò che prima era tanto per loro, non rientra tra le motivazioni gravi. Devono, pertanto, restare in casa. Isolati. E manca l’aria…

E allora?

Proviamo a porci il problema e a farcene carico cominciando fin da subito a progettare momenti di “recupero”, “banche ore” (quelle perse in queste settimane ad esempio?) da utilizzare in base alle inevitabili esigenze/difficoltà del rientro… e forse, anzi di certo tanto altro. I bambini e i ragazzi non possono essere lasciati soli, non devono essere percepiti come effetti collaterali o ignorati dalle istituzioni. Buttiamo sul tavolo tutte le idee che ci vengono in mente. Discutiamone e discutiamone ancora nei nostri gruppi di lavoro.

Il costo sociale di lasciare a casa, con i genitori che lavorano in smart working, tutti i bambini e i ragazzi del paese potrebbe essere insopportabile. Lo hanno detto anche tanti uomini illustri della cultura, della politica…e credo che abbiano fatto centro.
Come ho già detto prima, i diversi esperimenti digitali sono piuttosto una «vicinanza» dei servizi e della scuola agli studenti. Non si tratta dei servizi e della scuola che entrano nelle case. Sono strategie per non lasciare i bambini e i ragazzi soli e spaesati, ma non sostituiscono la comunità. Il gruppo classe. La sezione.

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E’ difficile comunicare in una chat…lo è per gli adulti…imaginiamo quanto lo può essere per i bambini. E’ difficile sintonizzarsi e la frustrazione sale.

Dobbiamo domandarci quale impatto avrà, una volta finita l’emergenza, la chiusura di scuole e servizi su bambini e ragazzi. Credo che percepiremo chiaramente un aumento del divario educativo tra chi può contare su famiglie solide e in condizioni economiche buone e chi invece vive in famiglie con pochi strumenti educativi e condizioni economiche svantaggiate. Non solo per l’accesso al digitale, ma anche per l’impegno che viene richiesto alle famiglie per seguire i figli in queste settimane. Chi sta svolgendo il ruolo dei servizi educativi e delle scuole? Forse dei genitori virtuosi o “del mestiere”…ma saranno tanti coloro che, speriamo momentaneamente, perderanno importanti punti di riferimento.

I servizi e la scuola in rete ,per definizione, rompono il gruppo e creano tante barriere spaziali, sia tra i bambini e i ragazzi, sia tra gli educatori e gli insegnati, sia tra i bambini/ragazzi e gli educatori/insegnanti.
Non tutte le tecnologie disponibili sono in grado di risolvere i problemi complessi dei processi di apprendimento. Penso al fatto che un uso non attento di alcune tecniche rischia di negare l’accesso alla scuola ad alcune fasce. Oppure a coloro che vivono in situazioni di svantaggio socio–economico, che sono tantissimi/e nelle periferie in cui lavoro, che magari non possiedono dispositivi informatici adeguati o hanno uno scarso accesso alla rete. Come si fa con loro? Come si fa davvero ad assicurargli le relazioni che vivevano prima dell’emergenza? L’uso della tecnologia in servizi educativi e scuole presuppone anche un diverso coinvolgimento delle famiglie. Ma non tutte le famiglie sono in grado di seguire le/i figlie/i allo stesso modo, sia perché molti non hanno l’alfabetizzazione necessaria per usare le tecnologie, sia perché questo sovraccarico di lavoro di cura sulle famiglie mal si coniuga con le misure che il governo sta prendendo per le lavoratrici/lavoratori ( smartworking,  continuità della produzione in alcuni settori,…). Come fare per garantire a tutti i bambini e i ragazzi gli stessi diritti?

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E la paura? I bambini e i ragazzi hanno paura. E’ percepibile sempre di più questa loro paura. Chi si occupa di rispondere alle loro domande? I genitori sono troppo coinvolti dal punto di vista emotiva, benché si stiano tirando fuori risorse che non avremmo mai immaginato di possedere, ma le vite dei nostri bambini e dei nostri ragazzi procedono sospese, tra le grate dei balconi. Sono in attesa di un “ritorno” alla normalità, alla vita di sempre, ma tutto appare sempre tanto lontano.

