L’Outdoor Education non si può improvvisare

Di questi tempi si parla tanto di Outdoor Education, pensando al fatto che, quando i servizi educativi riapriranno, sarà consigliabile restare il più possibile all’aperto per ridurre i rischi di contagio.

L’educazione all’aperto, però, è qualcosa di complesso; non è educare fuori nello stesso modo in cui si educa dentro. E, come tutto ciò che si connota come educativo, non va lasciata all’improvvisazione.
Essa è una strategia educativa, vasta e versatile, basata sulla pedagogia attiva e sull’apprendimento esperienziale; può essere utilizzata in molteplici itinerari educativi idonei ad approfondire, ampliare, dettagliare quanto viene svolto al chiuso. Non sostituisce, però, il sistema educativo più tradizionale, piuttosto lo affianca, lo completa con esperienze che l’ambiente chiuso non può offrire.

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Uscire all’aperto, però, non significa riproporre fuori quanto si fa dentro, bensì utilizzare quanto l’ambiente e la natura mettono a disposizione per ulteriori apprendimenti, caratterizzati dai fenomeni che, in modo del tutto naturale, si realizzano all’aperto e non al chiuso: la pioggia, la neve, il vento, la terra, il fango, le piante nelle varie stagioni, gli animali che si annidano tra la vegetazione o sulla terra o sotto terra…

Se l’uscire è parte del progetto pensato per quel gruppo di bambini, allora parliamo di Outdoor Education. Se, invece, è trascorrere del tempo all’aperto con i bambini quando c’è il sole, fa caldo,… allora parliamo di momenti ricreativi.
Il fuori diviene ambiente educativo se uscire non è casuale o limitato alla situazione di bel tempo, ma è cosa di tutti i giorni perché parte dell’esperienza educativa, connesso a quanto si fa all’interno, inserito nella progettazione e nella routine giornaliera.

Il carattere distintivo dell’Outdoor Education si configura in un approccio sensoriale-esperienziale mirato allo sviluppo del bambino (ma anche del ragazzo, dell’adulto…) e al suo apprendimento, all’interno di un contesto di relazioni che caratterizzano la sua vita sociale. In questo modo l’ambiente esterno assume la valenza di un contesto educante che, oltre ad essere un luogo in cui si apprende, offre l’opportunità di rafforzare il senso di rispetto per l’ambiente naturale e consente di esprimere e potenziare le competenze emotivo affettive, sociali, espressive, creative e senso-motorie.

L’Outdoor Education funziona tutte le volte che sviluppa la curiosità e l’esplorazione del bambino, che lo fa essere attivo lungo linee di “ricerca” appena suggerite dall’adulto. È l’avventura formativa il clima che anima l’Outdoor Education, che non vuol dire improvvisazione, ma predisposizione minima di ciò che è indispensabile, lasciando poi alla libertà esplorativa la ricerca di soluzione dei problemi.
L’Outdoor Education richiede una programmazione debole, un tempo lungo per dare ai bambini la possibilità di muoversi, osservare, esplorare. La migliore verifica didattica è sulle domande che i bambini pongono e sulle risposte che essi stessi elaborano nel confronto reciproco, didatticamente provocati dall’insegnante.

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Perchè scegliere questo approccio?
I boschi, i giardini, i campi, dal punto di vista pedagogico rappresentano vere e proprie risorse per un’educazione efficace, dal momento che stimolano la creatività, il rispetto per l’ambiente e un’interazione attiva ricca di stimoli; nel fuori vengono potenziate maggiormente le abilità senso-motorie, la cooperazione e la collaborazione tra pari e le relazioni intra-generazionali; in un ambiente non statico e aperto, inoltre, crescono le opportunità di esplorare e sperimentare. Sono motivazioni decisamente forti. A ciò si aggiunge che oggi, in un momento in cui si cerca di comprendere come far ripartire i servizi educativi in sicurezza, è molto chiaro che se ci chiudiamo in casa, stiamo in locali piccoli e affollati, in città sempre più inquinate, abbiamo più probabilità di essere contagiati.

Quando ci si accosta all’Outdoor Education, in primo luogo, è necessario che l’adulto sia convinto di stare bene nell’ambiente esterno. Se ciò non accade, può diventare molto complesso proporre ai bambini esperienze significative per il loro apprendimento nel fuori. La vita all’aria aperta richiede, poi, all’adulto un atteggiamento osservativo che sostiene le esplorazioni del bambino anziché predeterminarle.
Si può iniziare, pertanto, dando valore ai materiali naturali, informali, che diventano strumento di gioco particolarmente facilitante arricchendo l’esplorazione individuale e di gruppo. Materiali naturali che devono iniziare a trovare collocazione anche negli ambienti all’interno del servizio educativo.
Essere attenti osservatori significa cogliere e accogliere i gesti, gli sguardi, le parole e i racconti dei bambini, le loro intenzionalità ed interessi. Allo stesso tempo significa percepire anche quello che come adulti si sente e si pensa rispetto a se stessi, a ciò che si agisce nella relazione con i bambini e la natura, ascoltando se si è (o non si è) in sintonia emotiva con essa.

