Che fare in vacanza? Come vivere questo tempo con i propri figli?

Molti genitori, quando si sta per avvicinare il momento delle vacanze, mi chiedono suggerimentiโ€ฆcome potranno trascorrerle in serenitร ? Come potranno impegnare le giornate dei bambini o delle bambine in luoghi che non sono familiari e, probabilmente, non troppo a misura di bambino?

Belle domandeโ€ฆ mi dico sempreโ€ฆ Cosa posso suggerire a questi genitori? Ciรฒ che puรฒ essere efficace per una famiglia quasi sicuramente non lo รจ per unโ€™altraโ€ฆE so perfettamente di non essere in grado di fornire ricette preconfezionate che vadano bene per tutti.

Provo, comunque, a condividere alcune riflessioni.

Ogni genitore desidera dare ai propri figli la possibilitร  di vivere
unโ€™estate serena, evitando di farsi prendere da eccessivi sensi di colpa al pensiero di doverli
โ€œabbandonareโ€ a giornate noiose e solitarie.

Dโ€™estate, poi, รจ piรน facile offrire ai bambini e alle bambine la possibilitร  di stare a contatto con la natura, la possibilitร  di muoversi e di sperimentare nuove relazioniโ€ฆNon รจ importante fare chissร  cheโ€ฆรˆ importante regalare tempo di qualitร  veraโ€ฆ Che non significa unโ€™attivitร  dopo lโ€™altra per arrivare stremati a seraโ€ฆAnche le giornate attraversate dalla noia possono essere ricche perchรฉ stimolano creativitร  e fantasia.

Lโ€™estate, di certo, non deve essere vissuta come un problemaโ€ฆรจ unโ€™opportunitร ! รˆ un tempo bello, in
cui il bambino puรฒ โ€œstaccareโ€ dal nido o dalla scuola e godersi con piacere le giornate, anche se i genitori non possono sempre garantirgli attivitร  da โ€œmille e una notteโ€โ€ฆche magari a lui nemmeno interessano.

Le giornate estive offrono tante possibilitร : si puรฒ stare sempre allโ€™aria aperta, cโ€™รจ moltissima luce fino a sera tarda e si puรฒ uscire di piรน che nelle altre stagioni; chi resta in cittร , inoltre, trova molta meno confusione.
Si puรฒ, allora, organizzare un pic-nic di famiglia (difficile da fare durante lโ€™anno e certamente divertente per i bambini, soprattutto se li coinvolgiamo nella preparazione dei cesti)โ€ฆanche in un parco cittadinoโ€ฆbasta che ci sia del verde e degli alberi che ci proteggano dal troppo soleโ€ฆ
Dopo cena si puรฒ uscire per andare a mangiare un gelato o per fare un giretto in biciclettaโ€ฆO, se cโ€™รจ la possibilitร , si puรฒ andare tutti insieme a vedere un film allโ€™apertoโ€ฆo, se siamo abili narratori, metterci a raccontare delle favole sul terrazzo mentre cala il buio.

Nei giorni piรน caldi, del resto, non รจ proprio possibile tenere ritmi veloci.Si rallenta tutti, si va piรน pianoโ€ฆ.

Riflettevo su una domanda fatta da mio figlio: ” mamma, che si fa con questo caldo?”. Giร , che si fa? Si ozia!.

Ma sono in tanti coloro che ritengono che l’inattivitร  sia sempre da rifuggire e temono quando i bambini si annoiano. Per costoro un bambino inattivo รจ un bambino che perde il proprio tempo, o, peggio che se ne infischia dell’autoritร  di babbo e mamma.

Saper tollerare la noia invece รจ un segno di agio, annoiarsi รจ un’esperienza formatrice, utile alla crescita psichica di ognuno di noi. Nei momenti in cui smettiamo di confrontarci con qualcosa agendo, entriamo in contatto con la solitudine “buonaโ€, direbbe C.Bobin, ovvero quel vuoto che dร  luogo al processo simbolico, creativo. Il vuoto permette la nascita di forme legate al proprio mondo interiore, insegna ad entrare in contatto con le proprie risorse. Non parlo certo di giornate in preda alla noia, senza un obiettivo. Parlo di momenti di noia successivi a momenti di attivitร , di impegno, di divertimento.

Se si parte per una vacanza, รจ poi importante tener conto del fatto che che si apre un tempo in cui le solite dinamiche familiari possono cambiare.

รˆ importante, cosรฌ, stabilire i compiti di ciascuno, in modo che ognuno abbia chiare le proprie responsabilitร  e i propri doveri. In questo modo si evitano tensioniโ€ฆCoinvolgere i bambini, anche i piรน piccoli, nelle attivitร  di casa puรฒ spesso essere una buona idea e certamente fa comprendere loro che possono avere, come i grandi, dei compiti da portare a termine, cosa che instilla a poco a poco il senso della responsabilitร .

Gli orari si fanno differenti e, quindi, potrebbe essere necessario apportare alcune modifiche allโ€™organizzazione in casaโ€ฆ

Durante le vacanze, una famiglia, inoltre, trascorre piรน momenti insieme, ma questo non significa interagire 24 ore al giorno.

Eโ€™ fondamentale ritagliarsi degli spazi per seโ€™ senza sentirsi in colpa. Altrimenti, si corre il rischio di sentirsi saturi e si trasmette tensione agli altri.

Ci si puรฒ riservare del tempo tutti i giorni per leggere, guardare un film o uscire per una passeggiata da soli; sono attivitร  che aiutano a rilassarsi e a ricaricarsi. E a vivere piรน serenamente il resto del tempo con i bambini e le bambine.

Ed รจ importante che in vacanza gli adulti prestino attenzione ai bisogni dei bambiniโ€ฆA volte accade proprio il contrarioโ€ฆbasta sdraiarsi in spiaggia e mettersi a osservareโ€ฆ

Si vedono genitori che portano neonati o poco piรน sotto il sole nelle ore piรน calde. Oppure genitori che minacciano i figli che non mangiano un piatto di pasta e poi discutono con il vicino di ombrellone per delle sciocchezze. O ancora genitori che chiedono ai bambini di condividere spazi e giocattoli con altri bambini e poi si scannano di fronte a loro per una fila non rispettata al bar.

