Il “sistema di riferimento” al nido

Quando ho iniziato ad operare come educatrice al nido, lavoravo basandomi sul modello della “figura di riferimento”. Perché le linee pedagogiche erano quelle. Perché Elinor Goldschmied e le sue idee facevano decisamente presa.
Lavoravamo facendo sì che ci fosse un’educatrice con cui il bambino (e la sua famiglia) potesse avere una relazione speciale e che costituisse un punto fermo all’interno del servizio per quella particolare famiglia.

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Le relazioni con i bambini passano, in primo luogo, attraverso il contatto corporeo, attraverso i gesti di cura delle routines, poi attraverso gli sguardi, che il bambino cerca per trovarvi attenzione e verificare se egli esiste nella mente di qualcuno. E proprio per questo, i bambini piccoli, quando iniziano l’ambientamento al nido, hanno bisogno di trovare qualcuno che sostenga le loro fatiche, che contenga i momenti di stanchezza e di frustrazione, qualcuno che percepiscano come autorizzato dalla madre a divenire un nuovo partner e di cui percepiscono che la madre si fida. Questa persona è la cosiddetta “educatrice di riferimento”, che, insieme al bambino, conosce i genitori, parla con loro, ne ascolta i racconti, le domande, i dubbi, li rassicura, presenta il servizio…E’ una figura che non è la madre, che ha nella mente anche altri bambini e altri genitori, che lavora in equipe con altre persone a cui, via via, presenta il piccolo e con cui nel tempo ne condivide la cura. E’ una persona che si preoccupa di stabilire un raccordo tra le modalità di accudimento familiari e quelle del nido.

L’affrontare l’ambientamento in modo individuale e attraverso la “figura di riferimento” implica, però, una semplificazione della ricchezza dell’occasione che attraverso la transizione nel nuovo ambiente del nido si offre al bambino; questo approccio, infatti, sottostima la potenzialità dei bambini di fronte all’esperienza del cambiamento e compie un sovradimensionamento delle figure adulte nel contesto di primo ambientamento dei bambini nel nido.Questa modello, però, può avere dagli inconvenienti. Si può arrivare a tendere a un rapporto esclusivo tra l’educatrice di riferimento, la madre e il bambino e a stabilire, in qualche caso un rapporto di dipendenza della madre e del bambino nei confronti dell’educatrice.

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Queste riflessioni portano a sostituire la figura di riferimento con il cosiddetto “sistema di riferimento”, costituito da due o più educatrici. Questo approccio presuppone un’idea di bambino collocato all’interno di una rete di relazioni plurime, competente, desideroso di stabilire nuovi contatti con adulti e bambini, di esplorare mondi e realtà. Si passa quindi dalla dimensione del contenere e mediare a quella del condividere tra bambini e adulti, tra equipe di educatori e genitori. Questa scelta deve essere accompagnata da un’attenzione grande ai tempi e agli interscambi tra adulti (educatori e genitori); e dalla convinzione che il bambino possegga le risorse necessarie per affrontare un’esperienza in cui non si relaziona con una figura sola che ne sostiene le fatiche, ma con più figure che sostengono lui e insieme altri bambini.

La figura di riferimento è la persona che accompagna in modo privilegiato il percorso al nido di ciascun bambino e della sua famiglia. Si occupa di tenere a mente le specificità del sistema familiare e di seguire i processi di crescita e le inevitabili crisi del bambino comprendendole nel loro significato evolutivo, potendo così concentrare le proprie energie su un numero ridotto di bambini e famiglie. Così facendo, può rispondere alle esigenze di stabilità e di sicurezza di bambini e genitori. Questa persona non potrà, però, essere sempre presente, per cui è indispensabile che il bambino e i genitori, col tempo, instaurino relazioni significative anche con le altre educatrici.
La figura di riferimento, in relazione ai bambini, effettua la prima accoglienza in occasione della fase iniziale dell’ambientamento e interagisce col bambino e col genitore come aiuto per il graduale distacco, in relazione al genitore, è costante supporto per il bambino nel momento della sua permanenza al nido ed è supporto per il genitore, soprattutto nelle prime fasi dell’ambientamento.
Se, invece, si lavora, utilizzando il sistema di riferimento si lascia la possibilità al bambino, per quanto piccolo sia, di scegliere, di volta in volta, a quale degli adulti presenti orientarsi. Con questo modello è il gruppo degli educatori che detiene la regia e la responsabilità della mediazione del nuovo contesto e del relativo ambientamento del bambino al nido. Inoltre viene riconosciuta al bambino l’effettiva potenzialità all’esperienza dell’espansione e del cambiamento del proprio consueto contesto di vita nonché la capacità di mediare rispetto al gruppo dei pari.
Il bambino, infatti, realizza il suo processo di crescita non solo soggettivamente ma anche intersoggettivamente, cioè in relazione agli altri e con gli altri, e sotto l’influenza di fattori sociali e culturali fra loro interagenti. E’ importante, quindi, che il nido riconosca alla famiglia il ruolo attivo di interlocutore e non solo di fruitore del servizio, valorizzando l’importanza del legame di attaccamento alle figure famigliari, legame che costituisce il “sistema motivazionale centrale nei primi anni di vita”. Inoltre, deve offrire al bambino la possibilità di mantenere un rapporto di vicinanza con le persone che gli assicurano protezione, permettendogli di sentirsi sicuro anche quando queste figure si allontanano nella certezza del ritorno. Questa consapevolezza ci consente di affrontare il passaggio ad una modalità di ambientamento che prevede un piccolo gruppo di educatrici con l’iniziale costante presenza dei genitori e che è maggiormente rispettosa delle capacità e competenze del bambino.
Lavorando col modello della figura di riferimento, si stabiliscono relazioni non con il sistema ma con le singole figure facenti parti del sistema; viceversa quando si lavora con il modello del sistema di riferimento le relazioni si stabiliscono con un gruppo e non con i singoli.

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Le riflessioni relative al lavoro seguendo il modello del sistema di riferimento nascono dal fatto che al nido non è quasi mai possibile che la stessa persona possa accogliere il bambino quando arriva la mattina e riconsegnarlo alle famiglie al momento delle dimissioni. Questo può generare ansia nei genitori che si aspettano di trovare sempre la stessa persona con cui relazionarsi e, in certi casi, fatica nel bambino che si sente rassicurato da una sola persona e conosce poco il resto del gruppo di lavoro, per lo meno all’inizio dell’ambientamento.
Allo stesso modo è possibile che l’educatrice di riferimento si debba assentare per un periodo breve o prolungato, causando ansie nel genitore che teme di perdere un punto fermo e insicurezza e fatica nel bambino che non è abituato (o lo è poco) a relazionarsi con altri adulti. Se, invece, si è abituati fin dal primo giorno a relazionarsi con un sistema di educatrici, l’assenza di una figura non potrà costituire un problema né per la famiglia né per il bambino, che avranno comunque un punto di riferimento all’interno del nido.

