E quando torneremo ad abitare i nostri servizi…

Ad oggi ci hanno detto che le scuole resteranno chiuse fino al 3 di aprile e, per la verità, non abbiamo la certezza che quel giorno potremo tornare nel nostro nido, nella nostra scuola dell’infanzia…Anche se noi quella certezza vogliamo averla, vogliamo credere fortemente che i nostri servizi possano riaprire presto.

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Noi umani viviamo un tempo ordinario in cui sono scandite le nostre azioni abituali della giornata, della settimana, del mese e persino dell’anno. E ora siamo disorientati. Anche i bambini vivono il loro tempo ordinario, fatto di azioni che si susseguono cronologicamente: svegliarsi, fare colazione, andare a scuola, andare in piscina,…In questo momento loro avvertono un sentimento particolare: la perdita del tempo ordinario! Oltretutto il tempo straordinario di questi giorni è diverso da quello delle vacanze, pieno di giochi, di divertimenti, di aggregazioni gioiose anche fra adulti. Quello di oggi è un tempo nuovo e non sempre comprensibile.
Dobbiamo imparare ed insegnare ai bambini a gestire bene questo tempo che rischia di diventare troppo pieno o troppo vuoto, troppo leggero o troppo pesante.
E’ molto importante, in primo luogo, che passiamo ai nostri bambini la convinzione che arriveranno di tempi migliori, li stiamo attendendo, e la fiducia nella nostra capacità di saper affrontare le sventure della vita, la speranza che possiamo tornare alla vita di prima molto presto.

Im questi giorni lenti e lunghi, noi che lavoriamo nei nidi e nelle scuole dell’infanzia, prepariamo tanti video da mandare ai bambini; li salutiamo, mandiamo baci che schioccano. Diciamo loro che ci mancano, tanto, anche se non possiamo abbracciarli, toccarli, vederli. Qualcuna di noi legge i libri che i bambini amano di più…l’ho fatto anche io…qualcun’altra canta le canzoni che si cantano con i bambini, qualcun’altra suggerisce giochi da fare tutti insieme, nello spazio ristretto della casa. E’ un lavoro prezioso…restituiamo volti e voci familiari ai bambini che dalle aule colorate delle scuole si ritrovano chiusi in casa in questi giorni di emergenza. In questo modo si tenta di non perdere il filo rosso della relazione. E è un modo per accorciare le distanze e rendere questa situazione più gestibile per i bambini e aiutarli ad affrontare questo cambiamento così forte. Dobbiamo impegnarci per dare continuità alla relazione educativa con le famiglie e con i bambini; per farlo, oggi, abbiamo le tecnologie, grazie a cui possiamo mantenere uno spazio minimo, ma fondamentale, di socializzazione. E continuare a sostenere, a distanza, le “nostre” famiglie.
Senza, però, dimenticare che, a distanza, mancano gli sguardi, ed è una mancanza pazzesca, le risate risate, i pianti e anche…le sacrosante incavolature.
Usiamo pure la tecnologia, ma al meglio…Gli inventori delle relazioni siamo sempre noi, la reciprocità è tale che quando manca, non si può fare proprio nulla se non insistere affinché ci sia, senza cedere.

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E che succederà quando potremo tornare a ripopolare i “nostri” servizi? Come potremo accogliere i bambini e le famiglie dopo una chiusura tanto lunga? E che accadrà dopochè tutti avremo vissuto un periodo certamente non facile?
La prima cosa che dobbiamo tenere bene a mente è che il giorno in cui il nido, la scuola dell’infanzia, riapriranno le porte non ci saranno consegnati solo i bambini, ma anche un mondo di emozioni…Riaccoglieremo i bambini che hanno vissuto un tempo di destabilizzazione a causa della mancanza delle solite routines, bambini che hanno visto genitori impauriti e forse qualche parente ammalarsi, bambini che, troppo spesso, hanno sentito parlare di morte. E, insieme a loro, riaccoglieremo madri, padri, nonni, zii che hanno dovuto far fronte, in solitudine per lo più, all’ansia e al panico, che hanno avuto forte bisogno di sostegno che, forse, non è mai arrivato, che hanno passato tanti giorni in casa in una condizione se non di clausura, di relativo isolamento.

E come li accoglieremo? Come sarà il nostro primo abbraccio?
La sospensione delle attività nei servizi educativi e la loro chiusura al pubblico si è rivelata negativa per lo sconvolgimento della vita familiare dei genitori lavoratori e, anche se in alcune realtà si sono avviate modalità per mantenere le relazioni, come dicevo prima, manca la corporeità, il contatto e la dimensione socializzante del gruppo di bambini. La tecnologia ci è utile, ma è pur sempre una soluzione di emergenza, e, per quanto ci sforziamo, restare connessi in questo modo, non è come se potessimo toccarci, parlarci a venti centimetri di distanza. Il contatto diretto è insostituibile. Mai come oggi ci rendiamo conto di quanto i servizi educativi, i nidi, le scuole dell’infanzia, non siano luoghi di custodia, bensì luoghi di educazione.

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E…allora…che accadrà il giorno della riapertura? Forse qualche famiglia ce la saremo persa, questo è da mettere in conto. La relazione con le famiglie è qualcosa di molto complesso, si costruisce nel tempo, un giorno dopo l’altro. E’ possibile che con qualcuno, per tanti motivi, non siamo riuscite a costruire un legame forte e, allora, li avremo persi. Tante altre famiglie, però, torneranno, torneremo a dialogare e a occuparci, insieme, della co-educazione dei bambini.