In questo modo non si considera il punto di vista dei bambini.

Non dobbiamo dimenticare che grande importanza ha il modeling, basato sulla capacitร  osservativa dei bambini, che vengono naturalmente influenzati da ciรฒ che osservano attorno a loro e che tendono a prendere come modello. Il modello principale รจ costituito dai comportamenti degli adulti per loro piรน significativi, cioรจ i genitori. Osservare mamma e papร  esprimere le proprie emozioni in termini di intensitร , di modalitร  espressive verbali e non verbali rappresenta per i bambini una palestra nella quale effettuare i propri stessi allenamenti emotivi.

Pertanto รจ molto importante che gli adulti prestino attenzione ad agiti e comportamenti. Soprattutto in vacanza quando si trascorre tutta la giornata insieme.

Saper fare o saper essere? Cronache dai servizi per l’infanzia

All’universitร  ci insegnano che lโ€™educatore รจ colui che deve Sapere, Saper Essere, Saper fare. 

Vale a dire che colui che svolge una professione educativa intraprende un percorso caratterizzato da continui studi ed aggiornamenti (sapere) in quanto deve essere in grado di realizzare e attuare dei progetti educativi applicabili alle piรน diverse situazioni. Deve quindi avere acquisito e continuare ad acquisire delle specifiche conoscenze e competenze.

L’individuo nel corso della sua esistenza sviluppa, congiuntamente al sapere naturale e al sapere culturale, un sapere professionale, ovvero conoscenze, capacitร  e competenze (teoriche, pratiche ed esperienziali) richieste dalla professione che esercita. Questo sapere poi diventa un sapere orientato al proprio lavoro in modo deontologicamente corretto e finalizzato.

Il sapere di un educatore, quindi, lo porta a raggiungere la consapevolezza di saper essere, cioรจ l’integrarsi in un contesto specifico grazie a capacitร  di interazione e comportamento appropriate ad una relazione intersoggettiva efficace; saper essere รจ avere la consapevolezza di cosa si sta andando ad affrontare, conoscere se stessi e saper entrare in empatia con lโ€™altro, mettendosi in gioco.

Tutto questo serve allโ€™educatore per saper fare, ovvero un sapere empirico, procedurale, fatto di conoscenze operative e pratiche per la gestione di aspetti professionali specifici.

Attraversando come educatrice, pedagogista e supervisore diversi servizi per l’infanzia, oggi piรน che mai ho potuto osservare che nei contesti rivolti alla una fascia 0/3 o 0/6 cโ€™รจ una prevalenza della spinta prestazionale che porta gli operatori a progettare per fare e non, in prima istanza, per essere. Raramente ci si sofferma su cosa significhi connettersi profondamente alle esperienze che si progettano, rintracciando il senso profondo che le azioni educative hanno per chi le pensa e le agisce.

Credo, quindi, che oggi serva portare nei servizi per l’infanzia una reale cura pedagogica; vale a dire accompagnare gli operatori a ricentrarsi e a ritrovare gli stimoli vitali per creare nei propri contesti lavorativi relazioni e azioni ricche di senso.

Come sottolinea Luigina Mortari โ€œnella nostra tradizione culturale, tuttora gravata dal dualismo tra teoria e pratica, lโ€™educatore (ma anche lโ€™operatore sanitario, quello sociale ecc.), in quanto professionista โ€œpraticoโ€, รจ concepito come esecutore di saperi elaborati da altri, i cosiddetti teorici, quelli cioรจ che a vario titolo si occupano di costruire teorie.”. Questo ci fa capire che รจ sempre piรน necessario ripensare alla professionalitร  degli educatori, assumendo come fondamentali non solo le competenze tradizionalmente ad essa associate (disciplinari, progettuali, didattiche, metodologiche e valutative….) ma anche quelle che riguardano la persona in senso piรน ampio.

L’educatore sa che dovrร  raggiungere determinati risultati con coloro che educa e ciรฒ chiama in causa la capacitร  di leggere criticamente le specificitร  del contesto in cui si agisce per valutarne risorse e limiti e, parallelamente, la consapevolezza rispetto alle teorie e alle โ€œcomunitร  di praticheโ€ sottese al proprio operato; tale capacitร  porta con sรฉ lโ€™essere in grado di rivedere continuamente le proprie premesse e la propria prassi educativa. Non si tratta, quindi, di fare. Si tratta piuttosto di stare. In ascolto.

Se stiamo in ascolto di noi stessi e di quanto arriva a noi dal contesto educativo in cui ci troviamo, possiamo a-tendere, andare verso gli altri, dislocandoci dalla nostra individualitร : lโ€™ascolto inizia con il porre attenzione a ciรฒ che sta intorno a noi. E per fare questo รจ necessaria una radicale trasformazione del modo di essere. La relazione al centro dellโ€™interesse, al posto del proprio modo di essere e di imporsi; ยซnon si tratta di un semplice sapere, ma di una trasformazione della personalitร , attraverso un intenso esercizio di pensiero ovvero di immaginazione e di affettivitร ยป come asserisce Hadot. Si tratta, quindi di assumere un atteggiamento di concentrazione esterna sullโ€™atto educativo e sullโ€™altro, ma anche avere la capacitร  di osservare i cambiamenti corporei, le sensazioni e le percezioni che lโ€™ambiente educativo rimanda. Si tratta di accorgersi dei cambiamenti meno evidenti, mettersi in ascolto delle emozioni, stare in allerta sui cambiamenti di umore dei soggetti.

Non si tratta di fare.

Pagine molto intense e partecipate sullโ€™ascolto sono state scritte da Carl Rogers che ha evidenziato lโ€™importanza dellโ€™ascolto per la costruzione di relazioni educative. Rogers afferma alcune semplici, ma universali veritร  sullโ€™attitudine allโ€™ascolto e su cosa provino gli umani ascoltando. Innanzitutto, รจ necessario distinguere fra un ascolto superficiale e un ascolto profondo…Quando dico che gioisco nellโ€™ascoltare qualcuno, intendo naturalmente un ascoltare profondo. Voglio dire che presto attenzione alle parole, ai pensieri, ai toni sentimentali, al significato personale e anche al significato che รจ sotteso allโ€™intenzione cosciente di colui che parla. [โ€ฆ] Cosรฌ ho imparato a chiedermi: posso sentire i suoni e percepire le forme del mondo interno di questโ€™altra persona? Puรฒ esservi in me una risonanza cosรฌ profonda per ciรฒ che egli dice al punto di intuire i significati che egli teme e tuttavia vorrebbe comunicare, come fa con quelli che conosce? 