La storia ci insegna che nelle emergenze si introducono trasformazioni tutt’altro che temporanee. Quello che si è introdotto per tamponare singoli eventi presto diventa lo standard o, almeno, un precedente capace di condizionare la gestione futura. Dovremo fare tante riflessioni in merito. Ma è ancora troppo presto.

Siamo ancora spiazzati, facciamo ancora tanta fatica ad accettare lo stato delle cose, tutto ci pare “surreale”…e “surreale” è forse la parola oggi più usata sul web. Ciò che Ata accedendo, però, è assolutamente reale e dobbiamo pensare a delle soluzioni. Non vogliamo andare alla deriva.

Quello che, però, possiamo fare è cercare ora più che mai l’alleanza servizi/scuola con le famiglie di cui tanto si è parlato e si continua a parlare. E’ importante agganciarle tutte le nostre famiglie…andiamo a cercarle se rimangono nell’ombra e tentiamo di comprendere se e perché sono in difficoltà.

Con i piccoli è più difficile…ma facciamoli parlare, facciamoli raccontare, a modo loro, che cosa stanno vivendo, che cosa sentono. Con i più grandi, possiamo chiedere che scrivano…farà bene loro. Tanto.

Cerchiamo di dare alle famiglie delle strategie per so-stare nell’emergenza e non farsi travolgere dall’immensa fatica. E’ difficilissimo spiegare ai bambini come mai potrebbero infettare qualcuno stando a metri di distanza, forse impossibile…lo sappiamo, ma possiamo trovare insieme le parole…E’ venuto ora il momento di stare. Tutto quello che c’era da fare già lo abbiamo fatto.

E rassicuriamole su fatto che, quando tutto sarà finito, forse non tutto sarà come prima, ma noi educatori, pedagogisti ed insegnanti saremo accanto a loro nella ricostruzione. Di qualsiasi entità essa sia. E, soprattutto, cerchiamo di far comprendere il senso ed il significato di tutto ciò che stiamo facendo nelle nostre case. Più che mai oggi abbiamo il dovere di promuovere partecipazione.

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Il delicato passaggio dal nido alla scuola dell’infanzia

La fine di maggio…l’inizio di giugno…

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L’anno educativo ancora non è terminato ma, inevitabilmente, i genitori dei bambini di tre anni pensano, in questo periodo dell’anno, e non senza un poco di ansia, al momento in cui si farà il passaggio alla scuola dell’infanzia.

Ci sono tante aspettative…C’è la paura di ciò che comporterà questo cambiamento importante…C’è il desiderio di crescere…

Nel passaggio nido-scuola dell’infanzia il bambino, da un lato, scioglie relazioni che ormai sono solide e ne stringe di nuove; d’altra parte, si trova dinanzi a nuovi ritmi, a spazi sconosciuti e organizzati in maniera diversa da quelli del nido e a un sistema di regole piuttosto differente. Deve, inoltre, “dividere” la maestra con altri 27 compagni, mentre al nido il rapporto educatrici/bambino è decisamente inferiore (generalmente 1/8).
Il bambino “grande” del nido diventa il “piccolo” della scuola dell’infanzia, deve lasciare affetti ormai consolidati per costruirne di nuovi e abbandonare esperienze ben note per affrontarne altre sconosciute.

Pertanto, è molto importante pianificare il passaggio…benché non sia possibile non considerare che qualche imprevisto ci sarà.