Queste riflessioni nascono in seguito alla mia personale esperienza di lavoro. Dopo anni trascorsi ad utilizzare il modello della “figura di riferimento”, che, ultimamente trovavo addirittura poco rispettoso del bambino, da quando lavoro secondo il modello del “sistema di riferimento” ho potuto constatare quanto siano più ricche le relazioni che il bambino che entra in un nido instaura con gli adulti presenti e ruotano intorno a lui e quanto minori siano le fatiche che si trova ad affrontare; questo modello permette davvero ai bambini di trovare più punti fermi e soprattutto di trovarli nel corso di tutta la giornata che trascorrono al nido.

Il delicato passaggio dal nido alla scuola dell’infanzia

La fine di maggio…l’inizio di giugno…

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L’anno educativo ancora non è terminato ma, inevitabilmente, i genitori dei bambini di tre anni pensano, in questo periodo dell’anno, e non senza un poco di ansia, al momento in cui si farà il passaggio alla scuola dell’infanzia.

Ci sono tante aspettative…C’è la paura di ciò che comporterà questo cambiamento importante…C’è il desiderio di crescere…

Nel passaggio nido-scuola dell’infanzia il bambino, da un lato, scioglie relazioni che ormai sono solide e ne stringe di nuove; d’altra parte, si trova dinanzi a nuovi ritmi, a spazi sconosciuti e organizzati in maniera diversa da quelli del nido e a un sistema di regole piuttosto differente. Deve, inoltre, “dividere” la maestra con altri 27 compagni, mentre al nido il rapporto educatrici/bambino è decisamente inferiore (generalmente 1/8).
Il bambino “grande” del nido diventa il “piccolo” della scuola dell’infanzia, deve lasciare affetti ormai consolidati per costruirne di nuovi e abbandonare esperienze ben note per affrontarne altre sconosciute.

Pertanto, è molto importante pianificare il passaggio…benché non sia possibile non considerare che qualche imprevisto ci sarà.

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Si deve, innanzi tutto, sviluppare preliminarmente una conoscenza reciproca, la più approfondita possibile, in modo che siano eliminati equivoci e incomprensioni determinati, principalmente, da comportamenti ed atteggiamenti ormai costume educativo quotidiano degli educatori del nido e della scuola dell’infanzia.
Il nido, infatti, punta sulla valorizzazione del rapporto individualizzato con il bambino, sottolineando l’importanza di momenti unici e particolari (considerati occasioni privilegiate di relazione), come l’ambientamento e le “routines”. La scuola dell’infanzia, invece, dà meno importanza al momento della relazione individualizzata, sulla sorta della convinzione della diversa e più “matura” età dei bambini; c’è qui, inoltre, una maggiore “intellettualizzazione” della attività che vengono proposte rispetto a quanto accade al nido, dove trovano maggiore spazio esperienze legate alla comunicazione verbale e non verbale ed alle prime esplorazioni sensoriali. Ecco perché è molto importante che le educatrici del nido e quelle della scuola dell’infanzia trovino spazi e tempi per interagire sistematicamente, al fine di individuare gli aspetti più positivi delle esperienze maturate.

Il passaggio dal nido alla scuola dell’infanzia non va sottovalutato; esso, infatti, può costituire un’occasione di disorientamento, in quanto è un momento particolare per i bambini, che si trovano di fronte, come dicevo prima, ad un rovesciamento di prospettive: nell’ultimo periodo del nido sono abituati ad essere considerati i più grandi, mentre all’inizio ella scuola dell’infanzia sono i più piccoli e i più bisognosi di protezione. Questo può causare in loro dei comportamenti meno organizzati di quelli che erano stati loro propri negli ultimi mesi di nido.

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Questo, però, non deve far pensare al fatto che l’esperienza del nido può rendere più faticoso l’ingresso alla scuola dell’infanzia. Una ricerca condotta qualche anno fa dall’equipe della professoressa Susanna Mantovani dell’università di Milano-Bicocca ha, infatti, mostrato che i bambini del nido passati alla scuola dell’infanzia parlano molto più fra loro che non con gli adulti, a differenza di quanto avviene per i bambini che non hanno frequentato il nido; inoltre, il linguaggio socializzato è molto più presente nei bambini che provengono dal nido; lo stesso discorso vale per le attività e il gioco socializzato.

Anche il ruolo dell’educatore è soggetto a mutamenti. Nel nido l’adulto è un imprescindibile punto di riferimento per il bambino e per la costruzione della sua identità, con una particolare attenzione per l’acquisizione di competenze di tipo affettivo-emotivo e meta cognitivo; egli rassicura il bambino con la sua presenza, soprattutto nei momenti di transizione (addormentamento/risveglio, accoglienza/dimissioni); nello stesso tempo aiuta il bambino a riconoscere e a regolare le proprie emozioni, dando un contributo importante al loro contenimento e ha un ruolo importante e fondamentale per l’acquisizione delle prime conoscenze da parte del bambino, a cui vengono proposte esperienze di vario tipo. Nella scuola dell’infanzia, invece, il ruolo dell’adulto è più distaccato e mira in particolare a promuovere l’autonomia del bambino; questo non significa che un bambino, dai tre ai sei anni, non abbia bisogno di figure di riferimento, ma nel percorso alla scuola dell’infanzia può arricchire il processo di strutturazione della propria identità anche con l’interazione con altri adulti (diversi dalle educatrici di sezione). L’adulto, inoltre, anche alla scuola dell’infanzia deve favorire il riconoscimento delle emozioni, favorendo il consolidarsi di rapporti di amicizia e di solidarietà tra bambini. Al contempo è suo compito stimolare i bambini a costruire i propri codici simbolici verbali e non verbali.

Per tutte queste ragioni la conoscenza reciproca tra educatrici del nido e della scuola dell’infanzia appare irrinunciabile. Questo perché il mantenere una continuità tra le due realtà, negli stili educativi e nelle occasioni di apprendimento, negli incontri e nelle relazioni, può rendere più sereno l’ambientamento dei bambini nella scuola dell’infanzia. Bisogna, quindi, riservare la massima cura ai momenti di incontro tra i bambini del nido e quelli della scuola dell’infanzia, consapevoli che la continuità è un modo di intendere la scuola come spazio e luogo coerente, in cui ciascuno possa trovare l’ambiente e le condizioni più favorevoli per realizzare un percorso formativo completo.