Lโ€™ascolto in un ambiente di apprendimento รจ un processo che inizia dal desiderio di ascoltare. Non si ascolta se si รจ costretti a farlo, ma se ci si predispone, perchรฉ ascoltare ha sempre delle conseguenze, implica un cambiamento, una trasformazione. E questo predisporsi bisogna che chi lavora nei servizi per l’infanzia lo apprenda o sia guidato perchรจ lo apprenda.

Alla base della costruzione di competenze per educare, infatti, vi รจ la competenza del sรฉ, personale e professionale. Vale a dire conoscersi per avere la capacitร  di fare attenzione, di porgere ascolto, di sentire i pensieri e pensare i sentimenti. E’ necessario porsi in una condizione di apertura alla trasformazione del sรฉ per lasciare spazio allโ€™altro, alle sue ragioni e alle sue emozioni, al suo punto di vista.

Il saper fare, proporre tante e innovative esperienze concrete ai bambini che attraversano i nostri servizi รจ importante e fa parte del lavoro educativo con la prima infanzia ed attiene alle competenze tecniche e professionali che si acquisiscono nel corso degli studi e soprattutto con lโ€™esperienza e con la formazione continua. Tali competenze tecniche (le cosiddette hard-skills) da sole non bastano piรน. Il complesso periodo storico in cui viviamo, i cambiamenti che si sono verificati nel recente passato, richiede agli educatori sempre piรน il possesso delle cosiddette soft-skills, le abilitร  e le competenze trasversali che caratterizzano un professionista, necessarie per potersi rapportare con le persone che fanno parte dellโ€™ecosistema lavorativo. Questo perchรจ nei contesti lavorativi (come sono i servizi per l’infanzia) si รจ prima di tutto persone che hanno necessitร  di star bene con sรฉ stessi perchรจ possano stare bene coloro di cui si prendono cura. E’ pertanto necessario diventare dei bravi gestori di relazioni per saper condividere, negoziare, ascoltare, stare in contatto, mantenendo alta la propria autostima. E in seguito si mettono in campo le competenze pratiche. Non viceversa.

Quando un bambino arriva al nido (o alla scuola dell’infanzia) ha bisogno di conoscere gli spazi (gli ambienti, gli arredi, i giocattoli), i tempi della giornata, gli altri (adulti e i compagni). C’รจ pertanto bisogno di adulti che sappiano leggere e riconoscere la curiositร  orientata dei bambini nei confronti dei nuovi spazi e dei compagni di gioco, che sono piccole persone da conoscere ed anche veicolo di conoscenza. Pertanto, รจ importante che chi si occupa di educazione nei servizi per l’infanzia sappia, in primo luogo, leggere il contesto e poi agire in maniera coerente adottando comportamenti di aiuto per lo sviluppo armonioso dei bambini. C’รจ bisogno di adulti che sappiano sostenere il bisogno del bambino di condividere le proprie esperienze con i pari e di stare a proprio agio negli spazi del servizio. E perchรจ ciรฒ avvenga รจ necessario, prima che ogni altra cose, che tali adulti riconoscano le proprie risorse personali e professionali (e quelle dei colleghi), che abbiano uno sguardo empatico e valorizzante nei confronti di sรฉ stessi e di tutti gli attori che compongono la comunitร  educante rivolta all’infanzia, che migliorino la relazione con se stessi e con gli altri componenti della comunitร  educante e che imparino a significare il proprio linguaggio espressivo e a metterlo a servizio del contesto.

E’ davvero tanto “terribile” avere due anni?

Quest’anno lavoro in una sezione di “medi”. Vale a dire che i bambini con cui passo le mie giornate al nido hanno ormai quasi tutti due anni. Non vi sto a raccontare come si vive in sezione, perchรจ non ho, adesso, in mente di scrivere un articolo su questo argomento…Vorrei, piuttosto, posare lo sguardo su quelle famiglie che, sempre piรน di frequente, dicono di essere affaticate e di non riuscire a trovare strategie per la gestione dei loro bambini di piรน o meno due anni che vedono, all’improvviso, tanto diversi da come erano abituati.

Tanti genitori di bambini che si avvicinano a compiere i due anni o li hanno compiuti da poco si trovano, quasi da un giorno all’altro, in difficoltร . Soprattutto se sono al primo figlio. Soprattutto in un momento storico in cui รจ difficile confrontarsi, in contesti informali, con altri genitori. Dopo i primi due anni passati a prendersi cura del proprio figlio per aiutarlo nella strada verso l’autonomia, all’improvviso mamma e papร  hanno di fronte una personcina che non รจ piรน il piccolo che spingevano a fare da solo ma un bambino che punta i piedi perchรจ vuol fare tutto da sรฉ, che ne sia giร  capace o meno. Un bambino che ha imparato a camminare (e a correre), che riesce a mangiare da solo e a raggiungere ciรฒ che desidera senza l’aiuto di un adulto, anche se la strada verso la completa autonomia รจ ancora lunga. E, pertanto, sono spiazzati. Sentono che il loro ruolo non รจ piรน lo stesso di prima ma fanno fatica prendere le nuove misure.

Intorno ai due anni il bambino consolida molte competenze e ne acquisisce altrettante; si muove sicuro e senza aiuti nello spazio, il linguaggio si arricchisce diventando la porta per la comunicazione con i pari e gli adulti di riferimento (che non sono piรน soltanto i genitori), nel gioco esprime temi personali e teatralizza scene di vita vissuta. E, soprattutto, in questo momento dello sviluppo, il bambino inizia a esprimere il suo Sรจ con frasi del tipo “voglio!”, “รจ mio!”, “faccio io!”.