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Si deve, innanzi tutto, sviluppare preliminarmente una conoscenza reciproca, la più approfondita possibile, in modo che siano eliminati equivoci e incomprensioni determinati, principalmente, da comportamenti ed atteggiamenti ormai costume educativo quotidiano degli educatori del nido e della scuola dell’infanzia.
Il nido, infatti, punta sulla valorizzazione del rapporto individualizzato con il bambino, sottolineando l’importanza di momenti unici e particolari (considerati occasioni privilegiate di relazione), come l’ambientamento e le “routines”. La scuola dell’infanzia, invece, dà meno importanza al momento della relazione individualizzata, sulla sorta della convinzione della diversa e più “matura” età dei bambini; c’è qui, inoltre, una maggiore “intellettualizzazione” della attività che vengono proposte rispetto a quanto accade al nido, dove trovano maggiore spazio esperienze legate alla comunicazione verbale e non verbale ed alle prime esplorazioni sensoriali. Ecco perché è molto importante che le educatrici del nido e quelle della scuola dell’infanzia trovino spazi e tempi per interagire sistematicamente, al fine di individuare gli aspetti più positivi delle esperienze maturate.

Il passaggio dal nido alla scuola dell’infanzia non va sottovalutato; esso, infatti, può costituire un’occasione di disorientamento, in quanto è un momento particolare per i bambini, che si trovano di fronte, come dicevo prima, ad un rovesciamento di prospettive: nell’ultimo periodo del nido sono abituati ad essere considerati i più grandi, mentre all’inizio ella scuola dell’infanzia sono i più piccoli e i più bisognosi di protezione. Questo può causare in loro dei comportamenti meno organizzati di quelli che erano stati loro propri negli ultimi mesi di nido.

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Questo, però, non deve far pensare al fatto che l’esperienza del nido può rendere più faticoso l’ingresso alla scuola dell’infanzia. Una ricerca condotta qualche anno fa dall’equipe della professoressa Susanna Mantovani dell’università di Milano-Bicocca ha, infatti, mostrato che i bambini del nido passati alla scuola dell’infanzia parlano molto più fra loro che non con gli adulti, a differenza di quanto avviene per i bambini che non hanno frequentato il nido; inoltre, il linguaggio socializzato è molto più presente nei bambini che provengono dal nido; lo stesso discorso vale per le attività e il gioco socializzato.

Anche il ruolo dell’educatore è soggetto a mutamenti. Nel nido l’adulto è un imprescindibile punto di riferimento per il bambino e per la costruzione della sua identità, con una particolare attenzione per l’acquisizione di competenze di tipo affettivo-emotivo e meta cognitivo; egli rassicura il bambino con la sua presenza, soprattutto nei momenti di transizione (addormentamento/risveglio, accoglienza/dimissioni); nello stesso tempo aiuta il bambino a riconoscere e a regolare le proprie emozioni, dando un contributo importante al loro contenimento e ha un ruolo importante e fondamentale per l’acquisizione delle prime conoscenze da parte del bambino, a cui vengono proposte esperienze di vario tipo. Nella scuola dell’infanzia, invece, il ruolo dell’adulto è più distaccato e mira in particolare a promuovere l’autonomia del bambino; questo non significa che un bambino, dai tre ai sei anni, non abbia bisogno di figure di riferimento, ma nel percorso alla scuola dell’infanzia può arricchire il processo di strutturazione della propria identità anche con l’interazione con altri adulti (diversi dalle educatrici di sezione). L’adulto, inoltre, anche alla scuola dell’infanzia deve favorire il riconoscimento delle emozioni, favorendo il consolidarsi di rapporti di amicizia e di solidarietà tra bambini. Al contempo è suo compito stimolare i bambini a costruire i propri codici simbolici verbali e non verbali.

Per tutte queste ragioni la conoscenza reciproca tra educatrici del nido e della scuola dell’infanzia appare irrinunciabile. Questo perché il mantenere una continuità tra le due realtà, negli stili educativi e nelle occasioni di apprendimento, negli incontri e nelle relazioni, può rendere più sereno l’ambientamento dei bambini nella scuola dell’infanzia. Bisogna, quindi, riservare la massima cura ai momenti di incontro tra i bambini del nido e quelli della scuola dell’infanzia, consapevoli che la continuità è un modo di intendere la scuola come spazio e luogo coerente, in cui ciascuno possa trovare l’ambiente e le condizioni più favorevoli per realizzare un percorso formativo completo.