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In secondo luogo è necessario conoscere l’ambiente esterno in cui i bambini faranno le loro esperienze educative. Sia che si tratti del giardino del nido, sia che si tratti di una zona verde della propria città. Si deve procedere a una vera e propria indagine, per cui si può utilizzare una mappa cartacea, uno strumento sul quale registrare le conoscenze, le osservazioni e le aspettative relative al giardino/parco urbano, considerato come un insieme di pratiche e di relazioni.
La mappa mette in rilievo elementi naturalitici/strutturali, elementi specifici di pregio/risorsa o elementi di criticità: alberi, erbe, animaletti, tipi di terra; angoli e centri d’interesse: aiuole aroma che, angolo dello scavo, siepi e tane, ceppi di legno, alberi per arrampicarsi, luoghi dove è facile trovare animaletti e insetti, cumuli di foglie, erba più alta…; entrate, uscite, cancelli, recinzioni, punti eventuali di rischio, angoli ciechi…; strutture e giochi da esterno; modificazioni nel corso della giornata in relazione alla rotazione solare e alle stagioni: zone d’ombra per il pranzo, zone per il riposo estivo, zone di sole per piccoli orti , zone più umide perché ombrose o polverose in estate…; presenza di zone umide e di acqua. Tra le altre cose.

Una volta “disegnata” la mappa del proprio spazio esterno, è bene che individualmente gli adulti inizino ad osservare quello che qui accade. Si può osservare da tanti punti di vista: quali sono i punti potenzialmente pericolosi e che richiedono una vicina sorveglianza dell’adulto; quali sono le zone del giardino che trasmettono sicurezza e insicurezza all’adulto rispetto al fare dei bambini; quali sono i punti del giardino in cui i bambini non possono andare; quali sono i punti del giardino in cui i bambini possono stare senza l’adulto vicino; quali sono le potenzialità del giardino a sostegno dell’esplorazione e del gioco; quali sono le zone in cui i bambini si soffermano maggiormente e quali giochi fanno o utilizzano prevalentemente. Questi possono essere alcuni spunti.

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E poi si può iniziare a organizzare gli spazi, i materiali e i luoghi dove stare con i bambini per poter lasciare loro la necessaria libertà di movimento, di scelta e di autonomia, mantenendo invece per gli adulti un ruolo di supporto, sostegno e accompagnamento.
Aprire la porta al possibile non significa arrivare all’anarchia e permettere che in giardino accada qualsiasi cosa, ma significa ritrovare e ritarare ogni volta la giusta distanza nella relazione educativa, a seconda della composizione del gruppo dei bambini, del periodo dell’anno in cui ci si trova, delle età, del luogo in cui si è, delle dinamiche relazionali instaurate, del grado di conoscenza delle competenze dei bambini, del patto di fiducia con le famiglie.

La costruzione di tale patto deve essere frutto di un consapevole lavoro di gruppo e passare attraverso una comunicazione coerente con le scelte fatte.
Si deve passare, per questo, attraverso una serie di step:
condividere nel gruppo di lavoro su cosa si basa il patto educativo;
definire come e quando condividere la progettazione educativa con le famiglie;
definire come si intende coinvolgerle: soltanto da un punto di vista comunicativo e informativo (ovvero il progetto inizierà̀ da…, si svolgerà̀ secondo questi obiettivi…) oppure con modalità̀ di partecipazione più attive;
conoscere che cosa pensano le famiglie dell’educazione in natura e quali informazioni hanno in merito.

Quando alla fine dell’emergenza i servizi educativi potranno ripartire è possibile che molti sperimentino, in una situazione che verosimilmente sarà nuova per tutti, percorsi di Outdoor Education. Anche servizi che non vi si erano approcciati in precedenza o lo avevano fatto in maniera assolutamente marginale al progetto educativo.
Ed è possibile che, da parte di molti genitori, ci siano delle resistenze, soprattutto dopo un’emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo.
A parole sembra tutto bello e facile quando si sta all’aperto con i bambini, ma, invece, le resistenze sono tante. Soprattutto quando l’approccio è nuovo e poco conosciuto. E ai dubbi e alle perplessità dei genitori si aggiungono quelli
che attanagliano anche noi educatori: “e se i bambini prendono troppo freddo? Oggi è troppo umido che rischiamo di farli ammalare…,hanno già tutti il raffreddore….”.
Le resistenze possono essere legate al fatto che purtroppo tendiamo ad aver uno stile di vita estremamente casalingo e si tende a proteggere i bambini da tutto, tanto che, a volte, un ginocchio sbucciato può diventare una tragedia.
Compito dell’educazione è, però, aiutare il bambino a saper riconoscere e gestire le situazioni di rischio e di pericolo. Crescere significa costruire valore di sé incontrando i propri limiti e cercando di superarli. Il bambino ricerca il rischio come opportunità di mettersi alla prova, confrontandosi e imparando a gestire paure, pericoli e rischi inventandosi e sperimentando strategie e soluzioni adatte.

Siamo, del resto, nati per vivere all’aria aperta e una vita passata il più possibile fuori consente di crescere meglio e di essere più sicuri e intraprendenti.
Il gioco in un ambiente esterno è molto più variato rispetto a quello svolto in un ambiente strutturato, è una realtà quotidiana piena di sorprese, esplorazioni, osservazioni continue e sempre differenti.
E poi ci sono tutti i benefici sulla salute che derivano dal vivere all’aperto facendo passeggiate e “temprandosi” alle variazioni climatiche: i bambini corrono meno rischi di contagiarsi stando all’aperto che non nei luoghi chiusi.