Puรฒ essere tutt’altro che semplice avere a che fare, da un giorno all’altro, con un bambino che non รจ piรน il piccolo che รจ stato, ma credo si possa guardare ad un momento tanto complesso e fonte, per i genitori, di grande fatica e frustrazione con occhi diversi. Come affrontare questo momento senza sentirsi inadeguati? Si puรฒ, innanzi tutto, porre l’attenzione al fatto che il bambino, che prima dipendeva dai cargivers in tutto e per tutto, si รจ trasformato in una piccola persona che sta cercando la propria indipendenza; รจ vero, si oppone a tutto ciรฒ che gli si dice ma lo fa perchรจ vuole affermare che รจ una persona, non una bambola, e vuole decidere da sรฉ. Questo, senza dubbio, รจ un grande passo in avanti nello sviluppo, che non puรฒ che rendere orgogliosi e felici i genitori. Si puรฒ iniziare da qui per avere uno sguardo differente su quanto sta accadendo…dal fatto che la fatica della gestione del proprio figlio รจ dovuta alle sue nuove competenze ed abilitร .

A due anni un bambino risponde quasi sempre “no”, qualsiasi domanda gli si faccia. Ha compreso che ci sono delle regole ma รจ ostinato e non vuole adeguarsi. Ciรฒ non avviene perchรจ ha intenzione di mettere in atto continue sfide con i genitori, ma รจ un processo necessario per la crescita. Come ho detto prima, inoltre, a due anni aumentano le competenze: giocando, ora i bambini immaginano di mettere in scena la quotidianitร ; hanno piรน capacitร  linguistiche (e, infatti, comunicano con successo con i pari e con gli adulti) e motorie (cosa che dร  loro grandi soddisfazioni ma li porta a rischiare spesso di farsi male); il loro mondo interiore si anima delle tante novitร  che attraversano un giorno dopo l’altro.

I genitori che, senza dubbio, conoscono meglio di chiunque altro i loro bambini, che sono coloro che, piรน di tutti, ne colgono i cambiamenti, quando sono al primo figlio possono trovarsi nella situazione di non sapere piรน, ad un certo momento, come comportarsi e come gestire al meglio figli, all’improvvisi tanto “difficili”. Questo accade perchรจ, molte volte, non hanno gli strumenti e il supporto per capire che cosa abbia causato i nuovi comportamenti e, allora, spesso, le uniche spiegazioni che riescono a darsi sono legate a uno stato di malessere dei piccoli o, se questi ultimi vanno al nido, a qualche errore commesso dalle educatrici.

E’, pertanto, molto importante che educatori e pedagogisti che si occupano di prima infanzia sostengano i genitori affaticati, perchรจ non รจ possibile occuparsi e preoccuparsi dei bambini molto piccoli senza occuparsi e preoccuparsi dei loro genitori. Puรฒ, in questo, venire in aiuto il metodo messo a punto dal pediatra T. B. Brazelton che, tra le altre cose, indica agli operatori di entrare in relazione con le famiglie attraverso ciรฒ che egli definisce “guida anticipatoria”, sostenendo, nei momenti piรน difficili, le competenze dei bambini insieme a quelle dei loro genitori. E’ utile, quindi, che i professionisti dell’infanzia anticipino ai genitori gli aspetti cruciali della fase dello sviluppo che un bambino che si appresta a compiere due anni dovrร  affrontare e far conoscere loro l’andamento discontinuo di tale sviluppo (come del resto deve accadere per tutte le diverse fasi dello sviluppo di un bambino). โ€œCominciai a pensare che il mio lavoro consisteva nellโ€™imparare ad apprezzare i genitori. Quando cambiai il mio atteggiamento e iniziai a fidarmi di loro, loro cominciarono ad avere piรน fiducia in se stessi.โ€, scriveva Brazelton.

A due anni il bambino รจ sempre piรน attivo nelle sue interazioni sociali, sia con i famigliari, sia con i coetanei. Le richieste di ascolto e di vicinanza fatte ai genitori sono sempre piรน incalzanti ed essi, oltrechรฉ occuparsi della sicurezza del bambino, devono poter essere in grado di contenere le sue crisi, le frustrazioni e le emozioni a volte violente che vive quando si trova di fronte ad azioni complesse che non riesce a portare a termine. In questo momento dello sviluppo, inoltre, il linguaggio si arricchisce di nuove parole, diventando fonte di soddisfazione per il bambino, perchรจ puรฒ descrivere le sue azioni e diventa la porta della comunicazione con gli adulti e i pari. Le nuove competenze motorie lo portano a correre, nel corso delle esplorazioni che inizia a compiere con il corpo, una serie di rischi perchรจ inizia a correre, a prendere oggetti pesanti, ad arrampicarsi…E’ possibile che, prima di addormentarsi, intavoli monologhi che sono parte di quanto ha vissuto nel corso della giornata o del tentativo di addormentarsi dando significato al suo mondo e, nel sonno, possono comparire degli incubi che richiedono il conforto dei genitori.

E’ complesso preparare i genitori a questa fase dello sviluppo dei loro bambini, soprattutto a causa della presenza di tante emozioni negative, volubilitร , crisi…ma รจ necessario sostenerli con forza affinchรฉ sappiano monitorare queste emozioni e i repentini cambi d’umore e, pertanto, aiutare i bambini a comprendere ciรฒ che sta accadendo loro, cercando di essere confortanti ma, il piรน possibile fermi e non tentennanti. Puรฒ essere d’aiuto, in tutto ciรฒ, coinvolgere i bambini nelle attivitร  quotidiane, condividendo quello che accade e parlandone insieme, e introducendo piccoli compiti di responsabilitร , come riordinare i giochi, apparecchiare o sparecchiare la tavola, lavare i piatti insieme…

Da educatrice e pedagogista che si occupa di infanzia da molti anni, credo che dare ascolto, in un momento complesso e difficile come questo, alle preoccupazioni dei genitori e dare voce alle loro emozioni, anche a quelle piรน negative, sia fonte preziosa di sostegno e li aiuti a capire ciรฒ che sta accadendo ai loro bambini. Penso, ad esempio, a come vive un genitore di fronte alle prime crisi di rabbia del proprio figlio, soprattutto quando si fanno dirompenti e sembrano non voler avere fine; รจ disorientato, preoccupato, impotente…soprattutto se non sa che si tratta di un comportamento assolutamente fisiologico nel secondo anno di vita; ha, pertanto, bisogno di comprendere quello che sta accadendo e di confrontarsi sulle azioni da mettere in atto per rispondere ai bisogni di un bambino che sta attraversando questa fase. Noi operatori e professionisti non dobbiamo, perรฒ, limitarci a dare consigli o prescrivere comportamenti, ma รจ fondamentale che ci si metta in ascolto, condividere ciรฒ che sta accadendo e provare a offrire una chiave interpretativa diversa. E’ utile rileggere insieme al genitore i comportamenti messi in atto dai bambini, perchรจ in questo modo li si aiuta ad entrare in relazione in maniera diversa. I momenti in cui i bambini sembrano fare regressioni, quelli che Brazelton definiva touchpoints, sono, in realtร , opportunitร  perchรจ essi e i loro genitori transitino verso nuove autonomie, in quanto, nel corso di questi momenti, i bambini provano a differenziarsi da mamma e papร , pur avendo timore di distanziarsi troppo perchรจ la separazione porta anche tristezza.