Qualcuno dei miei conoscenti o amici che ha bambini che frequentano il nido mi ha chiesto se sarà necessario ripetere l’ambientamento. Molti, in verità, sono un po’ spaventati da questa eventualità perché è probabile che quando le aziende riapriranno ci sarà molto da fare e non sarà semplice avere un periodo di ferie per riambientare i bambini al nido o alla scuola dell’infanzia.
Io credo di no. Non dovremo prevedere un ri-ambientamento. Tutto questo è accaduto in un momento dell’anno in cui gli educatori conoscevano già piuttosto bene i bambini, in cui i genitori avevano già acquisito fiducia nel servizio e in cui i bambini erano già padroni di spazi, tempi e routine…Ci sarà, probabilmente, bisogno di qualche giorno per riassestarsi, un po’ come dopo il rientro dalle vacanze estive, ma direi che nessun servizio proporrà lunghi tempi di rientro. Le relazioni già consolidate difficilmente sfumano.

Dovremo, certamente, essere molto flessibili. Molto più di quanto già lo siamo. Se i genitori, i nonni, gli zii,…avranno bisogno di tempi più lunghi nei momenti dell’accoglienza o del ricongiungimento dovremo concederli. Dovremo attrezzarci per farlo. E’ molto probabile che i genitori avranno bisogno di una parola in più…la situazione di oggi lascerà dei segni, anche profondi, e noi educatori dovremo essere pronti ad accogliere tutta la fatica vissuta, anche modificando qualcuna delle nostre modalità.

Prima della riapertura le équipe educative dovranno certamente riunirsi. Intanto per avere la possibilità di godere anch’esse di uno spazio e di un tempo per mettere sul piatto le fatiche attraversate…perchè anche noi che cerchiamo di essere sempre sorridenti, di trasmettere gioia e serenità, viviamo dei momenti di difficoltà. E poi per decidere tutti insieme come riaprire le porte del nostro servizio.
E dovremo pensare anche al personale ausiliario che, in molti casi, è rimasto a presidiare il servizio, a prendersi cura degli spazi disabitati. Dovremo coinvolgere anche le nostre ausiliarie nel momento della riapertura.

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E dovremo preparare le famiglie al rientro. Potremo mandare qualche messaggio, chiamarle una per una…per salutarle dal vivo e dire loro che le aspettiamo con gioia. Dobbiamo far sentire loro che le stiamo aspettando. Stiamo aspettando i bambini, le mamme, i papà, i nonni, tutti. E’ giusto che le famiglie sappiano quello che accadrà, come abbiamo pensato di riaccoglierle. E che sappiano che cosa abbiamo fatto in questo lungo periodo di lontananza.

E quando i bambini varcheranno di nuovo la soglia delle sezioni, dovremo salutarli uno per uno…ad ognuno dovremo dedicare una parola speciale. Dovremo mandare a ciascuno di loro questo messaggio: “Ti aspettavo! Sono felice che tu sia tornato. Ti ho pensato tanto in questi giorni in cui non ci siamo visti.” E’ nostro dovere parlare ai bambini e cercare di spiegare come ci siamo sentite durante la chiusura dei servizi. Perché, come ho spesso sostenuto, i bambini sono competenti. E comprendono bene parole e stati d’animo.

Condizione imprescindibile perché ci sia cura, ci sia educazione è la partecipazione consapevole di chi educa alla relazione. Non sarà una passeggiata il nostro rientro, questo no…Ma abbiamo bisogno di sapere che torneremo e i bambini e le loro famiglie hanno bisogno di sapere che speriamo che #andratuttobene.

Giocare con la sabbia al nido

L’idea di scrivere questo articolo mi è venuta in seguito ad avere seguito un webinar (una formazione on line che tanto ci aiuta in tempi di coronavirus, quando non è possibile incontrare altre persone) tenuto da Antonio di Pietro, noto pedagogista ludico.
L’idea nasce, inoltre, da una formazione che ho fatto un anno fa, con Paola, un’amica che si è occupata per tanto tempo di materiale destrutturato, molto prima che diventasse tanto di moda.

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Il gioco con la sabbia, oltre ad essere decisamente piacevole e rilassante, soprattutto se la si lascia intiepidire al sole, è fondamentale per lo sviluppo sensoriale dei più piccoli; i benefici che arreca sono davvero tantissimi. La consistenza particolare della sabbia e la manualità che il bambino sviluppa quando ci gioca, ne stimola l’immaginazione, grazie al processo decisionale che li spingerà a decidere cosa creare e come farlo. Questa attività promuove, inoltre, la calma e la concentrazione.
Il toccare, sviluppare il senso del tatto, ha implicazioni positive nella crescita e nello sviluppo delle capacità motorie dei bambini; giocando con la sabbia, i bambini sviluppano la motricità, ad esempio, con il tocco e i tentativi di raccogliere i piccoli granelli. Questa capacità migliora anche attraverso il movimento libero e attività come correre o saltare.
Un altro apprendimento molto interessante che si sviluppa grazie al gioco con la sabbia è l’acquisizione di concetti opposti come “pieno” e “vuoto”, “leggero” e “pesante”, “asciutto” e “bagnato”, “caldo” e “freddo”, specialmente quando proponiamo attività con forme, contenitori e palette.
Giocare con questo elemento naturale, inoltre, è benefico per i bambini molto attivi, in quanto ha un effetto calmante su di loro e li aiuta a concentrarsi, a tranquillizzarsi e a condividere.
Oltre a stimolare la memoria e la creatività dei bambini, poi, questo gioco sviluppa anche la nozione di pianificazione e progettazione di strategie appropriate, perché sono loro che decidono cosa verrà creato e come creeranno.