Io credo che le resistenze, tutte quelle che ci saranno, dovranno essere accolte, ma ci si dovrà concentrare, insieme, educatori e famiglie, sui benefici di questo approccio. E sarà importante che il gruppo di lavoro sostenga con i genitori le argomentazioni che trattano i benefici delle esperienze in natura presentando le motivazioni alla base della progettazione del servizio e sostenendo le competenze genitoriali nella direzione di uno stile educativo aperto al possibile e al ripensarsi nell’ambiente esterno.

L’educazione in natura è l’occasione per condividere, problematizzare e riflettere con le famiglie, sugli stili educativi e sul rapporto con la natura. La comunicazione con le famiglie non si può̀ improvvisare.

 

Affrontiamo (e superiamo) insieme la paura

In questo tempo fatico a mettermi nell’ottica della progettualità. Accade perchè il terreno su cui costruire è ancora sabbia mobile e ho come la sensazione che, dopo un po’, tutto crolla. Non sarà così per sempre. No, ne sono certa. E’ così adesso.

Mi trovo, quindi a scrivere di argomenti che affronto con chi si rivolge a me perchè è in difficoltà in questo lungo momento di emergenza.

Succede che si parli di paura. La paura dei bambini e dei ragazzi. Di perdere qualcuno di caro. Di non vedere per tanto, troppo tempo gli amici, i familiari. Di non tornare più a scuola. Ma anche la paura degli adulti. Di ammalarsi. Di non potersi prendere cura dei figli o dei genitori anziani. Di perdere il lavoro. Del vuoto. E, da qualche giorno, anche la paura di tornare ad uscire rischiando di ammalarsi.

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Che cos’è la paura? E’ un’emozione. E’  una condizione pervasiva ed imprevista. E’ anche uno stato di preoccupazione e di incertezza.
Quando abbiamo paura sentiamo una forte spiacevolezza e un intenso desiderio di evitamento nei confronti di un oggetto o situazione che giudichiamo pericolosa.
La paura fornisce la motivazione necessaria alla mobilitazione delle energie; soltanto quando è eccessiva porta a compiere azioni avventate e controproducenti. Una persona senza paura non potrebbe sopravvivere a lungo. Potrebbe, ad esempio, attraversare, incurante, la strada con il rosso.
Sotto l’effetto della paura i battiti del cuore aumentano, la pressione del sangue accelera, gli occhi sono sbarrati oppure serrati, le pupille dilatate, le orecchie tese a cogliere ogni rumore sospetto oppure tappate con le mani, la pelle d’oca, la sudorazione intensa, le pulsazioni accelerate. In questo stato di allerta, anche gli organi interni, come intestino e reni, lavorano ad un ritmo vorticoso, tanto da produrre diarrea e disturbi di digestione, gli zuccheri si riversano nel sangue, aumentano le secrezioni da parte dell’ipofisi e della midollare del surrene. Aumentano l’attenzione e la velocità delle reazioni. Più estesa è la situazione che provoca paura, più sembrerà minacciosa al soggetto e più violente saranno le emozioni provate.

E i bambini? Che succede nei bambini quando dicono di avere paura?

La forma primaria di paura nei bambini è la perdita del contatto fisico con la mamma. Poi hanno paura dell’estraneo; della separazione. A 3/5 anni arriva la paura del temporale, del buio, dei mostri, delle streghe, di Babbo Natale e della Befana, elementi che affascinano ed al tempo stesso spaventano; poi la paura dei pericoli fisici, di ferirsi, ammalarsi.
Dopo i 6 anni alcune paure degli anni precedenti possono essere padroneggiate perché ora il bambino ha maggiori competenze; può, però, cogliere altre minacce come quella dei ladri, dei danni fisici, della morte e dell’abbandono. Fanno, inoltre, la loro comparsa i timori legati al proprio stato sociale, come scolaro per esempio, e alle interazioni con gli altri: esami, litigi, sopraffazioni, nonché la paura di essere rifiutato dai compagni.

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Può accadere, ad un certo punto dello sviluppo, che alcune paure legate a periodi precedenti si ripresentino come regressioni a stadi precedenti dello sviluppo; ciò si spiega con la condizione di instabilità che contraddistingue tutta l’età evolutiva. Dopo un forte spavento, infatti, o di fronte a situazioni angoscianti che si protraggono nel tempo è normale che i bambini regrediscano temporaneamente a comportamenti tipici di uno stadio precedente del loro sviluppo e se ciò avviene è perché in quello stadio si sentivano più protetti e sicuri.

L’atteggiamento dei genitori, può influire positivamente o negativamente sulle paure nei bambini. Ci sono, infatti, paure dovute alle raccomandazioni insistenti dei genitori: “Non toccare le forbici”, “Attento ai cani grandi”, “Non arrampicarti sugli alberi”…per esempio. Ce ne sono altre che derivano anche dalle continue lamentele circa lo stato di salute, che fanno temere al bambino la malattia del padre o della madre; altre ancora che nascono dalla iperprotezione dei genitori e dalla conseguente perdita di fiducia in sè.
La fiducia in sè va costantemente valorizzata, cosicché il bambino si senta ”capace”. Non si devono pretendere prestazioni inadeguate alle sue reali capacità.

Cosa possiamo fare se i nostri bambini oggi più che mai ci dicono di avere paura? Come possiamo stare accanto a loro?