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Tali situazioni di continuità vanno condivise anche con le famiglie che, in questo modo, potranno anticipare l’immagine del come sarà il passaggio tra il noto e il non-noto ed essere aiutate a comprendere il grosso cambiamento che avverrà.

Molti genitori possono vivere il momento del passaggio con dispiacere perché si sono molto affezionati agli spazi, ai luoghi, del nido e, soprattutto, alle educatrici e alla coordinatrice del servizio. Le educatrici, però, possono essere di grande aiuto in questo momento, garantendo supporto e serenità in una fase tanto delicata; devono, pertanto, prestare molta cura ai colloqui individuali e poi comunicare in modo trasparente con le colleghe della scuola dell’infanzia, tendendo tra i due servizi un filo sottile che guiderà i bambini che faranno il passaggio e le loro famiglie.

Può essere utile, oltreché emozionante, progettare attività specifiche che proiettano i bambini del nido in modo graduale in quello che sarà il progetto educativo che ritroveranno da settembre nella futura scuola.
Alcuni servizi portano i bambini del nido (e a volte anche i genitori) nelle aule delle scuole dell’infanzia che frequenteranno, in modo che possano conoscere i nuovi spazi, avere un primo assaggio delle future attività attraverso giochi e altre proposte. Accompagnare i piccoli alla conoscenza del nuovo che li aspetta tranquillizza anche le famiglie e facilita la conoscenza reciproca. Del resto le esperienze che i bambini vivono in questi momenti, sono pensate e progettate per aiutarli a prepararsi a un percorso che sarà ricco di stimoli e creano tra i servizi per l’infanzia una rete di condivisione nella progettazione e nella realizzazione di interventi educativi finalizzati al benessere dei bambini.

Le ombre della maternità

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Qualche giorno fa mi sono imbattuta, nella Rete, in un articolo che, davvero, mi ha fatto perdere la pazienza…Era un articolo sulla maternità, forse voleva essere ironico, ma a me ha solo fatto voglia di gettare a terra il portatile su cui lo stavo leggendo. Terminava così…Capirete…che è vero che le mamme hanno i superpoteri. In primis quello di trovare sempre nuove inaspettate risorse.

Ho ripensato a quando sono diventata madre per la prima volta. A quando le giornate con mia figlia non passavano mai. Alla solitudine. Ai pianti. Alle passeggiate sotto la pioggia che facevo pur di uscire un po’ di casa. Ai silenzi che erano interrotti solo dalle urla e dal pianto. Al bisogno di leggerezza. Alla voglia di essere donna.
Altro che risorse sempre nuove e inaspettate!

A tante maternità segue lo svuotamento, il buio, l’angoscia. E lo svuotamento, il buio, l’angoscia accompagnano tante maternità. Manca il coraggio di dirlo. Di urlarlo. Ma accade.

La nostra società, l’Occidente moderno e progredito ci sbatte violentemente in faccia il mito della madre eternamente appagata e felice. Ogni figlio è un dono. Che ci piaccia o no.
Spesso, però, una volta che si sono cambiati i pannolini, che si è allattato (non senza dolore…l’allattamento non sempre è il “momento magico” che l’immaginario collettivo ci vuole far credere), che si è fatto addormentare il proprio neonato, tutto quello che sta intorno diventa grigio, perde di colore. Depressione, rabbia, amarezza per le rinunce, per le aspirazioni professionali non realizzate, stanchezza, solitudine si parano davanti, rendendo la maternità un vissuto realmente umano, come la felicità di avere un figlio, la commozione, la dedizione, il senso di autorealizzazione che si prova.

La maternità è anche parti in ombra.