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Tali situazioni di continuità vanno condivise anche con le famiglie che, in questo modo, potranno anticipare l’immagine del come sarà il passaggio tra il noto e il non-noto ed essere aiutate a comprendere il grosso cambiamento che avverrà.

Molti genitori possono vivere il momento del passaggio con dispiacere perché si sono molto affezionati agli spazi, ai luoghi, del nido e, soprattutto, alle educatrici e alla coordinatrice del servizio. Le educatrici, però, possono essere di grande aiuto in questo momento, garantendo supporto e serenità in una fase tanto delicata; devono, pertanto, prestare molta cura ai colloqui individuali e poi comunicare in modo trasparente con le colleghe della scuola dell’infanzia, tendendo tra i due servizi un filo sottile che guiderà i bambini che faranno il passaggio e le loro famiglie.

Può essere utile, oltreché emozionante, progettare attività specifiche che proiettano i bambini del nido in modo graduale in quello che sarà il progetto educativo che ritroveranno da settembre nella futura scuola.
Alcuni servizi portano i bambini del nido (e a volte anche i genitori) nelle aule delle scuole dell’infanzia che frequenteranno, in modo che possano conoscere i nuovi spazi, avere un primo assaggio delle future attività attraverso giochi e altre proposte. Accompagnare i piccoli alla conoscenza del nuovo che li aspetta tranquillizza anche le famiglie e facilita la conoscenza reciproca. Del resto le esperienze che i bambini vivono in questi momenti, sono pensate e progettate per aiutarli a prepararsi a un percorso che sarà ricco di stimoli e creano tra i servizi per l’infanzia una rete di condivisione nella progettazione e nella realizzazione di interventi educativi finalizzati al benessere dei bambini.

Bambini e rabbia. Che fare?

La rabbia è un’emozione che spaventa. E’ spesso difficile da gestire, soprattutto quando si manifesta in maniera violenta e soprattutto quando a provarla sono i bambini molto piccoli.

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La rabbia, però, esiste. E la dobbiamo nominare per poterla gestire in maniera “creativa”.

Quando un adulto, un genitore ma anche un educatore, si scontra con la rabbia di un bambino, prova fatica e senso di frustrazione. Succede anche a me,  che, per il tipo di lavoro che svolgo, sono abituata ad affrontare bambini arrabbiati. Proprio questi bambini, però, mi hanno insegnato che solo attraverso l’incontro e la capacità di stare con la rabbia in modo curioso e giocoso il più possibile possiamo restituire a questa emozione il significato di cui è portatrice. La rabbia, infatti, è sempre portavoce di un bisogno che vibra prepotentemente nella storia del bambino che la prova e che cerca spazio, parole, immagini; e, inevitabilmente, quando accompagnamo un bambino per un pezzetto della sua vita, camminando al suo fianco esploriamo il suo mondo, i suoi sogni, i suoi incubi e le sue risorse. Possiamo diventare testimoni di sofferenze e liberazioni, di ferite dolorose e incredibili rinascite e con i bambini riviviamo le storie di quando noi stessi eravamo piccoli e torniamo a sentire la voce del bambino che è in noi.

Ma che cos’è la rabbia?
E’ un’emozione primitiva che possiamo osservare presente già nei bambini molto piccoli e in molte specie animali diverse dall’uomo. Numerose ricerche hanno dimostrato che l’ira e i comportamenti che ne derivano sono determinati da ragioni legate alla sopravvivenza dell’individuo o della specie: gli animali attaccano perché qualcosa li spaventa oppure perchè vengono aggrediti, per cacciare un intruso dal proprio territorio o per difendere la prole.
Allo stesso modo, all’origine dell’umanità, l’espressione della collera era la modalità che garantiva all’uomo la conservazione della specie e, quindi, si tratta di una “reazione conservativa” contro una reale minaccia (la parola aggressività deriva dal latino aggredior, andare verso, affrontare la vita…
Nell’uomo moderno, nei momenti in cui la rabbia sopraggiunge, avvengono veri e propri cambiamenti fisici; quando sentiamo nascere in noi la rabbia tutto il sistema nervoso viene attivato e l’intero organismo vive uno stato di massima stimolazione, preparandosi all’attacco.
Quando ci arrabbiamo percepiamo la tensione interna crescere fino a sentire un bisogno quasi fisico di “scaricarci” al più presto per ritrovare uno stato di benessere. La rabbia è una potente energia psicologica che si attiva in ognuno di noi quando ci troviamo nell’impossibilità di soddisfare i nostri bisogni fisici ed emotivi, di indirizzare la nostra vita verso un senso di pieno benessere: in queste situazioni sentiamo crescere un senso di dolorosa impotenza che si accompagna ad un’intensa collera verso chi riteniamo essere la causa della nostra sofferenza o verso noi stessi perché non ci opponiamo a chi ci ostacola. Rappresenta quindi la tipica reazione alla frustrazione e alla costrizione, sia fisica sia psicologica, unita alla consapevolezza di evitare l’evento o la situazione frustrante e che un’altra persona, verso cui siamo arrabbiati, ha la volontà di nuocerci. In sintesi, ci arrabbiamo quando qualcosa o qualcuno si oppone alla realizzazione di un nostro bisogno/desiderio.

E la rabbia dei bambini? Si tratta di “capricci”? O è un’emozione importante che va accolta e compresa? E se un bambino è arrabbiato vuol dire che c’è qualcosa che non va?