Nei momenti di cambiamento e disorganizzazione i genitori possono sentirsi inadeguati e preoccupati, perchรจ, indubbiamente, rappresentano il lato ombroso della crescita; รจ pertanto fonte di rassicurazione scoprire che certi comportamenti sono fisiologici e dร  loro la possibilitร  di essere maggiormente consapevoli sullo sviluppo dei loro bambini. Dare informazioni che possono migliorare le loro abilitร  nella relazione di accudimento e di cura diventa un importante supporto alla genitorialitร , perchรจ quando gli operatori e i genitori si confrontano sul comportamento dei bambini si apre la strada per comprendere meglio le loro emozioni e capire come, insieme, regolarle. Scoprire, insieme, come riconoscere e dare valore alle competenze dei bambini รจ uno dei modi piรน efficaci per promuovere la loro crescita.

Cosa c’รจ dietro al lavoro di noi educatori?

Sono una pedagogista. Mi occupo di formazione e supervisione. Lavoro con gli educatori e le educatrici dei servizi 0/6. Mi occupo anche, a margine, di coordinamento. Sempre con gli educatori e le educatrici dei servizi 0/6.

Sono anche un’educatrice. Lavoro in un servizio 0/3, un nido. E sono molto fiera di questo. Non potrei lavorare insieme agli educatori e alle educatrici se non conoscessi bene ciรฒ che accade nella loro quotidianitร . Se non sapessi che cosa vuol dire “avere le mani in pasta” giorno, dopo giorno.

E cosa accade nelle giornate di educatori ed educatrici dei servizi per l’infanzia?

Accogliamo bambini e genitori sorridendo, cercando di lasciare oltre la soglia delle nostre sezioni quello che viviamo quotidianamente al di fuori del lavoro, compreso quello che ci ha tormentato fino a poco prima di entrarvi. Sรฌ…รจ cosรฌ…chi svolge un lavoro di natura educativa ha il compito (e direi il dovere) di separare lโ€™educazione dalla vita. Perchรจ solo in questo modo puรฒ creare unโ€™esperienza unica che possa essere assorbita ed elaborata dagli individui che la sperimentano (i bambini nel nostro caso) ed entrare nel contesto lavorativo realmente da professionista, ricoprendo un ruolo attivo e sviluppando un senso critico che permetta di interrogarsi sia sulle dinamiche in atto sia sul significato e sugli esiti.

Nel lavoro di cura, gli educatori e le educatrici, devono anche fare i conti con le proprie angosce e con le proprie perturbazioni emotive che spesso si trovano ad essere non solo sollecitate ma anche amplificate dal compito e dalla cultura implicita dei sistemi di welfare. E’ pertanto richiesto loro di possedere una โ€œcompetenza emotivaโ€ che consenta di accogliere la realtร  nella sua complessitร  e di poter comprendere la qualitร  di ciรฒ di cui si fa esperienza. E’ fondamentale assumersi non solo una responsabilitร  professionale nei confronti di chi si educa ma anche di se stesso. Aver cura del proprio pensare e del proprio sentire รจ condizione preliminare per aver cura del pensare e del sentire dei destinatari dei propri atti di cura. E’ fondamentale anche prestare la massima attenzione ad affetti, emozioni, relazioni in cui ci si trova inevitabilmente e costantemente coinvolti. In caso contrario, non รจ semplice svolgere un “buon”lavoro.

Tutto questo per dire che arriviamo in sezione giร  con un grosso carico sulle spalle, che dobbiamo continuamente “risistemare” per far sรฌ che i bambini possano vivere le esperienze educative di cui hanno necessitร  e (mi piace aggiungere) diritto.

Dobbiamo poi essere ben attente a saper leggere criticamente le specificitร  del contesto in cui agiamo, che, pur sembrando sempre uguale, inevitabilmente muta un giorno dopo l’altro. Dobbiamo poterne valutare risorse e limiti e, parallelamente, essere in grado di rivedere continuamente le nostre premesse e la nostra prassi educativa. Il fatto poi che ogni azione sia situata in un preciso contesto sociale e che noi educatori ed educatrici ci troviamo immersi in una complessa rete di relazioni costituita da colleghi e da altre figure professionali che attraversano i nostri servizi (oltrechรฉ da una molteplicitร  di soggetti dei quali abbiamo la responsabilitร  educativa…i bambini, nel nostro caso), necessita di specifiche competenze relative tanto al lavoro di gruppo, quanto alla conduzione di gruppo. Non basta amare tanto i bambini, per fare un “buon” lavoro…Lโ€™indeterminatezza delle azioni educative e la imprevedibilitร  dei processi attivati e dei contesti sociali con cui, nel tempo, si interagisce, comporta la capacitร  di tollerare il dubbio e lโ€™incertezza, di porsi โ€œin ascoltoโ€ di quanto accade e delle proprie emozioni, di accettare uno โ€œstato di sospensioneโ€, non rifugiandosi immediatamente in categorizzazioni o teorizzazioni rassicuranti. E vi posso assicurare che tutto ciรฒ non รจ una passeggiata.

E’ necessario essere consapevoli che ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo fa parte di un dispositivo piรน ampio che solo in parte puรฒ essere dominato. Questo vuol dire che si deve praticare una professione di natura educativa avendo (o acquisendo) sempre maggior consapevolezza di quanto si agisce nella pratica.