Ancor prima di partorire, però, una donna deve dare segni di felicità e deve stare molto attenta a non far trapelare la minima ambivalenza.
E’ successo anche a me. E la cosa più devastante, all’inizio, è stata quella di scoprirmi dei lati che non credevo di avere.
Il diventare madre è l’esperienza che mi ha cambiato di più in assoluto, nonostante la mia vita sia segnata da tante cesure. L’iniziare per tre volte una nuova vita in una nuova città. Cambiare, alla soglia dei trent’anni, professione e ricominciare da capo a studiare. Tanto per fare qualche esempio.
Quando è nata la mia prima figlia, che ho desiderato con tutta me stessa come pure suo fratello e sua sorella, ho scoperto di essere isterica, egoista, collerica. Ho scoperto che, dopo un po’, non riesco più a sopportare le richieste dei miei figli, che in loro compagnia ci si può anche annoiare. Che dopo un weekend passato a sentirli litigare, a riordinare il loro disordine, ho una gran voglia di iniziare una nuova settimana di lavoro, anche se so che sarà la settimana più pesante dell’anno.

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Quando nasce suo figlio, una madre deve potersi raccontare. Se non se lo permette, può accadere che la relazione con il suo bambino non si avvii in modo sano. Deve poter dire che ha bisogno di aiuto, che non vorrà mai offrire il suo seno al bambino perché ha paura di farlo, che il parto è stata l’esperienza più dolorosa della sua vita e che non lo dimenticherà, che ha fame anche lei, ha sete, ha bisogno di silenzio, che ha paura, che non sa se ce la fa.

Non si può non pensare al fatto che dietro a un bambino c’è una donna che lo ha messo al mondo e il suo compagno e che la nascita può anche non essere accompagnata da una felicità immensa. E non si può non pensare che nella nostra società ci sono tante madri che soffrono di solitudine, non perché siano sole, ma perché in una società dove conta la performance, la sofferenza di una madre non può esprimersi. Ci si deve dimostrare capace di passare indenne il passaggio da donna a madre, perché la maternità non è solo un fatto privato ma è fatta di sociale e la società chiede alle madri di mostrarsi capaci di trovare sempre nuove risorse, come dicevo all’inizio.

Le donne oggi sono molto preparate culturalmente, ma al contempo sono più colpite degli uomini dalla crisi economica, dalla precarietà, e quasi non ci sono politiche pubbliche di sostegno alla genitorialità. Spesso la fatica della maternità, la stanchezza, la frustrazione creano difficoltà nel prendersi cura di sé e difficoltà nel chiedere aiuto.
E’ importante allora cercare di stare insieme in gruppo perché sentirsi sostenute da un gruppo è sicuramente un’esperienza che può aiutare madre e figlio a “separarsi” in modo sano nel senso di trovare strade parallele su cui camminare fianco a fianco.

Sul territorio in cui vivo è nato e vive da qualche anno un progetto che si configura come un percorso di supporto, solidarietà, a una fascia di popolazione fragile, più esposta di altre ai colpi e ai contraccolpi della società, vale a dire le neo-madri sole o con una rete personale che non è adatta a dar loro sostegno.
Questo progetto, che è stato chiamato “Colazione delle mamme” ed è diventato piuttosto noto nel territorio del rhodense, è nato dall’incontro di madri che faticavano nel loro nuovo ruolo ma che hanno avuto il coraggio di riconoscere le loro fatiche e che sono arrivate prima delle istituzioni locali nel dare una risposta a un bisogno sociale che sta diventando sempre più forte e che non si può né si deve tenere nell’ombra.
Queste madri, queste donne, hanno saputo creare una realtà che favorisce l’incontro tra coloro che sono madri da poco e vivono questa loro nuova condizione in solitudine, una realtà per promuovere dialogo su un tema di cui si ha paura di parlare perché può sembrare sconveniente, che si propone di aiutare chi non ce l’ha a crearsi tutt’intorno una solida rete.

E noi pedagogisti? Noi educatori? Come possiamo metterci in gioco?