La sabbia, inoltre, ha anche proprietà terapeutiche, come ci ricorda la SandPlay Therapy, una tecnica della psicologia analitica che si basa sulla libera espressione della fantasia e creatività individuale e che può essere utilizzata con bambini, ma anche adolescenti e adulti. Il paziente, scegliendo tra una moltitudine di piccoli oggetti che ha a disposizione, può creare all’interno di una cassetta contenente della sabbia, una sorta di quadro.

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Noi che lavoriamo nei servizi dell’infanzia, possiamo proporre i giochi con la sabbia rifacendoci alla proposta ludico-educativa di Ute Strub, fisoterapista tedesca, che in seguito alla sua collaborazione con la pedagogista Emmi PIkler ha aperto a Berlino negli anni ’60 del secolo scorso lo Strandgut, spazio gioco dotato di due stanze: quella della sabbia e quella della paglia. Strandgut fu pensato per consentire alle persone di giocare in libertà ed è stato ed è tuttora frequentato prevalentemente da bambini e bambine, ma nacque con l’idea di offrire un buon ambiente per giocare a persone adulte e anziane. E’ un ambiente che promuove significative esperienza di crescita e riequilibiro dei vissuti, attraverso condizioni ambientali e opportunità che agiscono valorizzando i saperi, quelli in atto e quelli potenziali.
Lo spazio e i materiali selezionati pongono in essere le condizioni affinchè lo sviluppo motorio, emozionale, cognitivo procedano insieme secondo natura, facendo fare a bambini e adulti esperienze che procurano loro piacere e soddisfazione.

Come possiamo ricreare Strandgut in uno dei nostri servizi? Se abbiamo, nel nido, uno spazio poco utilizzato (anche una piccola stanza), uno spazio che non ci convince, non ci soddisfa perché ci sembra che non risponda alle esigenze dei bambini, possiamo pensare di ri-costruirlo come “stanza della sabbia”

Occorre, in primo luogo, che lo svuotiamo del tutto. E, una volta che lo spazio è libero, va lasciato respirare.
Nel frattempo, possiamo cercare quello che ci servirà per allestirlo.
Un regola può essere quella di non portare in questo spazio nessun elemento di plastica e nessun ornamento alle pareti, se non qualche piccolo rimando alla sabbia.
Come materiale per i giochi, si possono utilizzare grandi ceste, vecchi cassetti, vassoi di legno, vecchie pentole, scolapasta in acciaio, mestoli e schiumarole, scatole di latta e cucchiai di legno ma anche ciotole di ceramica, conchiglie, grossi sassi. Occorrono, inoltre delle coperte di un solo colore, meglio se tenue (azzurro, giallo chiaro, avorio…).
Completano l’arredamento della sala un piccolo scaffale appoggiato alla parete, che contenga pochi e selezionati oggetti e una poltroncina di vimini per l’adulto. Si può anche aggiungere un tavolo basso e posizionarvi sopra una cesta con la sabbia.

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Quando decideremo di giocare con i bambini, dovremo pulire accuratamente il pavimento e poi entrarvi senza le scarpe; una volta entrati, stenderemo a terra delle coperte per creare delle postazioni di gioco. Sistemeremo i teli nelle ceste e le riempiremo di sabbia, poi posizioneremo gli oggetti selezionati nelle diverse postazioni, cercando di metterli insieme in modo che siano armoniosi alla vista.
Se dopo aver sistemato gli oggetti sulle coperte non ci piace come abbiamo sistemato, se non ci soddisfa, proviamo altre soluzioni. Dobbiamo creare un ambiente bello e soddisfacente. Una volta creato l’ambiente che ci piace, possiamo fotografarlo, perché in questo modo potremo riproporlo facilmente.

E se non abbiamo una stanza inutilizzata? Posiamo organizzare uno spazio protetto all’aperto…

Ci accorgeremo di quanto questo spazio è piacevole e rilassante; ci accorgeremo, inoltre, che questi giochi hanno un “finale aperto”, non c’è un modo giusto o sbagliato di giocare, non importa l’abilità o il livello cognitivo del bambino, non c’è un traguardo specifico da raggiungere o un prodotto da creare. E’ il bambino che determina la direzione ed il percorso del proprio gioco, in base al suo interesse.
E ci servirà per promuove lo sviluppo motorio, percettivo e cognitivo: i bimbi sollevano, scavano, seppelliscono, versano, camminano sulla sabbia, ne percepiscono le varie caratteristiche sensoriali e, grazie agli strumenti che sono a loro disposizione, possono scoprire nessi di causa-effetto e il comportamento dei materiali sotto l’azione trasformativa delle proprie mani. Se poi la sabbia viene bagnata, essi hanno la possibilità di sperimentare il proprio corpo in modi ancora diversi e di ampliare ulteriormente il loro orizzonte conoscitivo.

Termino ricordando un’esperienza che ho avuto la fortuna di vivere io stessa, nel corso di una formazione.
Lo spazio era stato allestito per poter giocare con la sabbia e lo abbiamo fatto per un tempo abbastanza lungo, proprio per godercela tra le nostre mani.
In seguito abbiamo fatto un cerchio ed abbiamo raccontato l’esperienza appena conclusa. Io ricordo di aver usato le parole “rilassamento” e “ricordo d’infanzia”. e di aver provato molto piacere nel toccare la sabbia e ripetere i gesti.

Lo scopo dell’incontro di formazione era proporre esercizi di sguardo per raccogliere informazioni su postura, gesti, tempi, interazioni e utilizzo dei materiali, durante l’immersione in una piacevole esperienza di gioco. Ho raccontato alle colleghe di aver affondato le mani, sollevato in alto, travasato, lasciato tracce, respirato, ruotato tra le mani.

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E come avevo utilizzato gli oggetti? Per setacciare, far scorrere, raccogliere, svuotare\riempire, lasciare tracce.