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Posso raccontare un’esperienza che mi è stata portata da una coppia di genitori che ho incontrato in un percorso di consulenza pedagogica. Quest’uomo e questa donna hanno un figlio che, a un certo punto, ha iniziato ad arrabbiarsi in maniera molto potente; i genitori, pertanto, hanno provato a parlare con lui dicendo che la rabbia si può e si deve tirare fuori ma non urlando e tirando calci…Ci hanno provato, sì…Ma è finita che tutti e tre urlavano. Sono, quindi, passati alle punizioni, ma le scenate del bambino aumentavano…Così hanno iniziato a dire frasi del tipo: “Se non fai i capricci quando ti veniamo a prendere all’asilo, andiamo a prendere un bel gelato!”. Si sono presto resi conto che questa strategia, però, non sempre ha successo. Che fare allora?
Nel mio lavoro mi capita spesso di incontrare, nei racconti di molti genitori, una cesura tra la celebrazione verbale della rabbia (dei bambini) come emozione “giusta” e la risposta, nei fatti, alle manifestazioni di rabbia dei figli. Come se, a parole, tutti sapessero che la rabbia c’è, fa parte della crescita, non va negata, ma poi, di fronte all’ondata di disordine che porta con sé, gli stessi genitori si trovano disorientati.
Noi adulti, genitori ed educatori, siamo stati educati a pensare che essere arrabbiati significasse essere “cattivi” e spesso siamo stati colpevolizzati per aver espresso questa emozione.
Sarebbe più facile aver a che fare con la rabbia dei nostri bambini se ci sbarazzassimo di queste convinzioni. E’ importante che impariamo ad accettare i sentimenti di rabbia, a canalizzarli e indirizzarli verso un fine costruttivo.
Quindi quei genitori di cui parlavo prima, di fronte alla rabbia del loro figlio dovrebbero semplicemente accoglierla…”Capisco che sei arrabbiato…io sono qui per te, se hai bisogno…”.

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Genitori ed educatori dovrebbero permettere ai bambini di provare le loro emozioni e mostrare a loro modi accettabili di esprimere sentimenti come la rabbia. Le emozioni, soprattutto quando sono forti, non possono e non devono essere negate e gli scoppi di rabbia non dovrebbero essere visti come segni di problemi gravi. Dovrebbero essere riconosciuti e trattati con rispetto.

Per rispondere con efficacia ai comportamenti eccessivamente aggressivi dei bambini dobbiamo farci un’idea precisa di cosa li abbia scatenati. La rabbia può essere un modo per evitare sentimenti negativi e dolorosi come il fallimento, il rifiuto, la sensazione di solitudine o l’ansia in situazioni sulle quali il bambino non ha controllo.
La rabbia può essere anche associata a sentimenti di dipendenza, tristezza e depressione. Nell’infanzia la rabbia e la tristezza sono emozioni facilmente confuse, che provocano sensazioni fisiche simili ed è importante ricordare che molta parte di ciò che gli adulti esprimono con il pianto, i bambini lo manifestano come scoppi di rabbia.
Di fronte alla rabbia del bambini, inoltre, spesso noi adulti dobbiamo gestire e contenere non solo le loro reazioni ma anche le nostre: le loro intemperanze in noi risvegliano insofferenza, nervosismo, impotenza; in poche parole, risvegliano altra rabbia e un senso di smarrimento. L’importante è non lasciarli mai soli in balia di ciò che sentono, perché i bambini, a differenza degli adulti, hanno meno strumenti per controllare o esprimere in forma adeguata le loro emozioni.

Nella gestione della rabbia infantile, le nostre azioni dovrebbero avere come obiettivo “contenere e comprendere”. Dovremmo mostrare ai bambini che comprendiamo i loro sentimenti e desideriamo trasferire loro modalità espressive più sane e funzionali. Un adulto per esempio potrebbe dire ad un bambino arrabbiato: “Ti faccio vedere come farebbero altri bambini in questa situazione”, ma non è sufficiente comunicare ad un bambino che ha un comportamento inadeguato o dirgli cosa dovrebbe fare in alternativa. Dobbiamo fare da modello, fare esercizi e allenamenti tramite role playing e giochi interattivi. Inoltre dovrebbe essere chiaro ai bambini cosa ci si aspetta da loro e avere costanza e coerenza nelle reazioni e nelle richieste: non si può gridare ad un bambino di calmarsi e non urlare, così come non si possono usare la sculacciate per insegnare a non picchiare gli altri.

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Di fronte ad un bambino arrabbiato, innanzi tutto dobbiamo cercare di mantenere la calma. La cosa da fare è contenere il bambino in un luogo sicuro mentre sfoga la rabbia, senza rimproverarlo o urlargli contro, attendendo con pazienza che si calmi da solo. Vedere che non ci irritiamo aiuta a sdrammatizzare la situazione e lo tranquillizza immediatamente.

Dobbiamo poi avvicinarci a lui perché questo lo rassicura. Inutile, però chiedergli il perché della sua rabbia specie se è molto piccolo: non saprà dircelo. Meglio usare una frase del tipo “so che sei arrabbiato, andiamo in cameretta a calmarci un po’?”.

E poi possiamo mostrare ai bambini che ci sono altri modi per esprimersi; può essere utile dire ad un bambino arrabbiato una frase del tipo: “Quando urli così, la mamma fa più fatica a capire cosa dici, la prossima volta proviamo a non gridare?”. E poi rassicurarlo dicendo: “Vieni qui che la mamma ti dà un bacio…”.
A volte questo è un ottimo modo per calmarli.

Una volta sbollita la rabbia, si può chiedere al bambino cos’è che lo ha turbato a quel punto: “Ora dici perché ti sei arrabbiato in quel modo?”.
Questo lo aiuta a riflettere e a conoscersi meglio, anche se è molto piccolo.

Ci sono degli errori da evitare.
Dobbiamo fare in modo di non arrabbiarci più di lui. Questo è umano ma rischia di ritorcersi contro di noi; mettere in atto una reazione di rabbia dinanzi ad un bambino arrabbiato, vuol dire gettare benzina sul fuoco. Ci si mette sul suo stesso piano perdendo di autorevolezza e si rinfocola la sua aggressività senza aiutarlo.
Non dobbiamo nemmeno soffocare l’emozione di rabbia. Più la reprimiamo, infatti, più l’amplifichiamo e le diamo importanza. Meglio lasciare che la rabbia esca fuori: come tutte le cose umane, anche la rabbia dei bambini ha sempre un inizio, uno sviluppo e una fine.
Non dobbiamo neppure cercare di farlo ragionare. Troppe parole rischiano di non far arrivare al bambino l’unico messaggio importante: “ci sono cose che non si fanno, picchiare i compagni è una di queste. Punto e basta”.
E nemmeno è cosa buona punirlo severamente. così facendo, infatti, l’adulto perde di credibilità e non fa altro che rinforzare i comportamenti che si vogliono sradicare.