Facciamoli esprimere. Chiediamo di raccontarci le emozioni e le fantasie che li inquietano, con dolcezza e senza forzarli. Riuscire a parlarne e sentirsi accolti riduce la tensione e aiuta ad affrontare il problema. Accogliamo le paure senza offrire soluzioni, mostriamo empatia, vicinanza emotiva. Così li aiuteremo a scoprire qual è il loro modo di affrontare le paure.

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Ed evitiamo di costringerli a tenere le paure per se stessi; spesso i bambini imparano a reprimere le proprie paure, imparano a viverle in silenzio per compiacere le figure di riferimento, per non preoccuparli o inquietarli.
Non diciamo mai: “Affronta la paura, devi essere forte”; spingere un bambino a viso aperto contro una paura è sbagliato, perché può trasformare la paura in terrore e ingigantire il problema. Non costringiamo il bambino ad affrontare le sue paure in modo troppo diretto e brutale. Per superare una paura spesso ci vuole tempo e pazienza. Bisogna rispettare i tempi e le modalità del bambino. Ricordiamoci che potrà superare i suoi timori solo se sceglie personalmente di farlo: il quando e il come affrontare le paure lo sceglierà lui stesso. E’ fondamentale che non ci sia mai nessuna pressione ansiogena da parte nostra per il superamento delle paure, altrimenti si sentirà costretto più dal nostro desiderio che dal suo, e la costrizione genera molta paura.

I bambini vanno educati a comportamenti positivi: meglio proporre sempre degli eroi positivi attraverso favole e fiabe che sconfiggono i cattivi grazie alle loro doti di bontà e gentilezza.

E vanno evitati i confronti: ogni bambino ha i suoi tempi, che devono essere rispettati.

E, inoltre, si deve comunicare ai propri bambini la consapevolezza che la paura fa parte della vita. E’ fondamentale trasmettere loro la certezza che la paura fa parte della vita di tutti i giorni, “che anche noi quando eravamo bambini abbiamo provato paura e continuiamo ad averla anche da adulti”, ma che può essere affrontata e talvolta anche superata con serenità.

Non facciamo sentire i bambini dei “fifoni”: proveranno un forte senso di colpa e si sentiranno inadeguati. Quindi l’umorismo va evitato.

Va anche evitato di rassicurarli in maniera eccessiva, perché si convincerebbe che c’è veramente qualcosa da temere. L’iperprotezione non favorisce la formazione del coraggio. Evitare di parlare spesso davanti a loro di paure o fobie potrebbero aggravarle. I bambini vivono la realtà attraverso i significati del mondo reale che noi adulti gli trasmettiamo. Alcune paure dei bambini, infatti, sono apprese per imitazione: molte madri, pur senza rendersene conto, trasmettono le loro ansie e proiettano i propri allarmi ai figli. Essi, così, incominceranno a temere i temporali, l’aereo, il dentista, i ladri, le ferite, gli aghi allo stesso modo della madre e a imitazione del suo comportamento.

La nocività delle paure nei bambini non è direttamente proporzionale all’intensità della situazione di pericolo temuta, quanto piuttosto all’intensità del vissuto di solitudine con cui queste paure nei bambini vengono affrontate. I bambini, quando sono assaliti dalla paura sono preoccupati più che delle minacce provenienti dall’oggetto fonte di paura, dalla possibile lontananza dei genitori. Spesso, infatti, si domandano: dov’è mia madre? cosa sta facendo mio padre? posso correre da loro? possono venirmi in aiuto? I bambini possono esprimere la paura attraverso varie modalità comportamentali: con scoppi d’ira, con l’irrigidimento del corpo, con l’aggrapparsi in modo esasperato alla figura di riferimento, con l’evitamento della situazione minacciosa.

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Tre suggerimenti

Può essere molto utile lasciare una piccola luce accesa, lasciare la porta della sua camera aperta, lasciare che dorma con il cane o il gatto di casa oppure con il suo peluche preferito.

È utile inventare giochi di ruolo attorno alla paura del buio, senza mai però prendere in giro i bambini oppure giocare a farlo spaventare. È un modo di prendere sul serio il suo timore, anche se giocando. Incoronate, per esempio, il bambino “esploratore” oppure “cavaliere”, raccontando una storia in cui sia chiaro che questo personaggio non teme i mostri e vince sempre i cattivi nelle battaglie. Regalategli poi un kit di sopravvivenza che contenga una formula magica per allontanare mostri e fantasmi, uno spray anti-mostro (che puoi realizzare riciclando uno spruzzino ben lavato nel quale puoi mettere acqua e qualche goccia di olio essenziale) e una torcia elettrica.

Ed è bene evitare di creare fantasie negative nella mente del bambino tipo lupi cattivi, mostri che rubano i piccoli oppure ipotesi di abbandono (“Se fai il cattivo viene il lupo cattivo/viene il mostro/ti prende l’uomo nero,…). Nella gestione dei capricci quotidiani può essere momentaneamente efficace come strategia incutere il timore di un terzo ma a lungo andare può creare disagi di altro genere come, appunto, la paura del buio.

 

Arriverà un momento per ogni cosa. “Spannolinamento” in quarantena?

Arriverà un momento per ogni cosa…fermiamoci ad attendere, è il momento di sostare, senza rincorrere conquiste che oggi ci metterebbero a dura prova e che, invece, domani potremmo raggiungere in un battito d’ali.