E’ stato un momento di grande rilassatezza, in cui mi sono lasciata andare a pensieri piacevoli e condivisioni. Un momento che ho voluto tenere ben impresso nella memoria per potere, un giorno, in qualche modo riproporre ai bambini dei servizi in cui lavoro.

 

#andràtutto bene…

sabato 14 marzo 2020

Sono ormai tre settimane che la mia Regione, la Lombardia, è piombata in uno stato che in cui mai avrei immaginato di trovarmi. Le strette di mano sono proibite, come pure gli abbracci e i baci, benché, come è dimostrato, in tempi non sospetti facciano benissimo. Nei luoghi pubblici, se sei costretto ad uscire, è doveroso rispettare una certa lontananza, un metro o  più l’uno dall’altro. Ci salutiamo, da lontano, con le mani che sanno di alcol. La vita social che ci fa un po’ di orrore e che da tempo cerchiamo di combattere ha sorpassato la vita sociale e di gran lunga. Ci aiuta a trascorrere un po’ meno soli queste giornate in cui si deve restare in casa. Le lezioni, gli incontri di formazione e aggiornamento, le riunioni di lavoro non sono più dal vivo ma in collegamento. Abbiamo smesso di incontrare le persone, di toccarle, sentire il loro odore di uomo, ma chattiamo; facciamo smartworking e non andiamo in ufficio; videochiamiamo parenti ed amici anche se abitano poco distanti e non andiamo a casa loro. Chi può, prende le ferie…salteranno le vacanze estive? Forse, ma ci penseremo a primavera inoltrata.

E’ ora in stand by la possibilità di ognuno di noi di vivere incontri autentici ed arricchenti. Benché sia, questo, diritto di ogni essere umano. Perché è attraverso gli incontri che sviluppiamo la nostra identità, in quanto la costruiamo attraverso le relazioni di valore. Vivere genuine relazioni interpersonali significa coltivare la propria disponibilità emotiva, l’apertura, la flessibilità e il senso del gruppo, dimensioni attraverso le quali la vita affettiva, sociale e professionale si può svolgere in maniera adeguata.

Il fatto di non avere la possibilità  di vedere, sfiorare, toccare altri corpi, ci impedisce di vivere il nostro come dimensione relazionale. Condizione di tale dimensione, infatti, è la disponibilità emotiva, da intendersi come apertura alla presenza dell’altro nella nostra sfera. Tale dimensione, inoltre, è facilitata dalla vita di gruppo.

Ai tempi del coronavirus tutto questo viene meno. Quello che possiamo…anzi…dobbiamo fare è non dimenticarlo. E’ doveroso attenersi alle disposizioni e limitare le occasioni di aggregazione, ma non dimentichiamo la vita sociale che facevamo in tempi non sospetti. Perché, sono certa, torneremo a farla. Torneremo alla nostra normalità. Non so quando accadrà. So solo che accadrà. Teniamoci vivi con i ricordi di ieri. In attesa di vivere di nuovo il nostro presente con gioia e pienezza.

Io sono pedagogista ed educatrice. Svolgo buona parte del mio lavoro con i bambini. E così le mie dodici colleghe. E le tante, tantissime colleghe, che sono impiegate nei servizi per l’infanzia che, da ormai tre settimane, non sono più attraversati dai bambini e dalle loro famiglie. E chissà quando torneranno ad esserlo.

Tante persone mi scrivono o mi chiamano e mi chiedono di aiutarle a passare questo tempo con i loro bambini. Ci troviamo a vivere, da un momento all’altro, una nuova realtà a cui nessuno ci ha preparato. Incrociamo gli altri senza poter entrare in relazione con loro; è come se, perennemente, vivessimo in un non-luogo. Se abbiamo la necessità di uscire di casa, oggi abbiamo bisogno di un’autocertificazione…Fino a qualche giorno fa gli uomini avevano un’anima e un corpo, oggi hanno bisogno anche di qualcosa che dimostri che non era possibile per loro restare in casa come ordinato, altrimenti non vengono trattati da esseri umani. Troviamo faticosamente la nostra identità solo nello spazio delle mura domestiche, ormai.

Dobbiamo re-inventare le relazioni in un momento in cui ci dicono di non averne perché dobbiamo preservare la salute di chi è più debole e non far collassare il nostro sistema sanitario. E’ giusto questo, ma dobbiamo necessariamente inventarci un modo per essere in relazione.

A differenza di quanto accadeva nel passato, oggi i genitori cercano ossessivamente di riempire la vita dei figli con esperienze divertenti e positive, aspirando per loro conto al raggiungimento di un livello di felicità estremo, di evidente rassicurazione per le famiglie così tanto impegnate nella routine quotidiana.
La vita, però, non è mai un crocevia di soddisfazione, gioia e divertimento. Le difficoltà, i dolori, i momenti di tristezza esistono ed assumono un ruolo chiave nello sviluppo evolutivo di un bambino. Un ruolo che non dovrebbe essere paralizzato dai continui tentativi genitoriali di trasformare l’esistenza dei figli in una sorta di luna park infinito.
E, ai tempi del coronavirus questo deve essere molto più chiaro di quanto non lo sia mai stato prima.

Cosa mi sento di dire ai genitori che sono in casa con i loro figli e che cercano, nello stesso tempo, di tenere in piedi la vita professionale?
Spesso, facciamo vivere ai nostri bambini esperienze nel fuori. Gli esperti di Outdoor education ci dicono che ognuno, anche i più piccoli, nei propri modi e tempi, può avviare un lavoro individuale di osservazione, di raccolta e di scoperta con il materiale che la natura offre. La natura offre possibilità di crescita , sviluppo ed esperienza.