Linea dura solo se…Ci sono situazioni nelle quali la rabbia del bambino sfocia in vere e proprie crisi nelle quali rischia di perdere il controllo e di farsi del male. In questi casi la cosa più importante è fare sentire al bambino che, se lui non è capace di tenere a bada ciò che lo fa infuriare, noi sappiamo farlo per lui. Occorrerà intervenire in modo deciso, lasciando i discorsi a quando la tempesta sarà passata. Lo stesso tipo di intervento risulterà efficace anche se abbiamo a che fare con un bambino dalla personalità molto forte, tendenzialmente impulsivo e focoso. In questo caso mantenere una linea coerente e tenergli testa è molto importante.
Quando un bambino è travolto da un impeto d’ira, sente di non riuscire a controllarsi. Il fatto di essere bloccato con fermezza viene da lui interpretato come un segno che ci si preoccupa di lui.E ciò gli offre confini protettivi soprattutto quando diventa fisicamente aggressivo (dà pugni, calci, non riesce a stare fermo).
Se urla o è aggressivo, l’unica cosa che funziona è dargli uno stop fermo con il tono della voce pacato ma inflessibile. Il messaggio è: “Non ci sono spazi di trattativa. Questo non si fa, punto”. Questo lo rassicura, lo aiuta a confrontarsi con la frustrazione e ad accettare l’autorità.

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C’è un albo illustrato che spesso educatori e genitori utilizzano per parlare di rabbia ai bambini piccoli; si tratta dell’amato e odiato “Che rabbia!”, uno dei testi più venduti nelle librerie italiane grazie al tam tam infinito di educatrici, insegnanti e genitori che lo consigliano come strumento di rielaborazione delle emozioni negative dei più piccoli.
In questo albo, alla fine, Roberto, il piccolo protagonista, rinchiude la rabbia in una scatola. Questa azione, a volte riprodotta metaforicamente a scuola dagli stessi insegnanti o a casa dalle famiglie, viene, però, grandemente criticata dai pedagogisti, che non credono nella repressione degli stati d’animo. A questo libro, però si riconoscono altri pregi, primo fra tutti la fiducia riconosciuta ai bambini nel gestire autonomamente, senza l’intervento di un adulto, la paura della propria rabbia.
E’molto importante, anche in queste circostanze, dimostrare fiducia ai bambini…Questo aiuta loro nella crescita e nella gestione delle emozioni, anche quelle più scomode e negative.

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C’è poi un libro molto delicato di Alba Marcoli, la cui lettura consiglio ai genitori che sono spesso alle prese con la rabbia dei loro figli. Attraverso delle favole, la Marcoli ci aiuta a capire che la rabbia infantile cela il più delle volte una situazione di conflitto e di sofferenza psicologica. Quando un genitore si trova di fronte a tali manifestazioni spesso si sente in un tunnel: vede che il piccolo sta male ma non riesce a individuare i reali motivi che si nascondono dietro al disagio e all’angoscia del proprio figlio. La rabbia del bambino e spesso uno strumento per esprimere e comunicare altro, dolore, impotenza, paura dell’abbandono. Emozioni e sensazioni che, se fossero trasmesse con altri canali, potrebbero gettare un ponte tra bambini e adulti. Le favole raccontate nel volume, scaturite da storie reali, offrono importanti spunti per aiutare a comprendere meglio “il bambino arrabbiato”, favorendo lo scioglimento di quei nodi che gli impediscono di crescere in armonia con se stesso e con il mondo che lo circonda.

Concludo con uno spunto di riflessione importante.
Ci sono dei casi in cui la rabbia e l’aggressività sono segno di un disagio ben più profondo, che fatica a emergere in altri modi. Casi in cui le strategie prima elencate non funzionano. Può essere utile allora rivolgersi a professionisti esperti, come lo psicoterapeuta o, nel caso di bambini piccoli, lo psicomotricista.

Come affrontare il “bambino tiranno”?

L’idea di scrivere questo articolo mi è venuta qualche giorno fa. È giunta durante un momento di relax, mentre stavo pensando a tutt’altro che a questioni di pedagogia ed educazione. Si trovano, però, sempre connessioni in ciò che si fa. C’è una struttura che connette ogni cosa, come sosteneva Gregory Bateson, autore che amo molto.

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Stavo leggendo un bel racconto di genere fantasy; ad un certo punto mi sono soffermata su questa frase: L’innocenza non include la pietà, riferita ai bambini che amano giocare con insetti e piccoli animali, staccando loro le zampe e le antenne, mutilandoli delle codine semplicemente per vedere ciò che succede.

Leggendo ho iniziato a riflettere su quanto spesso mi accade di ascoltare da certi genitori affaticati dalle continue richieste dei figli piccoli e, spesso, in difficoltà se è richiesto loro di essere autorevoli. Ogni famiglia con cui sono venuta in contatto nel corso degli anni, o quasi, annovera, infatti, almeno un caso di bambino che definiscono “viziato” e “capriccioso”, una sorta di piccolo principe, che si sente tale e che, almeno agli inizi, gli adulti trattano amorevolmente come tale. Ad un certo momento, però, questo principino mostra di volersi trasformare in un vero despota e comincia per i genitori e una strada che si può dire in salita.

Forte impulsività, scarso affetto per i genitori, poca empatia e motivazione, aggressività incontrollata, capacità di manipolare, insofferenza alle regole e al mancato soddisfacimento dei propri desideri: sono alcune delle caratteristiche di questi bambini, delle quali spesso i genitori si lamentano

Molti pediatri parlano di “sindrome”, “sindrome del bambino tiranno” o “sindrome del bambino imperatore”, che deriverebbe in parte da cause genetiche; studi recenti, però, rivelano che un ruolo importante è giocato dai fattori ambientali e familiari, tra cui una cultura materialista e consumistica, per cui si tende a fornire ai bambini risposte materiali (es ti dò il tablet se la smetti di urlare) e si dà meno spazio a tempo, condivisioni affettive, e un’educazione “approssimativa” e distante, che non accompagna e né sostiene.  I bambini “tiranni” appartengono quasi sempre a famiglie in cui i  genitori sono troppo permissivi o disinteressati ai propri figli oppure, al contrario, iperprotettivi, che, per rendere felice il proprio bambino o per evitare qualsiasi conflitto o problema, non sanno dire di no.

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In questi contesti, ad un certo punto la situazione sfugge di mano e il bambino comincia a sfidare i genitori e, visto che non incontra alcuna opposizione, inizia a sfidare anche il resto degli adulti che gli ruotano intorno. Sente così di avere l’autorità. E, infatti, riesce ad avere il coltello dalla parte del manico perché i genitori gli concedono privilegi smisurati o perché non riescono ad essere coerenti nel momento in cui stabiliscono le norme di comportamento o perché non riescono ad affrontare per tempo e in modo adeguato le prime esigenze e i capricci del bambino.