Tanti genitori, in questi giorni, però, stanno chiedendo ai noi che lavoriamo nei nidi suggerimenti per fare il passaggio dal pannolino al vasino. E’ arrivato il caldo e la bella stagione. Parrebbe proprio il momento.

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Credo che sia una richiesta legittima. Comprendo i genitori i cui figli fino a poco tempo fa frequentavano il nido e che a settembre andranno alla scuola dell’infanzia. Con alcuni di loro, probabilmente, le educatrici avevano iniziato a parlare di questo argomento e ci si aspettava di fare il passaggio in una prospettiva di alleanza e collaborazione. Adesso che, però, tutto è fermo, alcuni genitori sono un po’ in ansia e pensano che i bambini se la dovranno cavare facendo affidamento soltanto su mamma e papà.

La richiesta, però, mi ha spiazzata. Sono una persona molto fisica, ho bisogno di comunicare con gli abbracci, le mani sulle spalle, le carezze, i sorrisi, i respiri. E ora che tutto ciò è negato, fatico a mettermi in ascolto di una madre che sente il bisogno di togliere il pannolino al suo bambino. È più facile parlare di emozioni, di sentimenti…come stanno i bambini? Cosa dicono? Come vivono questo tempo? Non sono sicura che sia il momento degli “spannolinamenti”.
Anzi…credo proprio che la “quarantena” non sia una buona occasione per togliere il pannolino.
La buona occasione è quando è pronto il bambino, non quando siamo “comodi” noi adulti o quando siamo a casa (molto probabilmente impegnati nello smart working o con i figli più grandi alle prese con video lezioni e compiti).

E, a distanza, attraverso uno schermo se va bene, non mi sento di confrontarmi in merito a un passo tanto delicato. Il momento è particolare. Ai bambini stiamo già chiedendo di non vedere i nonni, gli amichetti, di non uscire fuori a giocare, di sopportare le nostre ansie e i nostri nervosismi. Dobbiamo chieder loro un ulteriore sforzo? Tanto più che adesso molti di loro hanno bisogno di fermarsi e consolidare le competenze che avevano acquisito nei mesi in cui hanno frequentato i nidi e, probabilmente, data la situazione ci sono state delle regressioni, piccole o grandi.

Proviamo a fare qualche riflessione. Può venirci in aiuto la lettura di un delicato albo illustrato che mi ha consigliato la dottoressa Jessica Omizzolo dei servizi educativi di Fano, mia preziosissima amica. Il fatto è di Gek Tessaro, che racconta con la più assoluta semplicità la complessissima mente dei bambini, che segue logiche estranee agli adulti.

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L’albo racconta di un paperotto e il fatto è che quando un paperotto non pensa sia il momento di fare il bagno non c’è anatra o catena animale o lupo che tenga: resta incollato al prato!!! Non lo smuove nulla, proprio com succede con i bambini.
La paura non ferma il papero; semplicemente non ha voglia di fare il bagno e ancor meno di essere spinto a farlo, anzi, più è spinto meno è collaborativo!
Non è difficile da capire ma pare che per i grandi sia pressoché impossibile: tutti pensano che il paperotto stia facendo i “capricci” o che abbia paura. Invece sta solo chiedendo di essere rispettato. Non è il momento. Non se la sente di fare il bagno. Ma lo farà! Sul finire della mattinata, quando il sole avrà scaldato l’acqua, senza nessuno intorno che spinga o controlli, il paperino, infatti, si tuffa perché ne ha voglia. Per il suo piacere. Perchè sente che quello è il momento.

Ogni bambino, proprio come i paperotti, ha il proprio tempo per fare conquiste. Non è bene mettere fretta. E’ frustrante.
Il tempo giusto per togliere il pannolino si capisce dopochè abbiamo osservato attentamente i nostri bambini. E’ vero! La primavera è generalmente la stagione in cui i bimbi dell’ultimo anno di nido, quelli delle sezioni “grandi” lo abbandonano…Io credo, però, che quest’anno si possa rimandare e che si debba tralasciare di fare paragoni o di ascoltare quello che suggeriscono gli altri.

Forzare i tempi è irrispettoso. Ce la faranno comunque. Ma quando sentiranno che è il momento. E vi stupiranno tanto saranno veloci e precisi.

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E quando il momento arriverà, i bambini lo faranno capire. Ricordate, però, che come il camminare, anche l’autonomia dal pannolino è un percorso fatto di incidenti. Che sono fisiologici e non devono buttarci a terra. Non è come accendere o spegnere un interruttore. Quindi…calma e tanto, tanto sangue freddo.

Cercate di sintonizzarvi con il vostro bambino. Concentratevi sulla relazione. Non fate paragoni con nessun altro e non guardate che succede intorno a voi. Guardate il vostro bambino. E vedrete che andrà bene. Andrà da se’.

La quarantena può essere un momento in cui beneficiare del tempo che normalmente non si ha a disposizione. Questo tempo va sfruttato in maniera creativa e generativa, facendo in modo che sia il tempo dell’ascolto. Il benessere di un bambino oggi, e in questo tempo più che mai, dipende dalle relazioni che i genitori instaurano dentro casa e con lui, pertanto è fondamentale rendere lo sfondo di queste giornate autenticamente educativo, oltreché amorevole. I bambini piccoli in questa fase hanno, infatti, ancor più bisogno di comprendere che i genitori sono una risorsa.