Oggi, però, dobbiamo affrettarci ad imparare a fare esperienze con i nostri bambini nel dentro. Dobbiamo cercare di guardare le cose da una prospettiva differente e cercare di offrire ai nostri bambini possibilità di nutrimento in una situazione che per loro è certamente più faticosa che per noi adulti.

Noi educatrici, abituate a leggere con i bambini al nido, possiamo lanciare ai genitori dei consigli per delle letture, oppure, se ce la sentiamo, possiamo farci riprendere mentre leggiamo uno o più libri che sappiamo che i bambini amano e far avere i video alle famiglie. Può essere un modo per aiutare i bambini a trascorrere un po’ di tempo in serenità e perché possano vederci e mantenere un piccolo legame con il nido o la scuola dell’infanzia. E un modo perché le famiglie percepiscano e sentano che educatrici e insegnanti non li lasciano soli in questi tempi difficilissimi. Si può tentare di costruire una comunità educante pronta ad assumersi per tutti i giorni in cui durerà questa inaspettata “quarantena” responsabilità ed iniziative educative. Una comunità che si nutrirà di interrelazioni, di scambi, di reciprocità, in modo diverso da come si è sempre fatto fino ad ora.

E’ il tempo in cui la tecnologia può trarci in salvo, anche se questo ci indurrà a mettere in stand by i progetti educativi a cui stavamo lavorando. Gli esperti ci dicono che le tecnologie, sempre più accessibili ed economiche, permettono di fare cose impensabili, ma, hanno portato problematiche non previste per i più giovani (abuso, adescamento online, sexting, cyberbullismo,…). E dicono che noi adulti dobbiamo  svolgere un ruolo di tutori, consentendo ai ragazzi di esplorare, ma nel rispetto delle specificità dell’età.

E noi educatrici e pedagogiste? Possiamo usare i nostri cellulari e i nostri tablet per regalare un pezzetto di noi alle famiglie. E regalare un po’ di intrattenimento. Farli stare un po’ con noi dopo tanto che non ci si vede. Facciamo regali in attesa che venga il tempo in cui potremo abbracciarci, coccolarci, stare insieme. Possiamo, in questo modo, creare un mondo di “ricordi condivisi”. Dai nostri video ne possono nascere altri che fanno le famiglie per mostrarci che fanno i loro bambini in questo tempo tanto insolito anche per loro. Ricordi condivisi per il giorno in cui ci rivedremo.

Noi educatrici del nido “il girotondo” di Bresso (MI) lo abbiamo già fatto…Con l’animo gonfio di emozione abbiamo mandato dei messaggi ai bambini e ai genitori del nostro nido. Abbiamo avuto un po’ di tempo per rinnovare gli spazi e rendere più belli e più accoglienti e desideravamo che lo sapessero. Abbiamo paura anche noi come tutti loro, ma sappiamo che nei bambini funziona molto la sintonizzazione emotiva con ciò che sentono, pertanto abbiamo voluto rassicurare le famiglie, perché se i bambini stanno in un mondo dove c’è solo paura la loro crescita si blocca. Le abbiamo volte rassicurare: ci rivedremo alla fine di questo brutto momento e torneremo a fare tutto quello che facevamo prima. Meglio di prima e con più voglia di fare.

Tutti noi, di fronte a questo virus, abbiamo tante domande: «Perché? Quanto dura? Come si fa a sconfiggerlo? Come posso essere certo di non averlo preso?». Siamo tutti come bambini. Come loro non abbiamo nessuna risposta.  Le stanno trovando gli scienziati e i ricercatori che lavorano senza tregua. Possiamo però diventare responsabili. Per un po’ ci sarà una sorta di coprifuoco, non ci potremo incontrare. E dobbiamo, noi adulti, capire che questa è, oggi, l’educazione che dobbiamo dare ai nostri bambini e che serve al mondo. Di cui dobbiamo essere protagonisti.

Grazie alla diffusione delle linee aeree a basso costo, noi genitori abbiamo portato in giro per il mondo i nostri figli fin da piccolissimi. Abbiamo fatto sì che il mondo fosse la loro casa. Lo abbiamo continuato a fare anche quando i terroristi volevano convincerci del contrario. Volevano farci chiudere nelle case e impaurirci in seguito ai loro attacchi omicidi. Non ci siamo piegati e abbiamo continuato a spingere nel fuori i nostri figli, a dire loro di andare, di non fermarsi. Niente avrebbe dovuto piegare il diritto alla libertà.

Oggi diciamo l’esatto contrario. Chiediamo di rimanere in casa. Di essere lenti. Di riappropriarci del noi nel dentro, con ritmi diversi. In attesa che passi la paura.

Giochi da maschi e giochi da femmine. Esiste una differenza tra essi?

Esistono i giochi da femmine? E i giochi da maschi?

Ho chiesto a mia figlia Margherita, 9 anni, se secondo lei esiste una differenza tra i giochi e se le femmine ne possono fare solo alcuni e i maschi altri; lei, con un po’ di titubanza, mi ha risposto “forse no!” perché ama giocare a calcio nel giardino della scuola e non le importa se è l’unica femmina tra tanti maschi. Ha anche aggiunto che agli scacchi ci giocano i maschi e le femmine, così come a Cluedo o a Trivial. Ho fatto la stessa domanda a mio figlio Francesco, 11 anni, e lui ha dato la medesima risposta della sorella: non esistono giochi solo per i maschi o giochi solo per le femmine…sullo Skate ci vanno i maschi e pure le femmine…alla Play ci giocano tutti, maschi e femmine. Ma ci ha pensato un po’ prima di rispondere.

