Qualche spunto per la scelta della scuola dell’infanzia

E’ il momento dell’iscrizione alla scuola dell’infanzia…molti genitori, in questi giorni frequentano, sui social network, i vari gruppi di mamme e fanno domande, generalmente rivolte a genitori di bambini che già frequentano o hanno frequentato in passato le diverse scuole dell’infanzia, per orientarsi e confrontarsi…

Consigliate per favore qualche buona scuola materna per il mio piccolo ometto di 3 anni? L’inglese sarebbe sicuramente un plus!...”

Sapreste indicarmi una buona scuola materna, dove le maestre siano competenti, facciano belle attività educative e magari anche con giardino esterno?…

Avete già scelto l’asilo? (intendo scuola materna). Cosa consigliate? Con quello che si sente ho un po’ paura…Volevo chiedere anche se qualcuno come me ha figli prematuri gravi…

Sono alcune delle richieste che si leggono scorrendo i vari gruppi su Facebook.

E’ normale essere un po’ in ansia e avere bisogno di sentire i pareri di altri genitori in merito alle esperienze vissute…Non esistono, però, a queste domande risposte universalmente valide, così come non esistono regole nei criteri di scelta. Ogni bambino e ogni famiglia hanno caratteristiche e bisogni unici e diversi, così come unica è l’organizzazione del quotidiano, l’ambiente e lo stile di vita…

La prima cosa da fare, quindi, quando ci si accinge a scegliere la scuola dell’infanzia e’ cercare di capire di che cosa il proprio bambino ha davvero bisogno per la sua crescita e per stare bene…La scuola dell’infanzia migliore (se davvero esiste) è quella in cui il bambino può fare esperienze davvero significative per lui, in cui si senta accolto, a proprio agio e sereno. Non certo la scuola che i genitori ritengono “buona” perchè si fanno questa o quest’altra attività… E’ molto importante, pertanto, fermarsi a riflettere e dirsi quanto la scelta piace a noi genitori e quanto è operata pensando al proprio bambino. Con molta onestà e obiettività.

Ad esempio un bambino che ha qualche difficoltà nel linguaggio non potrà sentirsi bene in un contesto in cui lo espongono per tanto tempo all’inglese o a un’altra lingua straniera…Così come esporre un bambino di nemmeno tre anni a tante proposte potrebbe essere controproducente perchè portare avanti numerose attività richiede un’elevata dose di energia, impegno e attenzione. Se questo è vero e spesso faticoso e stancante per un adulto, lo è molto di più, e potenzialmente più dannoso, per un bambino, soprattutto se è molto piccolo e se non ha mai fatto l’esperienza del distacco dalla famiglia. A lungo andare, infatti, troppi stimoli possono determinare nel bambino eccessiva stanchezza e stress, che si può manifestare con nervosismo e irritabilità, dolori somatici di vario tipo (mal di testa, mal di pancia, aggressività e instabilità dell’umore…).

Ogni bambino (e ogni famiglia), però, ha il diritto di frequentare un servizio per l’infanzia che sia davvero di qualità. E una scuola dell’infanzia di qualità non può avere programmi predefiniti o ricette educative confezionate in anticipo: i bambini “lavorano giocando” e la scuola dell’infanzia deve tenerne conto, facendo in modo che i piccoli vivano creativamente e spontaneamente le loro esperienze di apprendimento. Una scuola di qualità ha una visione del bambino come soggetto attivo, impegnato continuamente nell’interazione con i suoi pari, con gli adulti, con l’ambiente; deve, pertanto, fare sì che i bambini e le bambine che la frequentano raggiungano visibili traguardi di sviluppo su tre aspetti fondamentali: l’identità, l’autonomia e la competenza. Assicuratevi di tutto ciò nella vostra scelta.

E’, pertanto, necessario che nella scuola si respiri un clima di sicurezza, di serenità e di sollecitudine. L’ambiente deve essere accogliente, ricco di stimoli culturali (che non significa tanti giochi messi a disposizione senza alcun criterio…anzi…), flessibile nell’organizzare proposte didattiche diversificate, vale a dire attento alle diverse esigenze dei bambini, che sono diversi per storia, stili di apprendimento e culture di appartenenza.

A che cosa prestare attenzione quindi?