Siete ancora convinti di volere togliere il pannolino al vostro piccolo?

Pensateci con cura…e, quando sarà il momento, provate ad affrontare questo passo con un po’ di arguzia e ironia. Sarà di grande aiuto. Ridiamoci su. Delicatamente, ma ridiamoci su. Degli incidenti. Delle chiazze sul divano. Delle pozze sul pavimento. Viviamo, adesso ma anche dopo, la quotidianità con leggerezza…ridere aumenta la produzione di dopamina nel cervello, un neurotrasmettitore che attiva anche meccanismi naturali che agevolano l’apprendimento.

Vuoto di apprendimenti e di relazioni in questo “tempo sospeso”

In questi giorni mi domando senza sosta…quale sarà l’eredità che questo periodo di isolamento, di distanziamento sociale lascerà ai nostri bambini e ai nostri ragazzi? Come ne usciranno?

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La chiusura delle scuole è una procedura di sanità pubblica, serve a ridurre il rischio di contagio da coronavirus, ma ha degli effetti psicologici sui nostri bambini, diversi a seconda della loro età. I bambini sono  più fragili e indifesi degli adulti e possono soffrire un’angoscia penetrante perché sono più permeabili dell’adulto alle paure. Anche le emozioni “si contagiano”.

I bambini della Lombardia sono a casa dal 24 febbraio, un mese e mezzo. La distanza dai compagni e dagli insegnanti comincia a pesare. Tutti, ormai, hanno spiegato ai figli, soprattutto a quelli più piccoli, le vere ragioni della chiusura delle scuole. D’altra parte, se non lo avessimo fatto, i bambini avrebbero corso il rischio di sostituire le motivazioni reali con fantasie e paure eccessive.

E’ poi partita un po’ dappertutto la didattica a distanza. L’emergenza ha reso inevitabile una sorta di sperimentazione di massa della “scuola a distanza” attraverso l’uso di soluzioni digitali, con risultati più o meno soddisfacenti. Ma questa non è la sede per dare giudizi in merito.

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E, contemporaneamente, le chat di classe si sono riattivate.

Nei primi giorni di chiusura, quando si iniziava a comprendere che le scuole non avrebbero riaperto tanto presto, alcuni genitori chiedevano di dare compiti e lezioni ai bambini, altri si lamentavano di non riuscire a seguire, lavorando, i figli nei compiti, altri ancora si barcamenavano come era loro possibile. Pochi, pochissimi, riflettevano su quanto potesse essere complesso per gli istituti e le insegnanti (soprattutto quelle più anziane) mettere in pista dei validi impianti di didattica a distanza, tanto più che, al momento dello scoppio dell’emergenza, la scuola non era attrezzata per farvi fronte.
Non si trattava semplicemente di sostituire le lezioni in presenza in lezioni mediate da un’interfaccia.

Noi, a casa, vediamo soltanto video-lezioni erogate. Ma c’è un grande lavoro dietro, di gruppo e del singolo. Oltre alla lezione, si deve pensare ad attivare esercitazioni che gli alunni possano efficacemente seguire e svolgere, si deve pensare ad un sistema di valutazione che non può essere lo stesso che in presenza. Si deve pensare a come può avvenire, durante le classi digitali, il confronto tra insegnanti e studenti e come questo possa essere efficace. E poi c’è da pensare, e per di più in un tempo non ordinario, a come gli allievi possano lavorare a casa, come si possano organizzare gli approfondimenti. E anche a come orientare o ri-orientare gli allievi che sono in difficoltà, sia a seguire il modello di apprendimento proposto sia nella comprensione dei contenuti.

La didattica a distanza richiede una progettazione accurata e attenta; e per questo sono necessarie solide, solidissime competenze. La circolare ministeriale del 17 marzo 2020 dice: “affinché le attività finora svolte non diventino – nella diversità che caratterizza l’autonomia scolastica e la libertà di insegnamento – esperienze scollegate le une dalle altre, appare opportuno suggerire di riesaminare le progettazioni definite nel corso delle sedute dei consigli di classe e dei dipartimenti di inizio d’anno, al fine di rimodulare gli obiettivi formativi sulla base delle nuove attuali esigenze”. Il rischio grosso è proprio quello di proporre agli allievi esperienze prive di senso e di significato.

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Per quanto posso dire da pedagogista, gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado stanno facendo un ottimo lavoro. Gli istituti si sono organizzati, non tutti con le stesse tempistiche e non tutti con gli stessi strumenti a disposizione. Ma si sono organizzati. E, a poco più di un mese dall’inizio dell’emergenza, bambini e ragazzi stanno imparando a seguire in modo scrupoloso le attività a distanza proposte dai docenti nelle varie modalità (piattaforme, registro elettronico,…); stanno procedendo, per quanto è possibile, autonomamente nello studio e nell’approfondimento, leggendo libri, consultando i manuali, sia per ripassare argomenti già svolti sui quali non ci si sente sicuri, sia per approfondire nuove tematiche; stanno imparando a comprendere che ogni studente è protagonista del proprio apprendimento ed è chiamato a viverlo in modo responsabile, curioso, libero. Ora più che mai.

Nonostante tutto, però, c’è chi non è soddisfatto. Genitori che chiedono di aumentare le ore di lezioni. Di dare più compiti. Perchè, in questo modo, i bambini e i ragazzi, almeno sono impegnati.