Come risultato, il piccolo non solo sviluppa un rapporto esigente con i propri genitori, ma pretende addirittura che questi ultimi siano sempre a sua disposizione. Quando non soddisfano i suoi desideri, si arrabbia e può arrivare a minacciarli, insultarli o, in casi estremi, aggredirli fisicamente.

Ci sono dei segnali che annunciano che il bambino sarà un “despota”, segnali che possiamo individuare fin dalla più tenera età: si pensi alle pretese sul cibo o sul riposo.
Questi bambini sono costantemente alla ricerca di piacere, non sviluppano il senso del dovere e non capiscono che a volte bisogna fare dei sacrifici per gli altri. Mostrano, inoltre, poca empatia. Hanno difficoltà a regolare sentimenti ed emozioni, tanto che quando non vengono soddisfatti i loro desideri provano una enorme frustrazione che spesso termina in uno sfogo emotivo. Si impongono sempre con la forza, utilizzando spesso tattiche sofisticate di manipolazione emotiva, dal momento che conoscono benissimo le debolezze dei loro genitori e non hanno scrupoli a utilizzarle a loro favore.

Fin tanto che questi bambini sono piccoli riescono ad avere in pugno i genitori e gli altri adulti di riferimento; con la crescita, però, aumenteranno problemi e difficoltà dal momento che non avranno sempre il mondo ai loro piedi, come accade fin tanto che sono piccoli con i genitori. Pertanto, l’egoismo, la scarsa tolleranza alla frustrazione e le scarse abilità sociali presentano loro un conto molto salato. I bambini coccolati e autoritari non saranno mai bambini felici, neppure da adulti.

E’, quindi, molto importante che i genitori imparino a riconoscere i ricatti morali e a fronteggiare le strategie della piccola “guerra” che il figlio tiranno combatte (e spesso vince) con loro e con i familiari, fino a soggiogarli completamente. Bisogna, quindi, aiutarlo a riconnettersi con la “realtà” senza sottrarlo alle frustrazioni ma educandolo al fatto che anch’esse fanno parte della vita. E’ necessario che i genitori si impadroniscano nuovamente del ruolo di educatori, anche con i conflitti che ciò comporta, non tanto imponendo autorità, ma offrendo ai figli la risorsa dell’autorevolezza.

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Sono molti, per l’esperienza che ho, i genitori che utilizzano una educazione passiva, preoccupandosi più di soddisfare i bisogni materiali dei loro figli piuttosto che trasmettere loro dei valori e delle buone norme di comportamento. Questo stile educativo, che trasforma i bambini nell’asse attorno al quale ruota tutta la famiglia, può dare origine a figli autoritari che non conoscono il rispetto e non sanno quale sia il loro ruolo nelle dinamiche famigliari.

Anche i cambiamenti sociali degli ultimi decenni hanno contribuito a far sì che vi siano sempre più bambini autoritari. Per esempio, la cultura del consumismo e del “tutto va bene” fa sì che alcuni genitori diano maggiore enfasi alle cose materiali. Inoltre, il fatto che le coppie abbiano dei figli in età sempre più avanzata trasforma il piccolo in un “bene prezioso” da coccolare, che non dovrà mai soffrire o essere disciplinato.

Noi pedagogisti possiamo, però, sostenere i genitori e aiutarli a trovare strategie per fronteggiare le difficoltà che possono sorgere quando ci si deve relazionare con bambini che potrebbero avere queste caratteristiche
Innanzi tutto è molto importante prestare attenzione ai primi segnali. Come regola generale, a quattro anni un bambino può già verbalizzare la sua rabbia e a cinque è in grado di controllarla. Se un bambino, giunto a questa età, è ancora aggressivo, fa “capricci” in pubblico e trasforma una giornata in famiglia in un calvario è probabile che stia sviluppando “la Sindrome dell’Imperatore”.

Per aiutare i genitori (e i familiari) a fronteggiarla, è fondamentale che li aiutiamo a comprendere l’importanza di stabilire dei limiti in casa. I limiti e le regole, anche se non è facile darne né accettarne, sono un bene per il bambino, in quanto lo aiutano a dare un ordine logico al suo mondo. Quando il bambino sa esattamente ciò che ci si aspetta da lui può regolare meglio il suo comportamento, sentirsi più sicuro e meno ansioso.
E’ importante, inoltre, che in famiglia si utilizzi uno stile educativo coerente. Entrambi i genitori devono accordarsi in merito a regole e limiti, perché se il bambino nota una discrepanza ne approfitterà. I genitori, necessariamente, devono parlare tra loro dell’educazione del bambino e facciano valere le regole con fermezza e amore.
Devono, poi, far sì che il bambino comprenda che significa mettersi al posto degli altri. Lo sviluppo dell’empatia è fondamentale, perché così i bambini possono capire come si sentono i genitori quando mancano loro di rispetto. Pertanto non ci si deve limitare a punire il bambino per il suo cattivo comportamento, ma lo si deve accompagnare perché possa riflettere su quanto ha fatto e sulle conseguenze, fin da quando è molto piccolo
I bambini imparano osservando i modelli, in primis i loro genitori. Pertanto è fondamentale che questi insegnino loro a gestire le emozioni in modo assertivo, soprattutto la frustrazione, offrendo degli strumenti che permettano di canalizzare queste emozioni negative, piuttosto che lasciare che le scarichino sugli adulti.
Educare un bambino non significa fargli imparare qualcosa che non sapeva, ma trasformarlo in una persona che non esisteva.