Intanto a come vengono gestiti gli spazi e i materiali. Questo non significa che tutto debba essere nuovo di zecca. Tuttavia uno spazio organizzato e i materiali in ordine sono ciò che aiuta i bambini a usarli in maniera utile, a livello percettivo e cognitivo. Uno spazio pulito e ordinato è un ambiente del quale ci si prende cura.

Se gli spazi sono piacevoli e stimolanti, si prendono cura di chi li frequenta e trascorre in essi molte ore della sua giornata, significa che chi li ha progettati e gli adulti che tutti i giorni li abitano e operano in essi hanno posto l’attenzione (e continuamente la pongono) a quanto lo spazio può influire sulle dinamiche educative.

E’ importante, quindi, che i genitori che scelgono volgano attentamente lo sguardo all’architettura dello spazio educativo, che non deve essere puro assemblaggio di spazi e materiali, ma deve scaturire da un costante dialogo con il progetto pedagogico. La scuola deve essere organizzata in spazi differenziati funzionali a rispondere ai bisogni propri dei bambini che hanno età diverse. Vi devono essere spazi, interni ed esterni, che favoriscano gli scambi comunicativi tra bambini, ma anche tra questi e gli adulti ed anche spazi che favoriscano momenti di intimità individuale, soprattutto dei più piccoli che, soprattutto se non arrivano dal nido, devono essere messi nelle condizioni di esprimere al meglio le loro potenzialità, le loro competenze e le loro curiosità e devono sentirsi protagonisti attivi dei percorsi educativi e costruttori della loro identità.

E’ bene, poi, prestare molta attenzione alla creatività; dopo i tre anni i bambini si affacciano al mondo del fantastico, in cui si aprono tutte le potenzialità creative che vanno incoraggiate. Pertanto, ai lavoretti prestampati da colorare restando dentro ai bordi, preferite le scuole che propongono attività con il materiale naturale o di riciclo.

L’architetto Simon Nicholson, negli anni 70 de secolo scorso, usò il termine “loose parts” (che significa letteralmente “parti sciolte”, cioè materiale libero, che può essere utilizzato in ogni modo possibile e immaginabile) per descrivere materiali vari che possono essere utilizzati e manipolati in molti modi. Formulò una teoria secondo cui la ricchezza di un ambiente dipende dall’opportunità con cui esso lascia spazio alle persone di interagirvi e di fare collegamenti. Chi si occupa di prima infanzia ormai riconosce la veridicità delle affermazioni di Nicholson e documenta da tempo, giorno dopo giorno, quanti apprendimenti possono verificarsi quando i bambini sono lasciati liberi di inventare, creare, esplorare, e ordinare materiali non strutturati. Altro che schede prestampate da colorare!

Un altro elemento da considerare in fase di scelta è la presenza o meno di uno spazio esterno vasto o di un  giardino. E’, però, importante, prestare molta attenzione agli spazi esterni, che devono essere altro da un giardinetto con scivoli e altalene. Devono essere “ricchi di natura” e di possibilità (penso ad angoli in cui si possono creare piccoli orti, zone umide, alberi, tronchi che si possono trasformare in tutto ciò che la fantasia e la creatività dei bambini porta fuori, sabbiere, sassi e sassolini…)…Devono, insomma, essere luoghi in cui i bambini possano diventare esploratori e trasformare i loro comportamenti e i loro atteggiamenti sul mondo naturale. Del resto, la natura, tanto semplice ma tanto complessa e variegata, permette ai bambini l’accesso a giochi ricchi e affascinanti e, soprattutto, all’apprendimento attraverso l’esperienza.

Molti genitori che mi chiedono un parere in merito alla scelta della scuola dell’infanzia si chiedono se sia meglio la sezione omogenea o quella eterogenea.

Consiglio sempre di orientarsi verso la sezione eterogenea, cioè quella composta da bambini di età (e quindi competenze e abilità) differenti. Il gruppo misto, rispetto a quello omogeneo, presente tre grandi vantaggi: favorisce più ampie possibilità di relazioni (sia tra bambini coetanei sia tra bambini di età diverse), permette l’imitazione del piccolo verso il grande (e anche il contrario), permette pratiche di cura del grande nei confronti del piccolo. Il piccolo, inoltre, avendo più modelli da cui attingere (gli adulti e i pari), imita il gioco e l’azione del grande, provando, sbagliando e riprovando e queste esperienze lo condurranno più agevolmente all’autonomia; il fascino esercitato dai bambini più grandi, poi, lo porta a desiderare di entrare nei loro giochi facendo nuove sperimentazioni.