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Abbiamo cercato di educare i nostri figli alla parità di genere e, insieme alle mie colleghe, cerchiamo di educare ad essa i bambini (e i genitori) che frequentano il nostro nido, ma è innegabile che gli stereotipi legati a ciò che possono fare o non fare bambini e bambine sono radicati molto in profondità in tutta la società e forse anche in noi stesse. Basta sfogliare un catalogo di giocattoli per rendercene conto. E, del resto, siamo invasi da scaffali di giochi da femmine, rigorosamente rosa, che propongono bambole, cucine, braccialetti e ferri da stiro e scaffali separati di giochi da maschio con costruzioni, trattori e pistole finte.

Tempo fa sull’argomento, è stato realizzato uno studio realizzato da Coface, network di associazioni europee che rappresenta gli interessi di tutte le famiglie in Europa (e presso il Parlamento Europeo), coordinato dalla ricercatrice italiana Paola Panzeri.
Gli studiosi hanno raccolto i cataloghi di giocattoli di 9 diversi paesi e li hanno analizzati lungo l’arco di un anno. Più di un terzo dei cataloghi era diviso in sezioni “per maschi” e “per femmine”. Alcuni non avevano questa divisione formale ma le sezioni e i giocattoli per maschio/femmina erano facilmente individuabili con il colore delle pagine (rosa e colori pastello per le bambine, colori più scuri e marcati per i bambini).
In questi cataloghi risulta particolarmente interessante la sezione dei costumi e maschere: la sezione per maschi presenta costumi per supereroi, personaggi di film e cartoni animati e professioni, come dottore, pompiere, poliziotto; la sezione per femmine, invece, presenta un numero ridotto di personaggi dei cartoni e professioni e un altissimo numero di principesse.

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Chi idea i cataloghi e chi decide la disposizione e i colori dei giochi sugli scaffali dei negozi sceglie per i bambini. Li influenza nelle scelte. Suggerisce loro di immaginarsi in un certo modo.

E’, però, molto importante che i bambini abbiano la possibilità di sperimentare, di calarsi in tanti ruoli diversi, di comprendere che non esistono, nel gioco come nella vita adulta, attività e compiti preclusi ai maschi piuttosto che alle femmine, né ruoli o attitudini spiccatamente femminili o maschili.
Il gioco, del resto, serve a cimentarsi precocemente con la vita, a immedesimarsi, a prepararsi in un certo senso per quello che sarà. Ed è sano che un bambino cresca con la consapevolezza che potrà, una volta cresciuto, esprimere se stesso, i propri talenti, le proprie abilità, nella maniera a lui (o lei) più congeniale. Senza pregiudizi, senza ruoli imposti o preconcetti.

Attraverso il gioco, inoltre, i bambini possono accedere a parti della propria sfera emotiva e psicologica che altrimenti non sarebbero adeguatamente stimolate, e forse neanche esplorate. Dare la possibilità ad un maschio di fare esperienza nell’accudimento di una bambola, o nella preparazione di piatti prelibati per la sua famiglia o i suoi amichetti, significa renderlo più consapevole delle proprie doti di empatia e tenerezza e legittimarle, aiutarlo a potenziarle e manifestarle. Esattamente come una bambina che abbia l’occasione di divertirsi con le ruspe giocattolo o i cavalieri scoprirà magari più facilmente le proprie attitudini e la propria capacità di leadership.

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Lasciare che un bambino possa esprimere le proprie emozioni attraverso il gioco di finzione che più preferisce è un importante investimento per la sua crescita emotiva. Quindi è importante assecondare le sue scelte senza alcun pregiudizio. Infatti, se si manifesta disapprovazione in merito a tali scelte, si potrebbe innescare in lui il senso di colpa nei confronti dei genitori o degli adulti che se ne prendono cura, per aver scelto quel dato gioco non approvato. Si rischierebbe, inoltre, così facendo, di imprigionare la sua indole nello stereotipo maschile, reprimendo il suo bisogno di esprimerla liberamente. Il fatto che alcuni maschietti non amino giocare con macchinine o costruzioni non determina quale sarà la loro vita affettiva e sessuale in età adulta. Nella formazione della propria identità di genere, che si completerà in età adolescenziale, influiscono vari fattori tra i quali le aspettative dei genitori, il modo in cui mamma e papà vivono la loro identità di genere, il condizionamento dell’ ambiente e della società in cui vive.

La scelta di un maschietto di giocare con le bambole piuttosto che con altri giochi può essere dettata da vari fattori quali la curiosità, la voglia di sperimentare cose nuove, una spiccata sensibilità e anche il bombardamento pubblicitario a cui è esposto. Giocando con una bambola, un maschietto avrà l’opportunità di rielaborare, a suo modo, le esperienze che caratterizzano la sua vita e il suo rapporto con gli altri. Questo aspetto potrebbe essere molto interessante anche per i genitori che osservandolo mentre gioca possono percepire il suo mondo interiore, inclusi gli aspetti che ancora non esprime in modo razionale.

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Non è raro, però, che un genitore che vede il proprio figlio maschio giocare con una bambola o in cucina si allarmi. Molti genitori, infatti, dichiarano di essere spaventati dalla possibilità di avere figli omosessuali. E per questo motivo cercano di indirizzare le passioni dei figli, maschi o femmine, verso giochi stereotipati, che sono più ‘rassicuranti’.
La scienza, però, ci dice che l’omosessualità è una condizione innata, come avere i capelli ricci o la pelle nera, e non viene creata a tavolino dai giocattoli con cui giochiamo da piccoli, né può essere scelta (o non scelta) volontariamente.

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Se amiamo davvero i nostri figli, non dobbiamo amarli solo finché corrispondono a ciò che noi avevamo in mente per loro ma anche se non saranno come noi ci aspettavamo. E dobbiamo amarli abbastanza da volerli felici e realizzati, senza pensare che debbano necessariamente corrispondere ai nostri ideali a scapito della loro realizzazione personale.