E che cosa realmente agiamo noi nella pratica? Noi educatori ed educatrici dei servizi per la prima infanzia, che appariamo sempre sorridenti e sereni…quasi perfetti…Benchรจ, non dimentichiamolo, come scrive Sergio Tramma, uno dei professori che piรน ho amato negli anni dell’universitร , “l’educatore รจ incerto…perchรจ nella societร  contemporanea tale figura professionale รจ la risultante di molte chiamate in causa, di molte assunzioni di responsabilitร …sia per il ventaglio di compiti progressivamente attribuiti alla figura, sia per i soggetti di riferimento”.

Gli educatori e le educatrici sono sรฌ incerti…e, nonostante sorridano, si mostrino sempre sereni e propositivi, questo loro essere incerti li rende decisamente affaticati…esausti a tratti.

Lo stress tipico del lavoro di cura a volte si fa elevato e non รจ facile ridurlo nel qui ed ora, benchรฉ sappiamo bene che, se interpretate secondo le loro potenzialitร  e fatte proprie dalle educatrici, le routine tipiche dei servizi per l’infanzia, possono aiutare a ridurre lo stress, fornendo motivo di soddisfazione e contribuendo cosรฌ al benessere di educatori ed educatrici. Si puรฒ trovare grande soddisfazione nelle interazioni con i bambini (e quindi nel proprio lavoro) se si presta attenzione al bambino come soggetto individuale, e non al singolo compito di volta in volta da eseguire…Puรฒ, perรฒ, accadere che ci si affatichi piรน di quanto si riesca a sopportare e che i compiti risultino piรน gravosi di quanto in realtร  non lo siano. Anche se ci vedete sempre sorridenti.

Cambiare un pannolino per noi รจ un gesto di cura fondamentale nei confronti dei bambini…Se ci capita di svolgerlo senza troppo entusiasmo…e puรฒ succedere…possiamo essere prese da sensi di colpa piรน o meno importanti…Per esempio.

Le routine negli asili nido possono assumere una grande valenza educativa. E il cambio di un pannolino, come qualsiasi routine, non soddisfa solo il bisogno immediato del bambino, ma considera anche i suoi bisogni complessivi e, di conseguenza, mira a fornire soddisfazioni in termini di attenzione, stimolazione tattile (contatto, holding,…), interazione visiva (contatto oculare), fisica e verbale, di affetto e di emozioni.
In altre parole, non si tratta di cambiare il pannolino in un modo o nellโ€™altro, ma di come si interagisce mentre si cambia il pannolino…Si capisce, quindi, perchรจ se lo si fa controvoglia, magari piรน di una volta, a fine giornata ci si puรฒ sentire giรน di tono e insoddisfatti.

Noi educatori ed educatrici dei servizi per l’infanzia accogliamo sorridendo e cerchiamo di mostrarci sereni e con tanta voglia di stare insieme e di fare insieme con i bambini nel corso di tutta la giornata…che puรฒ durare dalle sei alle sette ore e fischia…se va bene.

E’ faticoso, perรฒ, prendersi cura dei bambini con professionalitร . Non รจ uno scherzo il nostro lavoro. Ogni bambino (e di questi tempi ne abbiamo in media sette a testa) viene portato in bagno, per le cure che si dedicano al cambio del pannolino, come minimo tre volte al giorno…Si sveste, si lava con cura, si increma, si mette un pannolino pulito, si riveste…Con cura, passione e fatica. Fatica che non vorrei che si desse per scontata. E magari, appena, finito, si torna in bagno con uno, due o tre bambini perchรจ hanno fatto la cacca e si ripete ogni gesto. Con cura, passione e fatica.

E tutto ciรฒ va moltiplicato per sette. E moltiplicato per tre fa ventuno. Si ripetono con cura, passione e fatica questi gesti ventuno volte ogni giorno. O forse qualcuna di piรน.

Spesso, soprattutto di questi tempi, i genitori, candidamente ti chiedono “Siete usciti?”. E tu, che magari hai dormito poco e male la notte, non te la sei sentita perchรจ la giornata รจ fredda e piovosa e un po’ ti assale un senso di colpa perchรจ hai privato i bambini di un’esperienza. Uscire con un gruppo di sette bambini, da soli, magari con qualcuno che non cammina ancora รจ tutt’altro che un’esperienza rilassante! Ti tiri su le maniche, infili la tuta da esterno, le scarpe, la giacca, la sciarpa, il cappello e poi, al rientro, di nuovo…ti tiri su le maniche, li spogli con cura, togli il fango e i sassi che sono rimasti sotto alle scarpe. Sette volte prima di uscire e sette volte quando rientri. E non รจ finita. Ci sono gli abiti da esterno da insacchettare per poterli consegnare ai genitori che li riporteranno puliti o per portarli nella lavanderia del nido.

E questo, รจ innegabile, comporta fatica. E non รจ scontato che tutti lo riconoscano. Perchรจ il senso comune dice che il lavoro con i bambini รจ “Il lavoro piรน bello del mondo”. Come puรฒ essere anche faticoso?

Ci vuole motivazione. Tanta. E coraggio, io credo.

Gli educatori, prima di diventarlo, nel corso degli anni dell’universitร , delle tante ore di tirocinio (ai miei tempi erano quasi trecento, tra teoria e pratica) si interrogano mettendosi in discussione in merito propria identitร  professionale: su chi siano, che cosa si aspettino, quali competenze debbano acquisire e quali potrebbero spettar loro.

Gli educatori e le educatrici, per poter accogliere ogni giorno bambini e famiglie sorridendo, molto prima di varcare la soglia del servizio in cui lavoreranno cercano i motivi che li spingono a svolgere proprio quella professione. E continuano a farlo anche dopo anni di esperienza. Ve lo assicuro, perchรจ รจ ciรฒ che รจ accaduto ed accade a me. Cercare i motivi che ti spingono a svolgere una professione รจ fondamentale, soprattutto nei momenti piรน faticosi, quando desideri solo buttarti in un angolo e poter chiudere gli occhi per un po’. Le domande che ci facciamo quotidianamente ci aiutano a dare un senso ai nostri agiti e, soprattutto, alla nostra motivazione, senza cui il nostro lavoro non potrebbe svolgersi nemmeno per un minuto.