Sappiamo che è normale che una donna provi sentimenti ambivalenti durante la gravidanza e sappiamo anche che la società da una parte riconosce alle donne uno status sociale rilevante quando sono in attesa dei loro figli e dall’altra parte le chiuse in una sorta di gabbia fatta di aspettative che spesso lasciano alle donne la sensazione di una frattura interiore.
Si è portati, inoltre a considerare la gravidanza e il post-partum due momenti importanti nella vita di una donna, ma separati da tutto il resto di questa stessa vita. E’ facile, allora, comprendere perché i vissuti emotivi di una donna in gravidanza e nel momento appena dopo il parto siano spesso negati, soprattutto quelli negativi..
In realtà, la gravidanza e il post partum non sono una parentesi destinata a chiudersi ma sono strettamente intrecciati ad un prima e ad un dopo che li condizionano. Il passato, l’infanzia, il rapporto che una donna ha con sua madre condizionano fortemente il suo modo di vivere la gravidanza, così come la sua gravidanza e il suo puerperio ci raccontano già molto del tipo di rapporto che vorrà instaurare con suo figlio e con quell’uomo che dal momento in cui il bambino nascerà non sarà più solo il suo compagno ma anche il padre di suo figlio.

Per questi motivi, noi pedagogisti possiamo pensare di elaborare dei percorsi teorici ma anche pratici in grado di accogliere e contenere i vissuti delle donne.
In primo luogo sarebbe importante dare spazio alla narrazione e lasciare che le donne facciano uscire quei vissuti emotivi che non hanno quasi mai il coraggio di raccontare. Una madre che non ha vissuto serenamente la gravidanza e il periodo dopo il parto, infatti, rischia di non riuscire a essere protagonista del ruolo educativo nei confronti del figlio e del rapporto affettivo con lui.
E poi si potrebbe pensare a percorsi di preparazione al parto che non siano, come speso accade oggi ai corsi pre-parto (e l’ho vissuto in prima persona), occasioni mancate, pensate per dare alla donna informazioni pratiche senza preoccuparsi di dare ascolto alle sue paure e alle sue difficoltà. E’ importante informare le donne su cosa accadrà al momento del parto ma non è sufficiente. La scelta di avere un figlio è complessa ed è fondamentale che le donne non solo siano destinatarie di sapere in questo momento della vita, ma devono essere anche fonte di questo stesso sapere, perché nessuno meglio di loro sa che cosa vuol dire essere in gravidanza.

E una volta che una donna diventa madre, dopo il parto, si deve pensare alla possibilità di sostenerla nei primi mesi di vita del bambino.
Una volta uscita dall’ospedale, infatti, la nuova famiglia si trova spesso in balia di sentimenti ed eventi nuovi e sconvolgenti, che, sulla base di come sono vissuti, possono condizionare in maniera determinante la qualità della relazione dei nuovi genitori con il bambino e tra di loro.
La madre vede mutare radicalmente i propri ritmi di vita, si trova costretta in casa per la maggior parte della giornata, impegnata solo a prendersi cura del piccolo, il quale spesso, impegnato nell’adattamento alla nuova condizione, piange. Per questo si trova spesso in preda di sentimenti ambivalenti: paura e sicurezza, amore e insofferenza, senso di inadeguatezza e gioia. C’è inoltre spesso la pressione della rete sociale, con le sue aspettative e con i suoi consigli, a rendere ancora più difficile questi momenti.

Noi professionisti dell’educazione, allora, possiamo pensare, in appoggio alle realtà come quella della “Colazione delle mamme”, a mettere a punto percorsi finalizzati a offrire sostegno alle donne in questo particolare momento, organizzando un clima facilitante in cui le donne possano sentirsi libere di esprimere paure, rabbie, delusioni, gioie, certe di poter contare su un facilitatore esperto e su un gruppo di donne che vivono le stesse situazioni. Un pedagogista, in queste circostanze, può essere un importante punto di riferimento. Può aiutare le donne a sciogliere i dubbi sull’educazione, sulle regole e sul sonno. Può far sì che le donne diano voce alle loro paure, dal momento che la sua formazione lo rende un professionista attento ed empatico, in grado di allargare le maglie spesso troppo strette di quello che viene comunemente considerato normale. Un approccio di tipo pedagogico può inoltre far sì che le donne individuino le risorse residue da attivare per poter acquistare sicurezza in sé.