Non sono i giochi “da maschio” o “da femmina” a condizionare il modo di essere dei bambini, pertanto è importante lasciare che giochino come vogliono perché possano crescere in modo armonico.
In questo modo potranno comprendere fin da piccoli che la diversità biologica fra “maschi” e “femmine” non può e non deve voler dire diversità di ambizioni e possibilità, né che le bimbe debbano diventare un giorno “spose sottomesse” a uomini forti e senza paura.

I bambini, insomma, devono avere la possibilità di sentirsi liberi di esprimere in modo pieno la propria personalità, senza essere condizionati da pregiudizi e stereotipi. E per questo motivo è importante che siano circondati da adulti che non li indirizzino verso professioni e ruoli stereotipati, ma che li lascino liberi immaginare e impersonare chiunque vogliano essere. Da adulti che combattono ogni giorno la violenza contro le donne e il bullismo. Da adulti che accettino e rappresentino le famiglie nella loro diversità.

Ancora sugli albi illustrati. Possiamo educare i bambini alla lettura?

(questo articolo è frutto di un percorsi di formazione condotto dal Dott. Luca Ganzerla dell’Università di Verona, che ho seguito con passione a Torino all’inizio di gennaio 2020 e che ringrazio)

Poco meno di un anno fa, scrissi un articolo in merito agli albi illustrati e al piacere che ne deriva dallo sfogliarli e leggerli.

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Albi illustrati esposti dal Dott. Luca Ganzerla durante un corso di formazione da lui condotto a Torino nel gennaio 2020

Gli albi illustrati sono affascinanti, alcuni ti rapiscono tanto sono belli…Non è facile, però, comprenderli realmente, ma è necessario prepararsi accuratamente per leggerli come si dovrebbe. Eppure li si propone ai bambini molto spesso. Come se, per il fatto che sono ricchi di belle immagini, fossero per loro immediatamente comprensibili.
Gli albi illustrati sono libri in cui le immagini e le parole costituiscono un insieme che dà vita alla storia. Alcuni elementi della narrazione si trovano, però, soltanto nelle illustrazioni, motivo per cui la comprensione di un albo richiede continui collegamenti tra testo scritto e immagini. E per fare questo, inevitabilmente, è necessario che ci si educhi alla loro lettura. E poi si educhi a tale lettura i bambini.

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Oggi questa speciale “forma narrativa” o “forma letteraria”, come la
definisce Marcella Terrusi, non è più riservata esclusivamente all’infanzia, ma in una società che vede una netta prevalenza di suoni e immagini ed è caratterizzata da una diffusa multimedialità, l’albo illustrato ha allargato il suo bacino d’utenza rivolgendosi anche a ragazzi, adolescenti e adulti

Le illustrazioni, inoltre, non sono per bambini pigri. Gli studi di pedagogia e le neuroscienze mostrano, infatti, che l’integrazione del codice linguistico e di quello dell’immagine, impegna molto le varie capacità cognitive.
Il professor Marco Dallari, direttore del Laboratorio di Comunicazione e Narratività dell’Università di Trento, autore e curatore di libri per bambini e insignito nel 2010 del Premio Andersen Italia, importante riconoscimento per la letteratura d’infanzia scrive: «L’uomo è un animale simbolico, diceva il filosofo Ernst Cassirer. Nei bambini e negli adulti, l’incontro tra testo e figura sembra attivare il lavoro ermeneutico e potenziare l’elaborazione della narrazione, come se associando i due codici si creasse un varco per l’intervento del lettore. L’alchimia scatta quando l’abbinamento tra testo e immagini non è scontato (fenomeno che Bruno Munari definiva la “ridondanza”) ma crea una discrepanza di senso e, comunque, «tutte le volte in cui le illustrazioni, che possono essere fedeli o meno alla parola scritta, possiedono degli elementi di qualità».

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I bambini che frequentano i nidi d’infanzia sono molto piccoli, alcuni non hanno nemmeno un anno…Possiamo leggere loro degli albi illustrati ad alta voce? Sì, possiamo farlo. Dobbiamo, però, scegliere con cura che cosa leggere; ci vogliono albi che possano soddisfare i loro bisogni sensoriali e di conoscenza del mondo.
Possiamo, con loro, partire dalla lettura degli albi di Helen Oxenbury, che ha realizzato dei cartonati molto belli, con delle illustrazioni vere e leggere. Albi che, attraverso immagini belle ma non distanti dal vero, raccontano ai bambini la loro vita in modo unico e peculiare. Albi che soddisfano il bisogno del bambino di conoscere sé stesso, gli altri e il mondo proprio perché questo mondo, questo suo piccolo mondo, lo rappresentano.

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Al nido, perché i bambini possano iniziare ad avvicinarsi ai libri, si può pensare di proporre loro, quando sono molto piccoli, libri di legno, stoffa o gomma, materiali che permettono loro di mettere le pagine in bocca senza che
nessuno glielo proibisca. Dopo queste prime esperienze più che altro sensoriali si può iniziare a proporre i primi albi illustrati, possibilmente cartonati.
Se li si ha a disposizione, i primi albi da proporre sono proprio quelli della Oxembury, che affascinano i bambini perché l’autrice dà vita soggetti ed oggetti della vita quotidiana. Le illustrazioni di questi albi, inoltre, sono molto vivide, quasi tridimensionali. Quando i bambini le guardano, riconoscono immediatamente cosa raffigurano. Silvia Blezza Picherle, illustre studiosa della letteratura per l’infanzia scrive in merito alle illustrazione in questione: Se si osserva il bambino che le guarda si può
notare come le riconosca all’istante, le distingua. L’intensità del rapporto che si instaura tra bambino e albo trova conferma e testimonianza da alcuni semplici gesti come: prendere l’albo e portarlo a sé, baciare il protagonista raffigurato; accarezzare l’animale presente sulla pagina. Gesti veri che racchiudono una lettura profonda e una piena comprensione degli oggetti/personaggi rappresentati….