Il gruppo misto, inoltre, rimanda a due concetti molto importanti: “cooperazione” e “conflitto”. Queste sono modalità dello stare insieme osservabili fin dai primi mesi di vita e già nei primi anni la comprensione dei rapporti all’interno della famiglia diventa strumento utile nella gestione delle proprie relazioni sociali: riconoscere il leader della situazione e allearsi con questo, tentar di influenzare il giudizio del leader per poterne godere a scapito degli altri, sapere come comunicare e differenziare la propria modalità di comunicazione a seconda dei destinatari per poter indurre azioni o per relazionarsi sembrano essere competenze ben sviluppate sin da molto presto.

Concludo spendendo qualche parola rivolta a quei genitori che cercano una scuola in cui sia proposto l’inglese.

Molte delle scuole che conosco personalmente che propongono la lingua inglese, a mio giudizio offrono proposte che risultano non troppo efficaci se lo scopo è quello che il bambino o la bambina apprenda una lingua straniera. Spesso, infatti, si lavora su argomenti che si ripetono sempre uguali (imparare il nome dei colori, degli animali o i numeri) e che sono quasi sempre al di fuori del contesto realmente vissuto dai bambini. Saper ripetere a pappagallo dei numeri, il nome dei giorni della settimana o dei colori non vuol dire che i bambini stanno imparando una lingua straniera.

Secondo Alberto Oliverio, professore emerito di psicobiologia presso l’Università La Sapienza di Roma, il modo migliore è quello di imparare giocando. In alcuni paesi europei, per esempio, si mette in atto la strategia dell’apprendimento recitato: i bambini devono recitare in gruppo una serie di vocaboli accompagnandoli con gesti e movimenti che ne rappresentino il significato. Uno studio sull’efficacia di questo metodo indica che gli studenti hanno raggiunto prestazioni tre volte superiori rispetto a coloro che hanno seguito altre metodologie. La tecnica sfrutta il fatto che le memorie motorie (legate all’esecuzione di un particolare movimento) sono particolarmente robuste e influenzano quelle legate al linguaggio.

Tutto ciò che si vuole trasmettere ai bambini, per essere efficace, deve essere connesso con le loro esperienze reali.  Se si vuole che apprendano fin da piccoli una lingua straniera a scuola, pertanto, si deve fare in modo che riscontrino che la lingua è utile nella vita di tutti i giorni e che è uno strumento con cui possono comunicare.

E’, quindi, fondamentale domandare a quelle scuole che propongono l’inglese se è ben chiaro loro come funziona lo sviluppo linguistico e psicofisico dei bambini, come essi imparano e così quali materiali, quale didattica e quali strategie affettive utilizzare per fare un lavoro davvero efficace. Altrimenti è meglio optare per una scuola di lingue e privilegiare le scuole dell’infanzia in cui i progetti vanno oltre la ricerca affannosa di iscrizioni.

E, infine, cari genitori, andate un po’ “di pancia”… Se, ad un certo momento, dopo aver visto, domandato, riflettuto sentite che quella scuola lì è quella giusta per il vostro bambino orientatevi su quella è fate l’iscrizione con serenità.

La cura degli spazi nel lavoro educativo

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Il lavoro educativo è un “lavoro di cura”, cura che non si deve confondere con un intervento di assistenza e nemmeno con la messa in opera delle conoscenze e delle tecniche che si apprendono all’università. Esiste, certo, una dimensione tecnica importante, relativa al sapere e al saper fare degli educatori, ma ha significato solo se la si colloca all’interno della relazione educativa. Questo vuol dire che il lavoro educativo, in quanto lavoro di cura, poggia sulla capacità da parte dell’educatore di dare valore educativo ai suoi interventi, grazie alle proprie competenze tecniche e grazie alla propria capacità di sintonizzarsi affettivamente ed emotivamente con colui al quale l’intervento educativo è rivolto.

Nel corso degli anni, con la mia équipe di educatrici abbiamo maturato un’idea di bambino come persona che ha dei diritti, che è unica, è competente ed è protagonista del proprio percorso, che costruisce, un giorno dopo l’altro, grazie alle relazioni che intesse con gli altri e con il contesto. Proprio per questo motivo crediamo che sia fondamentale aver cura, sempre, degli spazi dell’educazione. E intendiamo la “cura” come un modo speciale, tutto di noi educatrici, di guardare al nostro mondo, in cui entriamo in relazione con i bambini.