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I genitori, prima di avere un figlio, hanno costruito dentro di se un’immagine di “figlio ideale”, il figlio sognato che, abitualmente, ha delle caratteristiche che rispondono alle loro aspettative (e ai loro bisogni). Nel momento in cui un figlio arriva, però, non corrisponde mai a quel figlio desiderato e immaginato. Per questo deve necessariamente attivarsi un processo d’integrazione tra l’ideale e il reale, tra quello che “avrei voluto che tu fossi e quello che sei”. Un processo che dovrebbe portare ben presto a dimenticare quel figlio desiderato, e a focalizzarsi sul bimbo reale per amarlo per quello che è.
Parallelamente, nel momento in cui s’immagina di diventare genitori, si ha dentro di sé una rappresentazione di madre o padre ideali. Immagini costruite a partire dalla propria esperienza (Io sarò come mia madre, che è stata così presente…io non sarò mai come mia madre così ansiosa e apprensiva!…). Rappresentazione frutto dell’integrazione di diverse esperienze di cura, ma anche immagine idealizzata, non reale. Anche per questo genitore sognato deve avvenire un processo d’integrazione: nel momento in cui dobbiamo confrontarci con un figlio in carne ed ossa, che piange, non dorme, non mangia, che è troppo calmo o troppo agitato…ebbene, dobbiamo confrontarci con il genitore che riusciamo a essere con le nostre risorse, ma anche i nostri tanti e inevitabili limiti. Anche in questo caso il processo d’integrazione è fondamentale, altrimenti il rischio è quello di continuare a chiedere a se stessi, e al bambino, di non farci sentire così diversi da quello che pensavamo saremmo stati come genitori.
Infine, ci sono le aspettative nei confronti di un mondo esterno (nonni, amici, scuole…) che, prima di avere un figlio, si immagina accogliente, sempre capace di capire i bisogni miei e dei miei figli, ma, invece, nella realtà diviene talvolta assente e, spesso, giudicante. Allora i nonni, la scuola, gli amici, possono non essere più quelli che c’eravamo immaginati, e anche questo può portare il genitore a essere troppo preoccupato per quello che gli altri potrebbero pensare di lui e a chiedere al figlio che non faccia fare loro “brutta figura”…

I genitori dovrebbero vivere dunque sempre una sorta di disillusione positiva, passando dalla genitorialità ideale a quella reale.
Uno dei passaggi più difficili è quello di accettare la fatica che comporta dare regole e far vivere ai propri figli frustrazioni necessarie a cui essi si oppongono.
I bambini, infatti, per loro natura, non amano sentirsi dire no, non accettano quasi mai di buon grado di essere limitati nei loro desideri e impulsi, dunque di frequente si oppongono, anche con forza e prepotenza, alle indicazioni dei genitori, che, quindi, si possono sentire frustrati e impotenti.

Questi sentimenti possono accentuarsi ulteriormente quando un genitore cerca di mettersi nei panni di proprio figlio. Naturalmente il fatto di entrare in empatia con il proprio bambino, comprendere i suoi sentimenti, non può essere giudicato come un limite. E’, infatti, fondamentale sintonizzarsi con il proprio figlio, ma questo non può essere ciò che impedisce al genitore di perseverare in una posizione di fermezza e coerenza.
Proviamo a fare un esempio:
Paolo ha chiesto insistentemente ai suoi genitori di poter salire sulla giostra, quando l’accordo iniziale era: “oggi andiamo al parco, ma non possiamo andare sulla giostra”. Una volta arrivati al parco è naturale che un bambino, in particolare se piccolo, appena vede la giostra voglia andarci. Potrebbe anche apparire veramente disperato.
Se ci siamo andati ieri, perché oggi no. Domani magari piove e quindi non potremo andarci. C’è il mio amico che lo fa. I soldi so che li hai nel borsellino. Voglio andarci punto e basta! Non mi vuoi bene, perché se mi volessi bene mi faresti andare sulle giostre…
E’ evidente che Paolo sente una forte frustrazione.
Nel momento in cui un genitore si sintonizza con questo sentimento, può avere dei dubbi. Ma in fondo perché no? Domani potrebbe veramente piovere. Perché devo farlo stare così male se i soldi non mi mancano? Perché mai gli ho detto che oggi non si andava sulle giostre? Perché sono venuto al parco? Forse veramente pensa che non lo amo…

Sentire il dolore del proprio figlio, può far vacillare. Ciò che invece può aiutare a mantenere la propria posizione di coerenza sta proprio nella nostra capacità di andare oltre e riconoscere quali sono i bisogni più profondi di nostro figlio, che lui stesso non conosce, ma che noi sappiamo bene.
Un bambino ha bisogno di capire che ci sono dei limiti e di sperimentare la frustrazione. Ha bisogno di imparare a divertirsi al parco in un modo diverso. Ha bisogno di capire che non succederà nulla e che questo è un messaggio d’amore. Ha bisogno di fidarsi di noi imparando che noi sappiamo veramente che cosa è meglio per lui…
La consapevolezza profonda, dunque, del suo bisogno di avere qualcuno che lo contiene e gli consente di fare quello che è meglio per lui dovrebbe muovere le scelte degli adulti. Inoltre se in un primo momento fare ciò che i bambini “comandano” può fare stare bene rispetto al proprio bisogno di sentirsi “buoni” non dando mai frustrazioni ai propri figli, nel tempo renderà i bambini incapaci di affrontare la vita con la forza che è necessaria.

Affrontare il tema della morte con i bambini

Non mi risulta facile scrivere questo articolo perché credo che sia  straziante dover spiegare ad un bambino che una persona a lui cara non c’è più…crea disagio, fa paura. A me in primis.

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La morte e la sua scoperta, però, sono una tappa dello sviluppo dei bambini e vanno affrontate perché essi possano vivere la vita in modo sano; può morire un animale che è loro molto caro, può appassire una pianta, possono vedere un cartone animato in cui muore qualcuno…la morte è presente nella vita dei bambini, non possiamo negarlo e nemmeno nasconderlo.

A tutti i genitori, così come a tutti gli educatori è accaduto, almeno una volta nella vita, di sentirsi chiedere da un bambino: “E’ morto e vuol dire che non lo vedrò più? Sarà per sempre così? Tornerà, vero?”. E’ una domanda che spiazza. Ma non possiamo mentire. In nessun modo.
I bambini hanno le risorse per affrontare la morte ed accettarla; siamo noi adulti che temiamo che, di fronte a un evento tanto doloroso, restino traumatizzati, cadano in uno stato di depressione. E, di conseguenza, cerchiamo, fin quando è possibile, di non affrontare l’argomento…”Il nonno si è addormentato”…”Il nonno ora si trova in un posto bellissimo ma tornerà a trovarti tutte le volte che vorrai”…sono frasi che è facile sentire pronunciare in occasione di un lutto.

Il miglior modo per superare un’esperienza di morte, però, è parlarne, rispondere alle domande, farne, raccontare quello che fa paura, piangere per poi ripartire forti.

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E’ molto importante aiutare i bambini a comunicare e ad elaborare le emozioni che una perdita può provocare. I bambini piccoli credono che una persona a cui hanno voluto bene, anche se è morta, possa vederli, sentirli, annusarli, che si muova; è difficile per loro pensare che una persona cara che è morta non esista più, non si possa toccare, vedere, non abbia più un cervello con cui pensarli. E’ un tipo di consapevolezza che può dare molto dolore. I bambini piccoli rimangono spesso affascinati se vedono il corpo morto di un insetto, di una lucertola…può essere, allora, l’occasione per spiegare loro il concetto di corpo che non funziona più e quello di morte. Un’occasione lieve ma che può aiutare noi adulti più di quanto immaginiamo.