Oltrechè pedagogista, sono madre di tre ragazzini. Sono preoccupata tanto anche io. In realtà non del fatto che resteranno indietro con l’apprendimento delle discipline. Quello l’ho messo in conto. Non penso che, per quanto ci si impegni su tutti i fronti, sul piano degli apprendimenti si arriverà agli obiettivi che ci si era prefissati a inizio anno.
Ma ho fiducia nei ragazzi…recupereranno alla velocità della luce.
Sono preoccupata perchè sento che stanno facendo moltissima fatica ad abituarsi all’assenza di relazione tra coetanei. A loro mancano la scuola, le maestre e i professori, i giochi spensierati all’aria aperta o nei corridoi. E non recuperando questo tempo che hanno vissuto come sospesi.

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Comprendo che padri e madri possano essere preoccupati del “vuoto” di apprendimenti che potrà generare l’emergenza legata al diffondersi del Coronavirus…Sempre ho sentito genitori chiedere alle insegnanti: “Allora…come siamo messi col programma?”, come se l’apprendimento si misurasse a quantità e non a qualità. E adesso, oltre a questo, tanta ansia è creata dal fatto che le famiglie non sono abituate a convivere per giorni e notti, senza sosta, se non nei momenti di vacanza; non è facile gestire i figli senza aiuti, senza “valvole di sfogo”, senza poter condividere le fatiche del crescerli con altri membri della famiglia…Tutti conoscono il proverbio africano che recita: “per crescere un bambino ci vuole un villaggio”. E nei villaggi si respira senso di vicinanza e di comunità. Oggi tutto questo è venuto a mancare. Mancano affetti, mancano spazi aperti, mancano innumerevoli stimoli. Per tutti. E nessuno ancora è pronto per affrontare la quarantena ben attrezzato. La si affronta perchè non ci sono alternative.

Io credo che la scuola sia fondamentale per le relazioni, per le possibilità che può offrire, per le aperture. Non per i programmi che si stabilisce a tavolino di svolgere. Molte famiglie ora si trovano ad affrontare figli che non conoscono a fondo e vorrebbero scaricarne il peso, per tante ore al giorno, alla scuola, come spesso accade, dimenticando che questi stessi figli si educano in rete, stringendo solide alleanze. E’ spiazzante tutto ciò. Lo capisco. La scuola, però, non può essere pensata come un rifugium peccatorum, come un luogo di intrattenimento. Ognuno deve fare la sua parte, per quanto sia faticoso e per quanto gli strumenti siano poco adeguati. Ci si deve attrezzare, senza più indugi. E’ dovere morale verso i figli che si sono fatti nascere, io credo.

Verrà il tempo in cui ci riprenderemo quello che avevamo prima. Questo, però, può essere un tempo per la riflessione.

Genitori in “quarantena”…come sopravvivere?

Tanti sono i genitori che conosco e che stanno faticosamente “annaspando” in questa lunga…lunghissima quarantena. E tanti di loro chiedono come superare senza soccombere questo periodo di emergenza.

Molti di coloro che hanno figli in età da nido o da scuola dell’infanzia, in questi giorni stanno lavorando in modalità smartworking. Alcuni lo hanno già fatto in precedenza e, pertanto hanno idea di come gestire il lavoro da casa con dei bambini piccoli di cui, in un modo o nell’altro, ci si deve prendere cura. Per altri, invece, è cosa nuova. E, per questo, forse spiazzante. Ma si può fare. Anzi si deve, visto che, in questi giorni di emergenza, tante alternative non ci sono.

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Come gestire allora il lavoro da casa senza poter uscire ed avere contatti con altre persone? E come far sì che questa situazione sia vissuta in maniera serena dai bambini?

Innanzi tutto è importantissimo separare il tempo che si dedica alla famiglia da quello che si dedica al lavoro, un po’ come se si andasse in ufficio; è frustrante fare le due cose insieme e non si riesce a farne bene nessuna

Se possibile, poi, bisogna separare i luoghi; se si ha una casa grande, è bene individuare una stanza dentro cui si lavora e basta; se questo non è è possibile, allora di deve trovare una postazione su cui mettere il computer, un block notes, dei post-it (un tavolo, un banchetto, una scrivania…) e dichiarare che quello è il posto in cui voi lavorate ed è bene che nessuno tocchi.

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Se entrambi i genitori sono a casa in modalità smartworking,si dovrebbe pensare a fare dei  turni (almeno di 2 ore, 4 meglio); un genitore lavora mentre l’altro si occupa dei figli, e a fine turno si cambia. Entrambi i genitori hanno gli stessi diritti e la qualità del lavoro deve essere quella di sempre.

E’ fondamentale non aspettarsi che i colleghi siano comprensivi mentre si gestiscono i figli. Pertanto, se si deve staccare a causa dei bambini, è bene dirlo chiaramente fin dall’inizio, perché così nessuno fraintenderà eventuali momenti di assenza.

Se si vuole lavorare, bastano poche ore, purchè siano di qualità, e, soprattutto, completamente a nostra disposizione. Pertanto è fondamentale stabilire che cosa fare, prendere coscienza del tempo a disposizione e usarlo bene.