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Se in un albo un bambino vede oggetti che fanno parte del mondo in cui vive tutti i giorni, facilmente farà un paragone con la vita quotidiana e si abituerà a collegare ciò che vede nell’albo con quello che accade nella sua vita reale. E, in questo modo, inizierà ad immedesimarsi con ciò che vede, fatto che, lentamente, lo avvicinerà al mondo della lettura, grazie ad un sottile processo educativo.

E come si leggono ai bambini gli albi illustrati?
Tutti sono strutturati nello stesso modo: sulla pagina di sinistra è rappresentato l’oggetto o personaggio in primo piano e sulla pagina accanto è rappresentata una scena che lo coinvolge in interazione con un bambino. Per rendere la lettura coinvolgente e stimolante, l’adulto che legge può, in primo luogo, mostrare le due illustrazioni nominando prima l’oggetto/personaggio singolo e poi narrando una micro-storia in relazione all’illustrazione accanto. In seguito l’adulto può ripetere nella realtà ciò che mostra la scena per poi tornare di nuovo al libro e alla lettura/narrazione.
I bambini, però, hanno bisogno di tempo per appassionarsi alle letture; hanno bisogno di adulti che leggano loro con passione e in maniera lenta e distesa; hanno bisogno di tempo per esplorare l’albo, le immagini pagina dopo pagina.

Più l’adulto che legge si collega alla vita quotidiana, più i bambini si affezionano a quanto sta leggendo. Di conseguenza è molto importante proporre albi validi, con illustrazioni autentiche che presentino la realtà nella sua
semplicità, per aiutare i bambini a coglierla e ad immedesimarsi nelle storie. E noi adulti possiamo mediare unendo i momenti di routine alle pagine dei libri, narrandoli e mostrandoli ai bambini.

Di seguito alcuni consigli per le letture.

Ai piccolissimi si può proporre “Buongiorno Sole” di Paloma Canonica, una breve storia del buongiorno, con calde illustrazioni. Nelle pagine iniziali e finali sono riportate le immagini riquadrate degli oggetti presenti nel libro affinché il bambino possa riconoscere, additare e denominare le piccole cose che accompagnano la sua giornata.

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Dagli 8 mesi in poi, leggiamo albi come “Leon si veste” di Linne Bie, in cui il piccolo Leon indossa prima il pannolino e il body, poi i calzini, la maglia e infine…oppure “Rosalie va a passeggio”, anch’esso di Linne Bie, in cui la piccola Rosalie va al parco con la mamma; sul prato ci sono molti giochi divertenti e Rosalie va sullo scivolo con Pecorella che la segue dappertutto, divertendosi con lei davvero tanto.

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Ai bambini di 16/18 mesi proponiamo “Le mani di papà”, di Emile Jadoul. Le illustrazioni sono molto semplici, grandi su sfondo bianco, e rappresentano scene quotidiane tra un bimbo e il suo papà che viene raffigurato attraverso le sue mani. Prima ancora che un bambino nasca ci sono le mani del suo papà ad attenderlo; mani che coccolano, che accolgono, che accompagnano, che aiutano a crescere. Finché, un giorno o l’altro, magari senza preavviso, arriva il momento in cui il bimbo lascia queste mani per muovere, da solo, i primi passi.

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Dai 20 mesi, si possono leggere albi come “Ciao ciao” di Jeanne Ashbè, un piccolo albo illustrato che attraverso un linguaggio semplice e l’utilizzo di immagini chiare e delicate, narra i distacchi e i riavvicinamenti che caratterizzano la vita dei bambini di tutti i giorni. Oppure “Il carretto di Max” di Barbo Lindgren ed Eva Erickson, che illustra la vita quotidiana di un bambino con poche frasi brevi e l’utilizzo di molte ripetizioni, che accompagnano illustrazioni colorate su fondi bianchi, buffe e ricche di dettagli (come ad esempio le espressioni e gli sguardi che si scambiano Max e il cane). Il libro fa parte di una collana che ha per protagonista il bambino Max e che raccoglie storie quotidiane raccontate ai bambini attraverso i loro occhi. Un’ulteriore pregio di questa pubblicazione è costituito dai risguardi di copertina, in cui si trovano tutti gli elementi ed i protagonisti presenti nella storia; questo facilita il suo utilizzo anche per i genitori e gli adulti poco avvezzi alla lettura con bambini piccoli perché li stimola a chiedere al bambino di identificarli all’inizio e di riconoscerli in seguito all’interno della storia.

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Ai bambini che quasi hanno tre anni, infine, proponiamo libri come “A più tardi”, anch’esso di Jeanne Ashbè; in esso sono raffigurati due bambini piccoli durante una giornata al nido. Cosa fanno? Come passano il loro tempo? Quali emozioni vivono? È difficile da raccontare quando si hanno a disposizione ancora troppe poche parole. E allora, questo libro racconta attraverso immagini e parole rassicuranti i baci della mattina, i giocattoli, i compagni, la pittura, la pappa, le pipì, il sonnellino, i litigi e le coccole, la stanchezza della sera e… la felicità di ritrovarsi! Tenere illustrazioni che parlano con dolcezza del distacco al momento dell’entrata al nido, dell’inserimento in un gruppo di piccoli amici, e di come affrontano tutte le novità che si ritrovano a vivere, in questa situazione, i bambini piccoli.

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