Proteggere un bambino dalla verità che un nonno o un genitore sta morendo significa di privarlo del poco tempo che gli rimane per separarsi da lui, per dirgli tutto ciò che, a modo suo, ha bisogno di dire. Questi ultimi scambi sono fondamentali per facilitare il successivo processo di elaborazione del lutto e restano tra i ricordi del bambino, come un tesoro. Richiamare alla memoria quelle ultime conversazioni piene di amore attiverà in lui il rilascio di oppiacei nel cervello, come quando il genitore era ancora con lui.

Succede spesso che i bambini parlino della possibilità di ricongiungersi alla persona scomparsa…Non è raro sentire un bambino che ha perso un genitore dire: “Vorrei morire, per poter stare con il mio papà…”. Il fatto che un bambino possa desiderare di morire per ricongiungersi al genitore che non c’è più può risultare scioccante per noi adulti, ma è importante non dimenticare che questa è solo una fantasia e non corrisponde a un pericolo reale (ad esempio che il bambino si uccida)…E’ bene, sempre e comunque, lasciare che il bambino verbalizzi quello che sente in un momento tanto tragico.
E’ inutile pensare di doverlo proteggere in ogni modo dal dolore; se l’altro genitore ha bisogno di esprimerlo questo dolore, lo faccia! Perché se lo cela, è facile che il bambino lo percepisca comunque e pensi che non vi sia spazio per il proprio dolore; il genitore deve permettersi di parlare del dolore, del proprio dolore, perché così facendo si mostra abbastanza forte da poter affrontare il tema della morte e, quindi, abbastanza forte da poter proteggere il bambino. Se il gioco si capovolge e il genitore cerca di proteggere il bambino non parlandogli della persona che è morta, in realtà sta solo proteggendo se stesso. Parlare della perdita non è mai fonte di inibizione del processo di elaborazione del lutto da parte del bambino, né costituisce un freno.

Intendiamoci…non è un problema che un genitore si senta a disagio, anche intenso, davanti alla sofferenza del suo bambino…è solo che preferirebbe non provarlo. Se, però, non si accettano le emozioni che una perdita può creare in un bambino e facciamo finta che vada comunque tutto bene, finiamo per non ascoltarlo, finiamo per non comprendere queste emozioni e può accadere che per farlo si senta sbagliato. Se il bambino è inibito nella sue emozioni, se non le sente come autorizzate e legittime, la conseguenza è che lui stesso imparerà a inibirle, a colpevolizzarsi per quello che prova, a sforzarsi di sostituire le emozioni autentiche con quelle autorizzate.

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I bambini, quando scoprono la morte, un po’ ne sono incuriositi e un po’ ne sono spaventati. Gli adulti, spesso, hanno l’illusione che non capiscano o che, se evitano di parlarne, non si pongano certe domande a cui, poi, è molto difficile rispondere. I bambini, come hanno dimostrato gli studi di J. Bowlby sulle reazioni alla perdita, soffrono e vivono il lutto in modo non molto diverso dagli adulti, anche se cambia la manifestazione esterna della sofferenza. Questa illusione è alimentata da fatto che i bambini piccoli non hanno le capacità cognitive per cogliere concetti complessi come la non reversibilità; inoltre i bambini, spesso, in caso di morte di una persona cara non piangono né parlano e questo può far pensare al fatto che non soffrano; in realtà, molto più semplicemente, elaborano il lutto in maniera diversa. Hanno bisogno di concretizzare concetti come l’irreversibilità ed è facile che accada che solo quando non vedranno la persona scomparsa non presentarsi ad appuntamenti importanti (come per esempio il loro compleanno) capiscano che non tornerà mai più.

La soluzione, però, non è non parlare della morte. Perché non è un modo per proteggere i bambini. Se non si parla loro della morte, li si costringe a farsi da soli un’idea su questo tema. Non rispondere alle domande sulla morte, vuol dire lasciare spazio all’immaginazione dei bambini e, quindi, anche alle paure più terribili. Può crearsi, così, un “effetto nuvola nera” (c’è qualcosa di talmente brutto che non si può sapere esattamente di cosa si tratta). E’ importante rispondere con sincerità a tutte le domande che fanno e parlare in maniera chiara e non evasiva, senza usare concetti che li possano confondere, come “è andato via”o “è partito”, dal momento che faticano a capire l’irreversibilità, cioè cosa significa che chi è morto non tornerà più.

Può essere d’aiuto far percepire che il rapporto con la persona morta continua in qualche forma, perché può rendere la separazione meno drammatica e più comprensibile per un bambino che non riesce a rappresentarsi il concetto di irreversibilità. Possono essere di aiuto le storie e le favole, anche inventate ad hoc. Si può dire, per esempio, che il genitore scomparso vive piccolo piccolo nel cuore del bambino e che gli dà un bacio tutte le notti mentre dorme; questo po’ essere un modo per dirgli che il genitore che non c’è più in qualche modo rimane con lui e, quindi, facilitare l’accettazione della morte. Anche portare il bambino al cimitero può aiutare a spiegare e a dare continuità al rapporto.

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Termino citando un libro tenero…delicato…che a volte può essere di aiuto…
E’ un libro di Roberto Parmeggiani, dal titolo “La nonna addormentata”, in cui l’autore ci conduce con incredibile tatto attraverso i suoi ricordi di bambino, raccontandoci la lenta scomparsa di sua nonna. Addormentata a lungo per via di una malattia, un bel giorno la nonna viene svegliata dal bacio di un principe che la porta via con sé. Tornerà ad essere spensierata e felice e a fare tutte quelle cose che le piacevano tanto e che per lungo tempo non aveva più potuto compiere.
E’ presente la metafora del viaggio, ma resta tale e non si trasforma in bugia, perché al lettore bambino è molto chiaro il concetto di distacco materiale dall’amata nonna, senza che si senta da lei abbandonato o trascurato. Il protagonista della storia, infatti, è molto lieto che la sua nonna non sia più costretta a stare a letto per tutto il tempo e possa invece godersi nuovamente la felicità. E la circostanza di averla salutata ogni giorno per settimane lo rassicura sulla persistenza del rapporto affettivo tra loro nonostante la lontananza.
Leggetelo insieme al vostro bambino se siete nella circostanza di dover parlare con lui della morte di un nonno…Vi aiuterà.