Ecco. Tutto questo รจ ciรฒ che sta dietro al nostro lavoro. Al lavoro di noi educatori ed educatrici che, comunque, sorridiamo all’accoglienza e al ricongiungimento e che lavoriamo perchรจ i bambini possano vivere esperienze autentiche e cariche di senso. Anche se la giornata รจ partita storta o siamo preoccupati o stanchi.

Prendersi cura di chi si prende cura. Come sono cambiate le pratiche di supervisione pedagogica nei servizi?

Fin da quando, molti anni fa, ho iniziato a lavorare come educatrice, ho creduto nell’importanza di “essere curati” nei nostri contesti educativi. Di poter sapere che qualcuno si fa carico, orienta, guida chi si prende cura per professione.

Che significa prendersi cura di chi si prende cura? E’ complesso da dirsi, soprattutto in un tempo come questo, dove di cura ce n’รจ assoluto bisogno ma le urgenze del Setting spesso non lasciano il tempo affinchรฉ uno sguardo altro si posi sulle รฉquipes e si faccia interprete delle loro fatiche.

La cura educativa o, meglio, pedagogica, รจ, intanto, cura di un soggetto, proprio di quel soggetto lรฌ, ponendosi dentro il suo processo di formazione, intesa come formazione umana. รˆ processo di cura (del maestro) che si sviluppa come โ€œrisveglioโ€, come โ€œdialetticaโ€, come โ€œascesaโ€ e come โ€œmaieuticaโ€, insieme, nei confronti dellโ€™allievo, come giร  ci insegnava Socrate nella Grecia del V secolo a. C. Questo aver-cura si delinea come stare vicini (interiormente) ed esser-pronti-a โ€ฆ, รจ presenza-sostegno e presenza-stimolo, orientata al promuovere verso โ€ฆ e a interpretare i segni dellโ€™autoformazione in corso, al porre traguardi e modelli, da rivivere sempre secondo libertร .

Tale cura รจ sostegno e dono e dialogo. Trova nel sostegno (che orienta senza essere direttivo) il proprio imprinting. Si contrassegna attraverso il donare, un atto libero che puรฒ esser recepito o no nel suo messaggio dal ricevente, un atto gratuito, ma dovuto e necessario per essere nella cura come formazione. Si sostanzia del dialogo, che รจ e deve essere aperto e reciproco tra i due โ€œattoriโ€, chi si prende cura e chi cura riceve. E cosรฌ la cura come formazione produce pariteticitร  e uguaglianza, cancellando ogni aspetto di asimmetria e di direttivitร  del prendere-in-cura e ponendo la cura come aver-cura e aver-cura-insieme, in particolare. E’, inoltre, maieutica e libertร  ed รจ rivolta a creare condizioni di autoformazione, di ricerca costante dellโ€™identitร  del proprio sรฉ, di struttura in equilibrio (pro tempore), di dare identitร  il cui segno piรน profondo puรฒ e deve permanere come contrassegnato da inquietudine, apertura, ricerca di sรฉ.

Con lโ€™autoformazione entra in gioco un altro modello di cura: la cura sui, la cura di sรฉ, che รจ autoanalisi e riflessione su se stessi. Il soggetto guida e sostiene se stesso, reclamando tra io e sรฉ una serie di pratiche, che oggettivano questa presa-in-cura e la riattivano. Sono le tecnologie del sรฉ e gli esercizi spirituali di cui ha parlato anche Foucault in alcuni dei suoi ultimi testi (La cura di sรฉ; Ermeneutica del soggetto; Tecnologie del sรฉ).

Tale tipo di cura esige la mediazione di una pratica di cui il soggetto stesso รจ lโ€™artefice. Una pratica riflessiva, interpretativa, ri-orientativa.

La cura sui, inoltre, รจ auto-maieutica che ha bisogno di pratiche per consolidarsi e rendersi oggettiva e operativa e efficace. Essa produce auto-formazione cercando di rendere il soggetto piรน consapevole e controllato. รˆ dialogo-con-se-stessi: costante, aperto, sempre rinnovato e capace di farsi habitus del soggetto stesso. รˆ controllo di sรฉ, reiterato, reso programmatico, esercitato in modo costante. Ed รจ interiorizzazione di queste prassi che si fanno forma-del-sรฉ e identitaria per lโ€™io.

E qui si inserisce il discorso relativo alla supervisione pedagogica, che tanti professionisti dell’educazione vogliono fortemente nei servizi.

La supervisione pedagogica รจ una forma complessa e raffinata diย cura dei professionistiย che operano allย’’interno di un servizio educativo e cura anche del servizio stesso. E’ luogo diย parola e di ascolto, di attivazione e promozione delย pensiero riflessivo. E’ contesto di apprendimento professionale,ย collettivo e comunitario, a partire da una condivisione di narrazioni di pratiche. E’ spazio di confronto conย un punto di vista altro, differente, dissonante (proposto dal supervisore). E’ spazio di rielaborazione delle prospettive progettuali che orientano lย’’azione e di individuazione di strategie per affrontare situazioni critiche e problematiche.

La supervisione, inoltre, si fa tavolo di lavoro, in cui interrogarsi sui significati assunti dal lavoro educativo in diversi settori e per i differenti attori, in costante tensione e rapporto con il tavolo della โ€œprogettazioneโ€ o riprogettazione del lavoro educativo stesso. Lโ€™attenzione รจ sul senso dellโ€™intervento formativo: la supervisione mira, infatti, a promuovere una graduale ma radicale problematizzazione delle pratiche educative per poter ripensare il progetto educativo che sta alla base degli interventi agiti in un determinato contesto, provocando cosรฌ micro-cambiamenti in fieri nelle pratiche educative e nel modo di pensarle.

E in questo tempo? Come si configurano le pratiche di supervisione? Come sono cambiate? Se qualcosa รจ cambiato…

Subito dopo le prime disposizioni sull’isolamento e la sospensione di molti dei servizi educativi, a molte รฉquipe รจ capitato di ritrovarsi, in primis. pervase da un senso di spaesamento. In molti casi la modalitร  telematica e le urgenze hanno imposto di entrare subito in una fase operativa, per agire in fretta e non perdere troppo tempo. Man mano che il tempo trascorreva lento, perรฒ, alla necessitร  di agire si รจ affiancato il bisogno di dedicare uno spazio, anche contenuto, per la condivisione delle preoccupazioni. Il cambio repentino della quotidianitร  e i timori per la situazione, non solo rispetto al contagio, ma anche quelli economici e sociali, hanno avuto effetti diversi sui componenti delle diverse รฉquipe e di certo spazi, seppur virtuali, in cui incontrarsi (guidati o no) e verbalizzare le preoccupazioni, confrontarsi, sentirsi accolti e riconosciuti, รจ stato di enorme aiuto.