Di conseguenza dedichiamo molti incontri d’équipe a discutere su quale sia il modo migliore di organizzare i nostri spazi in relazione alle caratteristiche dei bambini che li abitano di volta in volta.

Pensare-agli-spazi e pensare-gli-spazi, nel nostro lavoro, significa soprattutto pensare al benessere psico-fisico dei bambini che frequentano il nido e allo sviluppo delle loro potenzialità: devono essere spazi che sappiano accogliere le loro particolarissime e tante esigenze. E perché questo accada è molto importante saper creare degli angoli per il gioco, per il riposo, per le proposte strutturate, in cui centrale è l’aspetto della relazione e lo star bene del bambino al nido. Devono, quindi, essere spazi in cui i bambini si sentano a loro agio e possano scambiare esperienze con i compagni, spazi accoglienti e caldi il più possibile.

Lo spazio, nei servizi per la prima infanzia, quindi non deve essere neutro, asettico, ma è importante che veicoli chiari messaggi educativi: tutte le esperienze educative, infatti, avvengono nello spazio; pertanto, nel momento in cui si organizzano gli spazi, è necessario pensare alle esigenze dei diversi gruppi di bambini e curare tutti i dettagli nella scelta e nella disposizione degli arredi. E tutto ciò lo si fa in gruppo, perché è fondamentale che tutta l’équipe condivida le decisioni che si prendono…in caso contrario sarebbe molto difficile progettare delle esperienze educative di senso.

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Quando si entra per la prima volta nel nostro nido, dopo un piccolo angolo per l’accoglienza si accede alla sala polifunzionale, che è il nostro specchio…E’ la prima cosa che i genitori vedono e anche il primo spazio in cui possono immaginare ciò che vivranno i loro bambini nel nostro servizio. Oggi tutto è molto diverso da dieci anni fa, quando abbiamo iniziato. Lo spazio, gli arredi che lo rendono quello che è, i materiali, le pareti…tutto è cambiato così com’è cambiata, come è naturale che sia, la nostra idea di educazione nel corso del tempo.

E così come è cambiata la nostra idea di cura.

Oggi crediamo fortemente che i nostri spazi siano un’importante risorsa educativa, con tutti i limiti che questi hanno; pertanto li abbiamo strutturati pensando alle possibilità di apprendimento che offrono ai bambini e alla qualità delle relazioni che possono svilupparsi all’interno di essi. Questo perché gli spazi possono favorire o impedire lo svolgersi di esperienze: penso, ad esempio ad un angolo per la lettura…se fornito di tappeti, cuscini comodi e confortevoli, se ben illuminato, se vi è la possibilità di prendere i libri senza doverli chiedere, verosimilmente, sarà frequentato dai bambini e in essi faranno piacevoli esperienze e le vorranno ripetere; gli spazi, inoltre, possono influenzare il sentire: uno spazio, per esempio, con arredi di legno con angoli in cui rifugiarsi quando si ha voglia di stare un po’ da soli è facile che trasmetta calore e senso di protezione.

Gli spazi, i nostri spazi, pertanto, sono pensati per i bambini dagli adulti, ma anche dagli adulti che si relazionano con i bambini. Non sarebbe possibile diversamente. Gli spazi di un servizio educativo, infatti, sono luoghi in cui si vive, ci si incontra, si dialoga, luoghi di intimità, di finzione, di narrazione, di costruzione di identità. E sono anche spazi che cambiano, si costruiscono e si decostruiscono in relazione a chi li abita, alla crescita dei bambini nel corso dell’anno, ai loro vissuti. Cerchiamo di organizzarli in modo da rispettare i tempi lenti dei bambini, i loro bisogni, senza, però, dimenticarci che sono spazi abitati anche da adulti, le educatrici e i genitori, che devono trovare in essi luoghi che rispondano alla necessità di comunicare, confrontarsi, partecipare ala vita del servizio.

Gli spazi devono essere costante oggetto di cura educativa, ci va tanta manutenzione di essi, come dei materiali che li animano e caratterizzano perché devono essere spazi di qualità, in cui fondamentale è l’attenzione ai bisogni di crescita e cambiamento dei bambini.