E’ molto importante che la giornata abbia un’organizzazione ben precisa. Non siamo in vacanza, quando i tempi sono dilatati ed è possibile e direi anche terapeutico non guardare mai l’orologio. Ci si deve, quindi, svegliare come se si dovesse andare in ufficio, con la sveglia, puntata alla solita ora o un po’ dopo. Ma non a mezzogiorno.
La cosa migliore sarebbe quella di tenere gli orari di lavoro che si hanno normalmente, pur concedendosi  di essere meno “fiscali” sul tempo in modalità smartworking. Non si deve dimenticare che la quantità di lavoro è sempre la stessa. E bisogna essere puntuali se ci sono appuntamenti telefonici o video-chiamate.

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Se si deve dividere il tempo da dedicare al lavoro con il vostro compagno o la vostra compagna, i turni di cui parlavo prima, si possono ottimizzare i tempi. Uno dei due può iniziare la mattina presto e l’altro finire la sera poco prima di cena, per esempio. Si può diminuite il tempo dedicato alla pausa pranzo: trenta minuti possono essere sufficienti. Se arriva tanta posta, si possono leggere i messaggi più brevi la mattina appena svegli, dal cellulare; per quelli più lunghi si possono usare i ritagli di tempo (ahimè, è il momento mettere da parte YouTube, Netflix, Sky e tutto resto in questo periodo) e per i messaggi importanti si può usare il tempo immediatamente dopo la pausa pranzo.
Non c’è un tempo infinito a disposizione, quindi il “lo faccio dopo, quando ho un po’ di tempo” non deve diventare una regola. Se serve, si può usare qualche mezz’ora dopo aver messo a letto i figli, ma è bene ricordare che c’è bisogno di un po’ di decompressione. Soprattutto in questo periodo.

Ricordate, però, che non siete soltanto dei lavoratori, ma anche una coppia, oltrechè dei genitori.

In questo momento in cui tutti, o quasi, siamo a casa, è difficile condividere spazi, tempi e gestione delle faccende di casa. Non siamo abituati a una situazione come questa, pertanto dobbiamo attrezzarci e adottare modalità nuove di gestione della nostra giornata.

E’ molto faticoso, se siamo abituati a passare buona parte del giorno fuori di casa, a incontrare sempre molte persone, ad avere tante ed appaganti relazioni sociali, essere costretti a vivere in una manciata di metri quadrati. Può aiutarci il pensiero che lo stiamo facendo per un bene comune. Siamo in casa, senza poter uscire, senza poter avere spazi e tempi tutti per noi, perché non vogliamo rischiare di contagiare qualcuno qualora avessimo contratto questo virus. E non vogliamo essere contagiati noi.

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E’ vero che sapere di poter contare, ogni giorno, di uno spazio esclusivo, in cui non facciamo entrare nessuno, è confortante. Il non poterlo più avere, all’improvviso, ci può causare un po’ di ansia e depressione. Proviamo, allora, a condividere con il nostro compagno o con la nostra compagna questo nostro stato d’animo. E’ importante, ora, esplicitare i nostri bisogni e, soprattutto, le nostre emozioni. E’ vero che, generalmente, nelle famiglie la comunicazione è legata all’operatività: butta la spazzatura! Compra questo o quello! Porta i . bambini in piscina o a pallavolo! Adesso, invece, proviamo a comunicare stati d’animo…Chissà che non continuiamo anche a fine emergenza…Attiviamo, all’interno della coppia, uno spazio di ascolto in cui ci si confida reciprocamente ansie e paure, senza vergognarsi di essere fragili.

E’ importante organizzare la giornata anche se si sta lavorando, se non si hanno incombenze o appuntamenti quotidiani che la scandiscono: se non mettiamo a punto un’organizzazione, anche minima, rischiamo di perdere l’orientamento.
Cerchiamo, pertanto, di mantenere il consueto ritmo sonno-veglia: andiamo a dormire all’ora abituale e svegliamoci all’ora a cui siamo abituati a farlo.

Ricordiamoci che i giorni non sono tutti uguali; è fondamentale ricordarci che oggi è martedì piuttosto che domenica: quando le routine sono spezzate è facile avvertire un senso di smarrimento perché non si è più motivati all’azione, pertanto è fondamentale riprogettare la quotidianità per favorire la ristrutturazione di un senso psicologico e cronologico.

Curiamoci costantemente della nostra persona, come se dovessimo uscire e incontrare altre persone. In questo modo non perdiamo il contatto con la parte sana di noi stessi e non torniamo continuamente alla situazione di emergenza rendendola ancora più vivida.

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Manteniamo i contatti sociali; la tecnologia ci può aiutare a farlo. Possiamo usare le videochiamate al posto delle chiamate tradizionali: ci danno un maggiore senso di vicinanza e lo danno ancor di più alle persone anziane o ai bambini. Organizziamo un caffè con le amiche via Skype!

Facciamo attività fisica. E’ vero che non possiamo andare in palestra o uscire per fare una corsa, ma ci sono migliaia di applicazioni che propongono allenamenti on line e corsi di fitness che si possono fare in casa; e se il fitness non ci piace, possiamo accendere la radio e metterci a ballare, fare le scale del condominio, fare stretching.

E poi facciamo qualche progetto per il futuro. Sono tanti i sogni nel cassetto che non abbiamo mai provato a realizzare per il tempo tiranno. Questo è il tempo pe leggere un libro comprato tanto tempo fa e lasciato nella libreria, per fare un corso di pittura tra i tanti che si trovano on line, per fare una visita virtuale ad un museo.

E in questo modo possiamo far sì che vada tutto bene.