Questa possibilitร , se intesa come spazio di riflessione profonda su sรฉ e sulla nuova configurazione dell’agire educativo, ha spesso permesso non solo di ritrovare la stessa lunghezza dโ€™onda con i colleghi, ma anche di rafforzare i legami dei diversi gruppi, condividendo insieme le emozioni dei momenti piรน critici. Questo, perรฒ, se guidati da chi aveva gi strumenti per gestire al meglio questi spazi, per capirne i limiti e poterli chiudere prima che diventassero esageratamente carichi e quindi dannosi per qualcuno.

Ma come adattare i colloqui di supervisione al setting on line? Come rendere efficaci gli incontri di supervisione senza poter respirare i corpi? Senza poter volgere lo sguardo sulle innumerevoli sfaccettature del linguaggio non verbale che, spesso, urla piรน forte di quanto non si riesca a fare con la voce?

Non รจ stata cosa facile…tanto che, in parecchi casi, dopo due o tre incontri le รฉquipe hanno preferito rimandare a quando ci si sarebbe potuti riunire in presenza. Un incontro di supervisione รจ uno spazio per se stessi, per l’equipe…per questo, in diversi casi, dopo la prima fase di lockdown e isolamento, รจ capitato a molti di sentirsi allo stretto nel salotto di casa, dove non era garantito un setting in cui poter essere liberi di tirar fuori fatiche e difficoltร  perchรจ spesso disturbati, benchรฉ involontariamente, da qualche componente della famiglia.

Ci si รจ chiesti in tanti se gli incontri di supervisione online, tramite videochiamata, avessero la stesa efficacia di quelli tenuti all’interno dei servizi. Molti di noi si interrogavano sul come si sarebbero potuti sentire accolti e compresi anche stando seduti in soggiorno. D’altra parte la possibilitร  di organizzare incontri in presenza, consentiti giร  all’inizio della scorsa estate, generava in qualcuno un forte senso d’ansia legato alla paura del contagio.

Cruciale, in tutti i casi, perchรจ gli incontri su piattaforma fossero davvero di senso, (cosรฌ come lo รจ per il buon funzionamento di unโ€™รฉquipe) รจ indubbiamente stato chi questi incontri li ha guidati e condotti; รจ dovuto essere in grado, pur in assenza di tutto il non verbale che, come ho detto prima, riveste una grande importanza negli incontri di supervisione, di presidiare la condivisione delle responsabilitร  in un tempo mai vissuto prima e il riconoscimento delle diversitร  individuali e professionali (che spesso si sono accentuate); ha dovuto, inoltre, affinare le capacitร  di tessere connessioni funzionali tra il gruppo di lavoro e la rete territoriale per tanto tempo non piรน attraversata, cercando di mantenere un buon equilibrio tra le nuove fatiche del lavoro a distanza e quelle comunemente generate dal lavoro educativo.

E’ stato necessario, in molte circostanze, capire come potesse essere possibile avviare processi di confronto informale in situazioni destrutturate, che, di norma si verificavano incontrando ogni giorno i colleghi e gli utenti e che erano in grado di illuminare zone dโ€™ombra e di ri-significare gli eventi educativi.

Nel confronto con i colleghi, l’educatore ha la possibilitร  di riflettere sui racconti ascoltati per analizzarli e comprenderli, lasciandosi contaminare da altri punti di vista e modelli interpretativi. Per questo motivo, in un tempo in cui il focus era quotidianamente sull’incertezza esistenziale che la pandemia stava generando, รจ stato necessario che si riportassero le riunioni dโ€™รฉquipe e gli incontri di supervisione (benchรฉ online) ad essere luoghi di riflessione, di condivisione di informazioni, riflessioni, impressioni, narrazioni, cosa che avviene quotidianamente quando storie, pensieri e i vissuti di utenti e di operatori sโ€™intrecciano e si respirano. E’ stato necessario riorganizzare spazi e tempi in cui emozioni e pensieri potessero sedimentare, tenendo presente che, talvolta, il carico emotivo delle situazioni da sostenere oppure lโ€™urgenza operativa richiedono una condivisione immediata al fine di ridurre i margini dโ€™errore legati allโ€™improvvisazione. E tenendo presente che lโ€™esiguitร  dello spazio di riflessione attiva risorse relative alla gestione dellโ€™ansia e al problem solving.

Dove ciรฒ si รจ verificato, spesso, alla ripartenza dei servizi educativi (avvenuta tra giugno e luglio o a settembre), gli educatori si sono trovati ben attrezzati per affrontare un tempo che sapevano sarebbe stato carico di incertezza e in cui, spesso, se non quotidianamente, sarebbe stato necessario ritrovare l’orientamento. Per affrontare un tempo mai vissuto, in cui sanitario ed educativo si sarebbero dovuti necessariamente meticciare, attraverso sguardi che prima non si avevano, senza perdere di vista che l’obiettivo sarebbe stato quello di fare vivere agli utenti esperienze educative di senso.

E oggi, io credo, chi si occupa di supervisione pedagogica nei diversi servizi educativi deve affrontare questa non facile sfida. Fare sรฌ che gli educatori, in un tempo di restrizioni, distanze, nuove regole difficili da condividere, possano comunque sperimentare il potenziale generativo della riflessivitร , del confronto con i colleghi, dellโ€™attivazione di un circolo dialogico ricorsivo tra i saperi acquisiti sul campo, le teorie che fondano le prassi operative e le strategie dโ€™intervento adottate in relazione agli utenti e ai contenuti rivisitati.

Complesso? Certo che sรฌ. Ma questo รจ un lavoro che si configura, io credo, come essenziale e irrinunciabile se vogliamo che i nostri servizi educativi continuino ad essere tali e di alta qualitร .